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Giovanni XXIII
e il mondo rurale

· Nell’anniversario dell’ordinazione sacerdotale di Angelo Giuseppe Roncalli ·

Da Parigi, nel 1944, aprendo il suo cuore al vescovo di Bergamo Adriano Bernareggi, ebbe infatti a scrivere, rammentando le sue origini: «In questa città, ogni volta che esco da ricevimenti o grandi saloni non posso non pensare al mio villaggio nativo, dove i miei, con la schiena al sole, chinati sui solchi, stanno lavorando la terra e sono bruciati dal sole, la luce di Dio, che li sostiene e li guida». E seppe trasformare in vibrato monito rivolto a tutti i sacerdoti, quel suo pensare sopra descritto quando, acclamato Romano Pontefice, nella lettera enciclica Sacerdotii nostri primordia (1959) chiosò: «Voglia Dio che nessuno meriti il rimprovero fatto dal Santo Curato d’Ars alle sue pecorelle: “Quanti hanno denaro che tengono serrato, mentre tanti poveri contadini muoiono di fame!”».

Queste righe severe non segnavano che l’incipit di un rapporto tutto speciale tra il futuro Papa Giovanni XXIII, la terra e il mondo rurale. Lo ricordiamo, il 10 agosto, in coincidenza con il centoquindicesimo anniversario dell’ordinazione sacerdotale di Angelo Giuseppe Roncalli.

«A pranzo preferiva il minestrone bergamasco, che gli rinnovava il sapore stesso dell’infanzia e soprattutto della povertà», raccontava il cardinale Capovilla, suo segretario personale. Figlio di mezzadri, infatti, poco pane e molte vicissitudini segnarono l’infanzia di Roncalli a Brusicco di Sotto il Monte: lì, in campagna, dove occorreva che ognuno, a seconda delle proprie forze, si desse da fare negli orti per portare sul desco un pasto caldo a fine giornata. Tanti sacrifici, parecchi stenti, ma soprattutto molta preghiera che — contrariamente all’amato minestrone — in casa non mancava mai. In seguito, coltivata tra la pietà popolare e la devozione contadina, la vocazione sacerdotale del giovane Angelo Giuseppe si consolidò dapprima nel seminario di Bergamo, dopodiché a Roma presso l’Apollinare. Qui studi giuridici espletati con profitto, dopo un breve servizio diocesano al fianco di monsignor Radini-Tedeschi, lo proietteranno presto nella carriera diplomatica: visitatore apostolico in Bulgaria, delegato apostolico in Turchia e in Grecia, nunzio apostolico in Francia: tante nazioni, tante mansioni, ma un attaccamento singolare alle opere di misericordia corporale, agli indigenti, ai contadini di ogni cultura, lingua e religione.

Il rapporto con la terra e l’agricoltura traspare, ad esempio, in modo lungimirante e propositivo negli accorati saluti rivolti ai coltivatori agricoli ricevuti in udienza, con gioia non velata, ogni anno del suo pontificato. «Ci è tanto gradito vedervi qui, perché scorgiamo in ciascuno di voi come altrettante persone care. Quando infatti Ci troviamo in mezzo a coloro che, lavorando la terra, impiegano così i talenti loro affidati da Dio, e adempiono la loro missione e vocazione, il Nostro pensiero va a quel mondo rurale, che per Noi racchiude tanti ricordi buoni ed amabili» (Ai partecipanti al ii Convegno nazionale italiano degli agricoltori, 18 novembre 1959). Con queste parole, il Papa buono, giungeva ad annoverare tra le preoccupazioni pontificie quel mondo rurale che tramite ripetuti appelli del vicario di Cristo, alle soglie degli anni Sessanta, chiedeva lo studio di un maggiore equilibrio tra il reddito della proprietà agricola, il peso delle imposte dello Stato e l’allora prossima entrata in vigore del Mercato europeo comune: equilibrio auspicabilmente da costruire mediante le indicazioni della Dottrina sociale cristiana e nel rispetto della situazione reale dell’agricoltura (cfr. Discorso ai coltivatori direttiin occasione del XIII Congresso nazionale della Confederazione italiana dei coltivatori diretti, 22 aprile 1959).

