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Giovane e consacrata

Due anni fa ho avuto il dono di vivere la mia settimana di esercizi spirituali presso il monastero della Visitazione di Santa Maria ad Ortì, luogo speciale non solo geograficamente ma anche spiritualmente. La bellezza e l’incanto che si può ammirare da quella collina, che domina la città di Reggio Calabria, hanno caratterizzato di stupore e profondità quelle mie giornate di contemplazione, di distensione e di riposo.

Duilio Barnabé, «Due suore» (1954)

È necessario fermarsi nella vita per mettere ordine nelle proprie cose e curare lo sguardo. Un occhio miope o presbite non è un organo in salute. È opportuno perciò indossare lenti capaci di correggere e compensare la vista per poter vedere con meraviglia e attitudine contemplativa noi stessi, gli altri, il mondo e il mistero di Dio: «La salvezza sta nello sguardo» e «Lo sforzo grazie al quale l’anima si salva è simile a quello di colui che guarda, di colui che ascolta, a quello di una sposa che dice sì. È un atto di attenzione, di consenso» (Simone Weil).

Ho imparato in quei giorni a cercare un punto di vista nuovo nella realtà e seduta sulle “ginocchia di Dio” tutto assume un significato diverso: le gioie, le delusioni, l’amarezza, l’indifferenza, l’inadeguatezza, la fatica. Essere consacrata oggi, come lo sono, è vivere sulla propria pelle l’anelito del mondo e quello di Dio, ed essere ponte tra le due libertà. È una bella sfida e una grande missione nella Chiesa oggi.

Tale ricordo e consapevolezza mi ritorna chiaro in questo tempo, vigilia del sinodo sui giovani (XV assemblea generale ordinaria del Sinodo dei vescovi 3-28 ottobre 2018) dal tema «I giovani, la fede e il discernimento vocazionale», dove nell’Instrumentum laboris un intero numero, il 103, è dedicato alla vita consacrata: «Anche la testimonianza profetica della vita consacrata ha bisogno di essere riscoperta e meglio presentata ai giovani nel suo incanto originario, come antidoto alla “paralisi della normalità” e come apertura alla grazia che scompiglia il mondo e le sue logiche. Risvegliare il fascino della radicalità evangelica nelle giovani generazioni, così da poter riscoprire la profezia della castità, povertà e obbedienza come anticipazione del Regno e realizzazione piena della propria vita è un aspetto che non può essere messo in secondo piano in un tempo dominato da logiche consumistiche e mercificanti».

Come giovane consacrata vivo la necessità di non fermarmi all’istante, al momento attuale, ma considero vitale spingere il mio sguardo verso quell’orizzonte che unisce inevitabilmente la terra al cielo e dove la mia carne sporca di fango si innalza verso la purezza di Dio. È importante avere occhi carichi di risurrezione là dove tutto parla di morte e là dove l’“ormai” sembra introdurre ogni tipo di argomentazione sui giovani. C’è desiderio di riscatto dinanzi a un potenziale che ha diritto di cittadinanza come ogni altro essere umano. È vero, qualcosa è cambiato, o meglio tutti siamo cambiati, perché creature in cammino, perché ricchi di diverse esperienze, perché chiamati a ridefinire la nostra finitezza, perché interpellati nel tracciare nuovi confini alla nostra esistenza.

È nella quotidianità la novità foriera di vita e di creazione e il volto femminile della vita consacrata ne dà testimonianza ed è l’emblema principale. I suoi tratti di innata delicatezza, l’accoglienza smisurata all’altro, l’attesa silente, la custodia dell’intimità, il canto della gratitudine non hanno tempo e non hanno spazio perché esistono nel presente e saranno nel futuro.

Una nuova carica di speranza alberga nel mio cuore, in cui sento che un inedito desidera venire alla luce, un nuovo soffio dello Spirito aleggia sulla mia Chiesa.

«Non cedete alla tentazione dei numeri e dell’efficienza, meno ancora a quella di confidare nelle proprie forze. Scrutate gli orizzonti della vostra vita e del momento attuale in vigile veglia» (Papa Francesco, A tutti i consacrati).

A completare queste parole di Papa Francesco mi vengono in aiuto quelle di don Tonino Bello: «Oltre a vegliare, dovete anche svegliare! Svegliate la gente dall’appiattimento spirituale. Destatela dal sonno religioso, dalle abitudini sonnolente, dalla ripetitività rituale. Aiutatela ad entrare nella storia, operando le scelte di ogni giorno secondo la logica delle “beatitudini” e non secondo i criteri del tornaconto». L’atteggiamento che più mi caratterizza è quello della resilienza e nel riconoscere che le radici sono ben affondate nel terreno della Parola, nella tensione alla carità e nel coraggio della verità.

Il terreno della Parola è uno spazio da vangare e coltivare ininterrottamente affinché, in una danza continua, la narrazione lasci il passo al silenzio oppure si esprima in altro modo: con simboli, gesti, immagini, colori, parabole. Come ci ricorda il Catechismo della Chiesa cattolica al numero 166, «il nostro amore per Gesù e per gli uomini ci spinge a parlare ad altri della nostra fede». Interpellata nella mia libertà a rispondere all’iniziativa di Dio che si rivela alla mia vita, è importante saper narrare e testimoniare come l’amore si fa carne.

Pensavo come nel nostro oggi nessuno è escluso dal www, ovvero World Wide Web (ragnatela grande quanto il mondo), che ha rivoluzionato le caratteristiche dell’informazione e della narrazione. Non basta cliccare, selezionare ed essere in rete per poter trasmettere e testimoniare «ciò che i nostri occhi hanno visto, le nostre mani hanno toccato e le nostre orecchie hanno udito» (1 Giovanni 1, 1). Un sms, una chat o una e-mail non è sufficiente per raccontare il nostro incontro personale con colui che i cieli dei cieli non possono contenere, e che viene ad abitare in mezzo a noi. I nuovi mezzi di comunicazione possono accorciare le distanze, essere usati per condividere opinioni, incontrare e contrarre nuove conoscenze ma non ci assicurano che in tutto questo l’uomo abbia “connesso” il proprio cuore.

Come il nostro Dio si fa uomo per raggiungere la nostra umanità così anche noi siamo chiamati a farci prossimo, anche nella nostra corporalità. La strada da percorrere non è una autostrada a più corsie né è un’agevole via in discesa ma, da Betlemme, procede inarrestabilmente verso il Golgota cioè «va dalla mangiatoia alla croce» (Edith Stein, Mistero del Natale).

L’esperienza di fede è qualcosa che non si può dire ma solo vivere, perché è qualcosa che si sente, che si percepisce, che vibra dentro, che fa brillare gli occhi, che produce un brivido e che fa intuire una presenza e un’assenza.

La mia vita ha ragione di essere vissuta perché in tensione continua verso la carità, cioè aperta, nuda, con un cuore gonfio e operoso, in dialogo e in sintonia verso ciò che pulsa, che ama e che lotta per nascere.

La vita consacrata ha «molto cuore», come ci ricorda Teresa d’Ávila, indiviso, integro, che plasma e che tocca Dio e i fratelli. Con coraggio perciò invito anche altre donne consacrate, come me, a riempire la terra di “beatitudini” per alimentare la bellezza della speranza.

di Francesca Palamà

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17 ottobre 2019

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