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Giovanni XXIII
e i naufraghi del nostro tempo

· In un’intervista all’«Eco di Bergamo» Francesco analizza l’eredità spirituale di Papa Roncalli ·

 L’attuale situazione internazionale, i giovani e la loro inclusione nella società, l’accoglienza dei migranti, la giustizia sociale, il ruolo delle religioni e la falsa equazione tra terrorismo e islamismo: sono i temi affrontati dal Papa in un’intervista con Alberto Ceresoli, direttore del quotidiano «L’Eco di Bergamo», pubblicata il 24 maggio in occasione della peregrinatio del corpo di san Giovanni XXIII nelle sue terre natali. Sollecitato sulle criticità più evidenti del mondo contemporaneo, il Pontefice si richiama all’eredità spirituale di Roncalli mettendone in evidenza soprattutto gli insegnamenti di pace, fratellanza e carità tra i popoli.

Dal profondo legame che non solo i suoi conterranei, ma tanti cristiani in Italia e nel mondo, hanno con il “Papa buono”, prende le mosse Francesco, sicuro che il provvisorio “ritorno a casa” di Roncalli «possa essere un dono e un’occasione per un nuovo cammino di fede». La gioia di quest’incontro, spiega Francesco, deve tradursi soprattutto nel «sentirsi guardati» e «interrogati da lui, che ci invita a guardare ciò che conta davvero»; e «cioè, come diceva negli ultimi tempi della sua vita, quel Crocifisso che aveva messo davanti al letto, con cui lui parlava e che ascoltava». Perché, aggiunge, il cristianesimo «non è un ideale da seguire, una filosofia cui aderire o una morale da applicare», ma è soprattutto «un incontro con Cristo», che si incontra «nella carne dei fratelli».

Giacomo Manzù, «Giovanni XXIII»

La storia di Roncalli, chiarisce il Pontefice, «ben prima che diventasse Papa, è costellata di questi gesti di vicinanza alla carne dei poveri, dei malati, già durante la prima guerra quando era cappellano, poi in Bulgaria, in Turchia, in Grecia, in Francia, al rientro in Italia dopo tanto tempo fuori, senza distinguere fra ortodossi o cattolici, pronto a rischiare per gli ebrei che fuggivano dalla persecuzione, a dialogare con tutti». In proposito il Papa confida di sentirsi particolarmente vicino a Giovanni XXIII che guardava sempre al Crocifisso, «gli parlava» e diceva che grazie a quelle braccia allargate, ricordava che Gesù «è morto per tutti, che nessuno è respinto dal suo amore, dalla sua misericordia, dal suo perdono».

Delicato e appassionato il ritratto del Pontefice di Sotto il Monte tracciato dal successore: «Un uomo, un santo, che non conosceva la parola “nemico”, al quale non piacevano le parole “crociata”, “proselitismo”, che cercava sempre ciò che unisce, che aveva fiducia in Dio e nell’uomo sua immagine, consapevole che la Chiesa è chiamata a servire l’uomo in quanto tale e non solo i cattolici; a difendere anzitutto e dovunque i diritti della persona umana e non solamente quelli della Chiesa cattolica, consapevole che il Papa deve costruire ponti».

Proprio attraverso gli insegnamenti di Roncalli, il Papa rilegge la realtà quotidiana. Come quando, rifacendosi alla Pacem in terris, sottolinea che in un mondo sempre più dilaniato da conflitti e sopraffazioni, la pace «non va legata all’assenza di guerra», ma allo sviluppo integrale delle persone e dei popoli. O come quando, richiamando le parole di Roncalli sul ruolo della stampa in difesa della verità e della promozione dei valori umani e sociali, ribadisce la concretezza della sua lettura della società: «È sempre l’uomo con la sua libera responsabilità che può fare delle parole, della comunicazione, il luogo della comprensione e dell’incontro oppure dell’opposizione e della guerra fratricida». Capita, infatti, «che chi segue il proprio orgoglioso egoismo, arriva a fare un uso distorto anche della facoltà di comunicare; può ingannare o manipolare il lettore, in modo subdolo, menzognero. Rischio che si corre, spiega il Pontefice, «anche nella Chiesa, quando non si vive la logica della comunione ma delle corporazioni».

Ma molto altro, prosegue il Papa, Giovanni XXIII ha da dire su diversi temi. Sui giovani, ad esempio, per i quali ebbe un’attenzione particolare, occupandosi durante la prima guerra mondiale di tanti soldati — alcuni, anche non cattolici gli sono morti fra le braccia quando era cappellano — oppure dirigendo una delle prime case dello studente realizzate in Italia. Anche per Francesco del resto la Chiesa e la società devono saper ascoltare i giovani, facendosi carico dei loro problemi. Come quello della disoccupazione che è un vero e proprio «peccato sociale». La Chiesa, aggiunge il Papa, con la sua missione nel mondo deve far diventare nuovamente Gesù «nostro contemporaneo», occorre «Raggiungere le periferie del disagio, della sofferenza, dell’ignoranza, del peccato», e non veicolare «verità fredde o indottrinamento con metodi discutibili». Serve «il profumo di pulito del Vangelo», che si diffonde «non lavorando col proselitismo, ma con la testimonianza».

Lo spirito di accoglienza, di condivisione, di fratellanza che fu di Roncalli, infine, offre lo spunto al Pontefice per parlare dei flussi migratori («Alzare un muro è chiudere il proprio cuore, sigillarlo come una tomba» e dunque «occorre creare una nuova cultura, una nuova mentalità, educare le nuove generazioni a pensare, a pensarsi come un’unica famiglia umana, una comunità senza confini») o del ripensamento dell’economia capitalistica («Una vera cultura del lavoro non vuol dire solo saper produrre, ma relazionarci a modelli di consumo sostenibile», se svendiamo il lavoro al consumo «svenderemo anche tutte queste sue parole sorelle: dignità, rispetto, onore, libertà»). Con un accenno finale al ruolo delle religioni e al fenomeno dei fondamentalismi. L’equazione tra terrorismo e islamismo, per Papa Francesco, «è una menzogna e una sciocchezza». E in proposito san Giovanni XXIII ha lasciato grandi esempi del fatto che il ruolo più importante delle religioni «è quello della promozione della cultura dell’incontro, insieme alla promozione di una vera educazione a comportamenti di responsabilità nel prenderci cura del creato». E il cristianesimo, di fronte ai dubbi e alle incertezze della cultura occidentale, ai «naufraghi del nostro tempo», deve essere «più concretamente cattolico, universale, pienamente ecclesiale, rispettoso delle culture», mostrare sempre più «primato di carità, impegno per la giustizia e per la pace», conclude il Pontefice.

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