Con la genuinità lombarda di colui che ha saputo parlare persino alla luna, il monito di Papa Roncalli s’impreziosiva particolarmente quando era rivolto alla terra: ricettacolo delle fatiche umane, oltre che cosmo ordinato alla sussistenza antropica, quella fisiologica e quella culturale. «Amate la terra! Vi diciamo in primo luogo. Essa è il vincolo soave e forte che, oltre a quello della famiglia, vi unisce strettamente ai vostri luoghi di origine o di lavoro, ed a quanti ricordi essi racchiudono, e che si tramandano come sacra eredità di generazione in generazione» (ibidem). Sì, perché è proprio la terra, dice san Giovanni XXIII, a custodire una duplice, preziosa e imperitura lezione di autenticità per l’uomo: essa è infatti capace di ricondurlo alla Genesi, allorquando Dio volle il primo uomo nella cornice serena di un giardino «ut operaretur et custodiret illum» (Gn 2, 15) mentre lo immerge continuamente nei riti più santi della Chiesa, i sacramenti istituiti da Gesù Cristo, che dalla medesima traggono nobile materia, che diventa segno efficace di grazia (cfr. Discorso ai coltivatori direttiin occasione del XIV Congresso nazionale della loro confederazione, 27 aprile 1960). L’acqua del sacro fonte battesimale, la fragranza del grano, il profumo dell’uva, il succo prezioso dell’olivo: mentre la Chiesa ne accompagna con premura crescita e coltivazione, in ciascuna delle Quattro Tempora, è la voce dello stesso Pontefice a richiedere pubblicamente per: «La buona gente dei campi, la cui opera, compiuta con silenziosa fatica e spirito di sacrificio, costituisce certamente uno dei fattori più importanti dell’economia mondiale […] ogni attenzione e previdenza da parte di chi è costituito in autorità» (Discorso ai coltivatori diretti in occasione del XV Congresso nazionale della Confederazione italiana dei coltivatori diretti, 19 aprile 1961).

Ma a cosa è dovuta tanta attenzione per l’agricoltura? Siamo di fronte a un’ipervalutazione del settore primario? Certamente no. Il Papa, già diplomatico e ancor prima contadino, sa bene come nel lavoro agricolo la persona umana trovi mille incentivi per la sua affermazione, per il suo sviluppo, per il suo arricchimento, per la sua espansione anche sul piano dei valori dello spirito; dal sacrificio alla pazienza, dal dolore alla tenacia, all’ingegno alla soddisfazione. L’agricoltore redento da Cristo, insomma, sa che nulla di facile è al mondo, sa che ciò che vale si conquista col sudore e con la fatica, perciò egli, assoggettandosi all’ordine provvidenziale, si sforza di concepire e vivere il suo lavoro quale vocazione e missione (cfr. Discorso ai coltivatori diretti in occasione del XVI Congresso nazionale della Confederazione italiana dei coltivatori diretti, 19 aprile 1961).

S’è detto vocazione e missione. L’agricoltura infatti, nella visio di Papa Roncalli, non può non essere ben conscia del proprio fine e dei propri mezzi. Assodato che a costituire motivo di lustro per l’opera contadina sia l’agricoltore stesso, plasmato a immagine di Dio, il lavoratore è fin troppo consapevole delle angustie arrecate dal lavorare la terra, fatiche che spesso mettono in ombra i benefici morali e spirituali della pratica agricola. Pertanto, al fine di alleviare le prime e d’incentivare i secondi, Giovanni XXIII in maniera antesignana plaudiva alle applicazioni meccaniche che facevano conoscere all’agricoltura una parziale e salutare meccanizzazione, consentendo così ai lavoratori — meno gravati in tempo ed energie — di poter ottemperare al proprio lavoro, vissuto come autentica missione e nel contempo di rispondere alla comune e nobile vocazione spirituale dell’uomo (cfr. Discorso ai partecipanti all’VIII Campionato mondiale di motoaratura, 11 ottobre 1960).

Vocazione spirituale fortemente enfatizzata dal Pontefice, perché l’uomo, in fondo, sa di non aver fame soltanto di pane, ma anche di dignità umana, di cultura, di amicizia, di amore fraterno, ma specialmente dell’amore di Dio (cfr. Radiomessaggio al Congresso mondiale in Lourdes dei giovani rurali cattolici, 29 maggio 1960), «Non in solo pane vivit homo» (Mt 4, 4): forte di questa consapevolezza, come pure dell’anelito al panem cotidianum (Lc 11, 13), il Papa buono si rivolgeva ai panificatori di tutto il mondo, richiamandoli al loro diritto alla giusta retribuzione e al dovere di santificare le feste; alla solidarietà che li anima nel predisporre la preparazione dell’alimento per antonomasia mentre tutti gli altri riposano e allo zelo che deve contraddistinguerli per riscoprire nel loro lavoro il segno della vera fraternità umana, che trae origine dalla paternità di Dio e si esprime nell’uso comune dei suoi doni (cfr. Discorso ai partecipanti al Congresso internazionale dei panificatori, 20 settembre 1961).

Non soltanto paradigma antropologico dell’universale fatica, dunque, né mero ricettacolo dell’ingegno umano proteso a incrementare le proprie possibilità di sostentamento: la terra, madre generosa e severa, che racchiude nel suo grembo i tesori della Provvidenza, è descritta nel magistero roncalliano quale cornice serena, capace di salvaguardare lo sviluppo armonico della personalità umana, temprandone l’indole e nel contempo incrementando la tensione escatologica verso l’agognata terram novam. È soltanto lì, sotto il monte della Jerusalem novam che cesserà ogni fatica, ogni fame, ogni lutto, ogni lamento, la stessa morte; perché lì soltanto (cfr. Ap 21, 1) Deus habitabit cum eis.

di Fernando Chica Arellano

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