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Giovanni Paolo II e la guerra

· Il senso della vita militare oggi ·

Papa Wojtyła conosceva bene quelle spinte della società civile tendenti a privilegiare l’obiezione contro le spese militari, lo scioglimento degli eserciti, la chiusura degli arsenali e la revisione degli organismi internazionali. Seppe, perciò, esprimere orientamenti molto chiari a Hiroshima (1981), all’Onu (1982) e a Roma (1983) sulla riduzione degli armamenti nucleari, come scelta moralmente e umanamente valida in vista di un definitivo disarmo, come pure difendere i diritti umani, beni fondamentali della persona, considerandoli via privilegiata per costruire la pace e lottare per la giustizia senza violenza. Pur considerando la guerra legittima, come ultima ratio, ha sempre chiesto di affidare il ristabilimento dell’ordine internazionale all’Onu, perché ogni contenzioso fosse risolto in maniera collegiale e incruenta. Il suo grido «mai più la guerra» invocava una pace giusta, acquisita con il diritto internazionale, il dialogo leale, la solidarietà fra gli Stati, l’esercizio nobile della diplomazia. La popolazione civile andava sempre difesa con interventi umanitari e, solo dinanzi al fallimento dello strumento diplomatico e di altre soluzioni, il Papa considerava doveroso fermare l’aggressione anche con la presenza militare, a difesa del bene comune universale e dei diritti umani.

In questo scenario si colloca la testimonianza di Giovanni Paolo II, autore di una vera e propria «enciclica militare», un grande documento orale annunciato in ogni caserma, su ogni nave e aeroporto. In vari interventi, il Papa si domandava cosa fosse la vita militare. Rispondeva a questa domanda, tratteggiando le motivazioni che spingono alla professione militare: «Se si considera la sua natura nel senso positivo, il servizio militare in se stesso è una cosa molto degna, molto bella, molto gentile. Il nucleo stesso della vocazione militare non è altro che la difesa del bene, della verità e soprattutto di quelli che sono aggrediti ingiustamente. E qui troviamo il principio che spiega in quale situazione la guerra può essere giustificata: se è una difesa della patria aggredita, una difesa di quelli che sono perseguitati, innocenti; una difesa anche con il rischio della propria vita» ( Discorso ai militari di leva , 2 aprile 1989). Il militare è un giovane generoso nelle aspirazioni, nei suoi profondi sentimenti, nei suoi ideali, nelle sue esigenze di fronte alle grandi scelte della vita, testimone di un impegno solenne per la difesa dei fondamentali valori della libertà, dell’ordine, della giustizia e della pace (cfr. Udienza ai militari italiani , 1º marzo 1979). In particolare, dovrà essere incoraggiato a crescere nella pedagogia della volontà: «È necessario l’allenamento al sacrificio e alla rinunzia, l’impegno nella formazione di caratteri saldi e seri, l’educazione alla virtù della fortezza interiore per superare le difficoltà, per non cedere alla pigrizia, per mantenere la fedeltà alla parola e al dovere» ( Discorso agli alpini d’Italia , 19 maggio 1979).

L’impegno sociale e civile dei militari, sia in guerra sia in pace, rimanda alla formazione spirituale su cui la Chiesa, attraverso il ministero dei cappellani, è impegnata particolarmente.

I militari saranno, così, attenti a leggere negli avvenimenti l’intervento della Provvidenza. Infatti, le vicende disagiate e gloriose della vita militare insegnano ad avere il coraggio di accettare la storia, che significa in fondo amare il proprio tempo, senza vani rimpianti e mitiche utopie, convinti che ognuno ha una missione da compiere e che la vita è un dono ricevuto e una ricchezza che si deve donare, comunque siano i tempi, sereni o intricati, pacifici o tribolati. «La pace va costruita giorno per giorno, nelle coscienze e nei rapporti interpersonali: la pace va anche difesa, perché nella visione cristiana la vita trova la sua giustificazione ultima nel precetto evangelico dell’amore. E per l’amore del prossimo, dei propri cari, dei più deboli e indifesi, come delle tradizioni e dei valori spirituali di un popolo, che bisogna accettare di sacrificarsi, di lottare, di dare anche la propria vita, se fosse necessario. E ovvia in questa prospettiva ideale eppur realistica, l’esigenza di una conseguente trasformazione delle Forze Armate nazionali in un supporto a quella solidarietà internazionale, che la Chiesa auspica» ( Discorso nella città militare della Cecchignola , 2 aprile 1989).

Lo stesso terrorismo era per Giovanni Paolo II un vero crimine contro l’umanità. La lotta contro di esso non poteva esaurirsi in operazioni repressive e punitive, ma doveva innanzitutto esprimersi sul piano politico e pedagogico: da un lato rinnovando le cause che stanno all’origine di situazioni d’ingiustizia; dall’altro insistendo su un’educazione ispirata al rispetto per la vita umana (cfr. Messaggio per la XXXVII Giornata mondiale della pace , 8).

«Come non ricordare, allora, le numerose missioni, durante le quali i militari sono stati in prima linea per offrire il loro aiuto generoso alle popolazioni colpite da calamità naturali o da tragedie umanitarie? Come non pensare con ammirazione ai pericoli ed ai sacrifici che incontrano quanti svolgono opera di pacificazione in Paesi devastati da assurde guerre civili? Con questi interventi, i militari si accreditano sempre più come difensori dei valori inalienabili dell’uomo quali la vita, la libertà, il diritto e la giustizia» ( Discorso ai partecipanti al primo sinodo dell’Ordinariato militare, 6 maggio 1999 ).


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