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Giornalisti e martiri

· Nel settantesimo anniversario della morte a Dachau del beato Titus Brandsma ·

Settant’anni fa, il 26 luglio 1942, fu ucciso a Dachau padre Titus Brandsma, il carmelitano olandese elevato nel 1985 all’onore degli altari e proclamato, accanto a san Francesco di Sales, copatrono dei giornalisti. Sin dagli anni Trenta denunciò la componente anticristiana del nazismo, continuando – sostenuto dall'episcopato – anche dopo l’invasione tedesca dell’Olanda.

Nell’agosto 1941 era già stato ucciso ad Auschwitz il francescano polacco Massimiliano Kolbe, giornalista preterintenzionale, perché la sua missione era per la conversione dei peccatori e la santificazione dei credenti. Ad Auschwitz, in rappresaglia alla fuga di un detenuto, dal suo blocco furono scelti dieci prigionieri da fucilare e lui ottenne di sostituire un padre di famiglia. La serie si era aperta nel 1934 con l’esecuzione di Fritz Michael Gerlich. A Monaco, aveva subito individuato in Hitler il profeta di una «devianza che condurrà alla barbarie», definendo il nazismo «una peste dello spirito», «uno dei più grandi tradimenti della storia della Germania». Di fronte alla pavidità di molti cristiani, agli inizi del 1932 fondò il settimanale «Der gerade Weg» (La dritta via), sottotitolato «Giornale tedesco per la verità e il diritto». Un altro testimone tedesco è Nikolaus Gross, sindacalista e giornalista cattolico oppositore del nazismo, beatificato nel 2001. Dopo il fallito attentato del 20 luglio 1944, fu impiccato a 47 anni. A un figlio che all'arresto gli aveva chiesto «Papà, dove vai?», dal carcere rispose «vado là, dove mi indica la volontà di Dio».

Al mondo dell’informazione appartengono anche due italiani: il laico Odoardo Focherini (di cui sono state proclamate di recente le virtù eroiche, dal 1969 è Giusto fra le nazioni) e il francescano Placido Cortese (la causa di beatificazione è in corso). Li accomuna l’età al momento della morte, 37 anni nel 1944, e le ragioni per le quali furono uccisi: l'aiuto prestato in particolare agli ebrei. Padre Cortese, direttore del «Messaggero di Sant’Antonio» (dal 1937 alla morte) e dal 1942 attivo in favore di ebrei, profughi croati  e sloveni, prigionieri di guerra e carcerati, fu rapito nell'ottobre 1944.

Di lui si persero le tracce fino al 1955 quando si seppe che, dopo le torture, era stato ucciso nel novembre 1944. Uno fra i tanti martiri che  onorano la professione, alla quale appartengono anche altri testimoni, credenti o no, nella libertà e nei diritti degli uomini.

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09 dicembre 2018

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