Avviso

Questo sito utilizza cookies...
I cookies sono piccoli file di testo che aiuto a migliorare la sua esperienza di navigazione nel nostro sito. Navigando in ogni parte di questo sito lei autorizza l'utilizzo dei cookies. Maggiori informazioni sulla policy dei cookies visualizzando le Condizioni di utilizzo.

Giovinezza di un classico

· «Rebel Without a Cause», il capolavoro di Nicholas Rey a sessant’anni dall’uscita nelle sale ·

Quando capita di rivedere Gioventù bruciata (Rebel Without a Cause, 1955), di solito ci si aspetta di trovarlo terribilmente invecchiato, per certi versi persino ridicolo, quasi una specie di Grease meno divertente. E invece no. A tutt’oggi, a sessant’anni di distanza dalla sua uscita, rimane un grande film. Nonostante i limiti che una produzione del genere poteva avere.

A metà degli anni Cinquanta su Hollywood cominciava ad arrivare più d’un refolo di crisi. Inseguire i gusti del pubblico giovanile poteva essere una buona scappatoia, così come stava facendo il cinema indipendente che imperversava nei drive-in. Con film come Il selvaggio (The wild one di László Benedek, 1953) o Il seme della violenza (The blackboard jungle di Richard Brooks, 1955) le majors tentarono timidamente e un po’ goffamente di inserirsi nel filone della cosiddetta juvenile delinquency, sottogenere drammatico che testimoniava un malessere delle nuove generazioni, un rancore rivolto a padri reduci dall’impresa antinazista ma proprio per questo considerati relitti di un altro mondo, e a madri troppo accondiscendenti verso l’angusto ruolo domestico che la società dell’immediato dopoguerra sembrava voler cucire loro addosso.

Mentre però le produzioni a basso costo avevano sostanzialmente mano libera nel rappresentare questi conflitti generazionali, accennando anche a temi tabù come quello delle droghe, Hollywood era sotto lo sguardo di un codice Hays già scricchiolante ma ancora vigile.

La regia di Nicholas Ray e la bellissima sceneggiatura firmata da Stewart Stern, tuttavia, sanno bene come affondare lo sguardo nei turbamenti giovanili senza velleità scandalistiche ma anche senza reticenze. In fin dei conti, non sono molti i film di quegli anni in cui degli studenti si sfidano con un coltello, un ragazzo muore tragicamente per un gioco in auto, i genitori sono messi costantemente sotto accusa e ridicolizzati, la scuola viene descritta come un’istituzione lontana dalla realtà e sostanzialmente inutile, la polizia come un’ottusa forza reazionaria.

Tutto ciò, però, è inserito in una solida e anche furba struttura narrativa e drammaturgica, che alla lunga contrappone la gang dei ragazzi più scalmanati a protagonisti sempre ribelli ma in fondo avveduti e razionali, sin troppo maturi nelle loro scelte morali, a sottolineare il divario con il modello più sovversivo dei b-movie. Soprattutto, la componente trasgressiva viene controbilanciata da valori edificanti come quelli che spingono i giovani a ricrearsi istintivamente una famiglia alternativa. O a costituirsi in commissariato mentre i genitori vorrebbero coprirli. A conferma di come le critiche alla vecchia generazione non muovano da un’aggressività gratuita — a dispetto del titolo originale, mutuato da un trattato psichiatrico su un soggetto criminale — ma da un fondato desiderio di affetto e giustizia.

Sono molte le scene capaci di condensare quanto detto in pochi minuti, se non in una singola immagine, anche scartando quelle più famose e scontate. Il personaggio di Sal Mineo che si pettina osservando una foto di Alan Ladd, cavaliere della valle solitaria nell’omonimo film di un paio d’anni prima, romantico archetipo di quella protezione che il ragazzo non ha ricevuto dalla famiglia. L’anziano professore di scienze che al planetario parla con gelido distacco agli studenti di un universo indifferente e destinato a finire nel nulla, perfetta sintesi di come i giovani potevano vedere gli adulti a quell’epoca, lungi dall’essere un modello propositivo, sottilmente dispensatori horror vacui.

La morte violenta di Dean a ventiquattro anni, il 30 settembre 1955, ha conferito al film un indesiderato alone di maledettismo prima ancora che arrivasse nelle sale, alimentato in seguito dalla scomparsa altrettanto tragica e prematura degli altri due protagonisti.

Ma Gioventù bruciata si regge invece in straordinario equilibrio fra valori tradizionali e istanze protocontestatarie, disamina sociologica e astrazione tragica, vecchio, solido cinema e nuove, azzardate tematiche. Lontano tanto dai ritratti sguaiati dei drive-in, quanto da quelli inamidati del resto di Hollywood.

di Emilio Ranzato

EDIZIONE STAMPATA

 

IN DIRETTA

Piazza S. Pietro

21 novembre 2018

NOTIZIE CORRELATE