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Giotto archeologo

· La Roma trecentesca nel Polittico Stefaneschi ·

Per il Giovedì dei Musei del 20 ottobre scorso Antonio Paolucci, nella sala conferenze dei Musei vaticani — per l’occasione gremitissima — ha introdotto, con impareggiabile maestria, la presentazione dei risultati emersi dal restauro del Polittico Stefaneschi. Erano con lui Serena Romano e Marco Ciatti, seguiti poi da altri interventi di alcuni dei molti che hanno partecipato all’impresa. 

Giotto di Bondone «Polittico Stefaneschi» (1330)

Il recupero critico e l’analisi scientifica di quest’opera insigne sono legati al recente trasferimento del capolavoro a Milano, per la mostra, a Palazzo Reale, Giotto e l’Italia. Esposizione che dal settembre 2015 ha visto per la prima volta riuniti insieme i massimi capolavori del maestro toscano. Di quest’opera bifronte di Giotto sono stati sottolineati vari aspetti, che è stato possibile indagare meglio grazie al restauro e allo straordinario, eccezionalissimo prestito per la mostra di Milano, operazione che ne ha richiesto il temporaneo smontaggio.
È stato presentato il volume Ricerche sul Polittico Stefaneschi. Giotto nella Pinacoteca Vaticana, curato da Antonio Paolucci, Ulderico Santamaria, Vittoria Cimino e appena edito congiuntamente da Electa e dai Musei Vaticani (2016, pagine 256, euro 35), che raccoglie i saggi di un nutrito gruppo di specialisti. Nell’occasione è stata sottolineata la peculiare autoripetizione del trittico (fuga frattale), una caratteristica che trova espressione nelle mani dell’offerente, il quale, mostrando un modello del lavoro che ha commissionato e facendone dono a San Pietro, ritrova sé stesso offerente proprio in quel modello. Sia pur solo in una pennellata, la scena idealmente si ripete ancora e ancora, sempre più piccola, ma non più lontana, all’infinito. Modello in scala ridotta e dunque anche lieve da offrire, che mostra oltretutto le parti perdute e restituisce l’aspetto del trittico nella sua interezza.
Ma può essere qui ripetuto anche quel che in questa occasione non si è detto, considerandolo arcinoto ai presenti: sul retro del trittico sono illustrati nel momento del martirio san Pietro e san Paolo, rafforzando il legame di quest’opera fiorentina con Roma. La croce decussata alla quale è appeso con la testa all’ingiù san Pietro è collocata tra due piramidi e questo anche radica e rinsalda l’opera alla città. Di queste due piramidi quella di Caio Cestio è ancora esistente, come si sa, mentre l’altra, vaticana, si trovava presso Castel Sant’Angelo ed è andata perduta. Ma questo ideogramma del lato occidentale della città nel Trecento meriterà di essere approfondito, perché dice molto di quanto più non si conserva della “prima” Roma, come ancora la si poteva percepire all’inizio del Trecento. Qualcosa, sia pure tramite elementi meno certi, si può osservare in tal senso anche a proposito della decapitazione di san Paolo alle Tre Fontane. Questo interesse quasi archeologico del trittico Stefaneschi, inteso come testimonianza indiretta sui resti della città di Augusto, teatro storico del duplice martirio, andrà ulteriormente esplorato e approfondito.

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08 dicembre 2019

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