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Dove sta
il luogo teologico

· Giovani e discernimento vocazionale ·

Dal quaderno n. 4025 della Civiltà cattolica, in uscita sabato 3 marzo, pubblichiamo parte di un articolo che, in vista del sinodo sui giovani in programma a ottobre, approfondisce il tema centrale, quello del discernimento vocazionale, raggiungendo il suo “luogo teologico”, ovvero il cuore della cultura di ogni popolo.

Fraguial «Persone dipinte da Dio» (2012)

Il cuore di ogni popolo è la sua cultura. E all’interno di una cultura che ha ricevuto il seme del Vangelo e lo ha coltivato sorge la cosiddetta “pietà popolare”. In essa lo Spirito schiude un luogo teologico privilegiato per camminare come discepoli missionari, per iniziare ogni processo di discernimento orientato alla missione e proseguirlo. La pietà popolare non è solo “religiosità”, ma vera spiritualità o, meglio ancora, mistica popolare. In una recente intervista Francesco si esprimeva così: «C’è anche un’ipotesi che dico a lume di naso, senza averla ancora studiata a fondo. In America latina c’è una realtà che quasi non è stata clericalizzata: la “pietà popolare” […]. La Chiesa è chiamata ad accompagnare e a fecondare costantemente questo modo di vivere la fede dei suoi figli più umili».
Riguardo ai giovani, possiamo indicare questo «luogo non clericalizzato» come il più propizio per iniziare e confermare un processo di discernimento nel quale le concrete scelte di vita avvengono nell’ambito della grande missione della Chiesa. Lì deve collocarsi chi desideri aiutare e accompagnare i giovani nel discernimento della loro scelta di vita.
Non possiamo sviluppare qui tutta la ricchezza e la complessità dell’ambito della pietà popolare in quanto «luogo teologico» privilegiato. Segnaliamo soltanto alcune caratteristiche che possono aiutare i giovani ad avere la conferma che quella felicità missionaria che essi provano nel servire gli altri, i più umili del popolo di Dio, proviene dallo Spirito. Ma, prima, portiamo un esempio di come Bergoglio discerneva la missione in mezzo ai sobborghi popolari dell’area di Buenos Aires. Fin da giovane gesuita, e poi da maestro dei novizi, provinciale e rettore, egli si è sempre inserito — e ha mandato i giovani gesuiti a inserirsi — nel popolo fedele di Dio: sia per discernere le nuove vocazioni della Compagnia, sia per accompagnare i discernimenti ulteriori che segnano i passi della vita apostolica. Nella sua lettera a Cayetano Bruno, Bergoglio parlava del discernimento in questo senso: «Quando ero a San Miguel, ho visto i quartieri privi di cura pastorale; questo mi ha inquietato e abbiamo cominciato a occuparci dei bambini: il sabato pomeriggio insegnavamo catechismo, poi giocavano, eccetera. Mi resi conto che noi professi avevamo il voto di insegnare la dottrina ai fanciulli e agli incolti, e cominciai io stesso a farlo insieme agli studenti. La cosa andò pian piano crescendo: si costruirono cinque grandi chiese, si mobilitarono in maniera organizzata i ragazzi della zona [e tutto questo lavoro è stato fatto] soltanto i sabati pomeriggio e le domeniche mattina».
Così vediamo come tutto scaturisca da una preoccupazione apostolica che Francesco ha sempre presente. Egli ha detto in un’omelia a Santa Marta: «È il lasciarci inquietare dallo Spirito santo che ci fa discernere e non avere una fede ideologica». Quando qualche cosa lo commuove o attira la sua attenzione, toccandogli il cuore, Bergoglio non la lascia andare, ma piuttosto comincia a usare qualche mezzo concreto e umile («abbiamo cominciato a occuparci dei bambini»), poi le fa spazio nella preghiera, lasciando che sia lo Spirito a illuminare il cammino («mi resi conto») e a far crescere il seme («la cosa andò pian piano crescendo»).

di Diego Fares 

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