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Giovani
appassionati di autenticità

· Dizionario montiniano ·

Una manifestazione di giovani nel Sessantotto

«Prima di tutto, vediamo di conoscerci. A noi piace la gioventù. Ditelo anche ai vostri amici e colleghi: il Papa vuol bene ai giovani. Da un pezzo, fin da quando nessuno pensava ai giovani, nella casa del Papa essi erano oggetto di affezione, di fiducia, di assistenza particolari. (…) Non ci piacerebbe invece se voi foste oziosi, sfaccendati, o come oggi si dice, “vitelloni”, o “jeunesse dorée”, o “teddy-boys”, o “blousons noirs”, o che so io: giovani gaudenti e teppisti» (5 gennaio 1965).

Fin dall’esperienza con gli studenti universitari della Fuci, negli anni trenta, il rapporto con i giovani è congeniale a Giovanni Battista Montini. Così, quando il 2 settembre 1968, gli studenti fucini varcano il portone di Castel Gandolfo per incontrare il Papa, ecco che i ricordi, con una delicata vena autoironica, divengono il prologo dell’incontro: «È una Fuci che non conosce questo suo antico assistente ecclesiastico (…). Per di più, chi lo ricordasse in mezzo agli studenti di quel tempo, come lo fanno vedere certe sbiadite e divertenti fotografie, avrebbe qualche difficoltà a riconoscerlo ora, anche se in non troppo mutate sembianze, negli abiti pontificali che lo rivestono».
L’università: per Montini è sempre stato un luogo speciale. L’università che, nell’esperienza cristiana, «solleva il sapere e lo studio alle loro ultime istanze ed invita l’alunno a penetrare le ragioni fondamentali» per cui «lo studente cattolico può subito estrarre quel semplice e fecondissimo nucleo di presupposti filosofici che, volere o no, costituiscono il fondamento della razionalità umana». E se è da aborrire «un cerebralismo prezioso e astruso, che esige iniziati e crea cenacoli chiusi e utopistici», lo studio produce uno «sforzo ascetico» a cui lo studente “è per vocazione votato».

di Giacomo Scanzi

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23 ottobre 2019

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