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Giocando alla tavola del re

· Scacchi e altri passatempi nell’alto medioevo ·

Secondo una consolidata tradizione storiografica l’alto medioevo corrisponderebbe a un periodo di radicale marginalizzazione del gioco dovuta alla dura condanna dell’otium, così come di tutti gli altri valori della cultura classica, formulata dalla Chiesa e dagli ambienti ecclesiastici. Tale rifiuto sarebbe ben compendiato da Isidoro di Siviglia, che nelle sue Etymologiae mette al bando gli spectacula dell’impero romano: «Per il cristiano non deve esserci niente a che fare con l’insania del circo, l’impudicitia del teatro, la crudelitas dell’anfiteatro, l’atrocitas dell’arena, la luxuria del ludus». Le ricerche raccolte negli atti della sessantacinquesima settimana spoletina organizzata nell’aprile dello scorso anno dalla Fondazione Centro italiano di studi sull’alto medioevo (Il gioco nella società e nella cultura dell’alto medioevo, Spoleto, Cisam, 2018, 2 volumi, pagine 920, euro 140) sembrano ridimensionare e sfumare la portata di questa correlazione. Nonostante le “serie” preoccupazioni di ordine militare, politico e socioeconomico che assillavano le classi dominanti dell’epoca, afferma Gherardo Ortalli nell’introduzione, l’interesse per le attività ludiche e soprattutto la loro pratica nella quotidianità europea non scomparvero affatto.

Un mosaico della pavimentazione della basilica di San Savino a Piacenza

Da una lettera di Sidonio Apollinare, vescovo di Clermont ed esponente dell’alta aristocrazia gallo-romana, siamo ad esempio informati sugli svaghi che alla metà del v secolo un gruppo di fedeli poteva concedersi dopo il pellegrinaggio sulla tomba di san Giusto a Lione: i più giovani si intrattenevano con la palla, mentre agli anziani erano riservati i dadi, oggetto fin dal tempo dei romani di costante sospetto e di continui divieti, sempre aggirati.

Altrettanto rilevante è il caso, nuovamente di area gallica ma risalente alla fine del vi secolo, della badessa Leubovera, a cui furono mosse numerose accuse di immoralità (nel monastero di Poitiers sarebbe stato ospitato un giovane eunuco acconciato in abiti femminili, si sarebbero celebrati sponsalia, si sarebbero adottati comportamenti inopportuni verso le monache e si sarebbero utilizzati in modo improprio alcuni paramenti sacri), compresa quella di aver giocato ad tabulam, ovvero con i dadi e il tavoliere. Stando al resoconto di Gregorio di Tours, che faceva parte del collegio di prelati incaricato di esaminare la situazione, la badessa si giustificò dicendo che anche santa Radegonda, fondatrice del monastero, usava giocare e che né la regola di Cesario d’Arles né i canoni ecclesiastici proibivano in alcun modo tale svago.

Talvolta alle testimonianze scritte si affiancano singolari ritrovamenti archeologici, come quelli relativi agli scacchi, di cui parla Lucinia Speciale. Il più antico esemplare del gioco in Europa è costituito dal set rinvenuto nella città molisana di Venafro, che secondo un’analisi al radiocarbonio risalirebbe alla metà del x secolo.

Data la foggia aniconica dei pezzi alcuni studiosi lo ritengono un prodotto di importazione; tuttavia, questo tipo di lavorazione era tutt’altro che sconosciuto nell’Occidente latino.

Si pensi ad altri pezzi da gioco restituiti in tempi più o meno recenti dagli scavi nonché a celebri rappresentazioni, come il mosaico che abbellisce il pavimento del presbiterio della basilica di San Savino a Piacenza, in cui si riconosce un uomo proteso su una scacchiera, o quello sul soffitto della Cappella palatina di Palermo, dove due giocatori si affrontano in una partita. Di grande raffinatezza è anche la più rilevante serie di scacchi figurati di cui disponiamo: detta di Carlo Magno, la collezione è appartenuta al tesoro dell’abbazia di Saint-Denis prima di essere trasferita alla fine del Settecento presso il Cabinet des Médailles et Antiques della Bibliothèque Nationale de Paris (ora de France). Degli elementi originari, forse realizzati nella seconda metà dell’xi secolo tra Amalfi e Salerno, sono giunte fino a noi sedici figurine in avorio, che risentono di influenze sia della corte normanna sia dell’artigianato islamico.

Tale vivacità ludica è documentata anche nell’Oriente bizantino, come mostra Giorgio Vespignani. Qui i ludi circenses, che consistevano in corse di carri e in spettacoli di abilità e coraggio con cavalli o animali esotici, sopravvissero a lungo. Sul piano politico, l’ippodromo era considerato un luogo di propaganda e di ricerca del consenso da parte della corte imperiale ed era al tempo stesso lo sfondo ideale per sedizioni alimentate da notabili che si servivano abilmente del sostegno degli aurighi, a cui era riconosciuta una cattiva fama di agitatori di strada.

Sul piano simbolico, tutti gli elementi di cui si componeva l’ippodromo e il complesso cerimoniale che regolava le gare sembravano riflettere l’ordine cosmico: i sette giri compiuti dalle quadrighe richiamavano i giorni della settimana, i colori delle fazioni (bianchi, rossi, verdi e azzurri) rappresentavano le stagioni e gli elementi naturali e la circolarità della pista faceva riferimento al moto del sole e degli astri. Il tutto contribuiva a costruire una complessa teologia politica, che trovava uno dei suoi momenti di massima espressione nell’ambigua figura dell’imperatore auriga. Il sovrano che veniva celebrato attraverso questa meticolosa messa in scena lasciava il luogo che gli era più consono, gli spalti, per entrare nell’arena, trasformandosi, al pari di un novello Nerone, nel sacerdote del proprio culto. Ecco allora che l’ippodromo, luogo reale e immaginario, poteva funzionare come una potente metafora, tanto che nella seconda metà dell’VIII secolo, nel pieno della crisi iconoclasta, Costantino v ordinò la sostituzione di alcune immagini sacre con raffigurazioni dei ludi e tre secoli più tardi Michele Psello fece ricorso all’esempio dell’auriga per descrivere il malgoverno di Michele v: «Avendogli i cavalli immediatamente presa la mano, si lasciò trascinare all’impazzata per l’ippodromo e lui, l’auriga frastornato dal tumulto del galoppo, fu sbalzato dal posto di guida e rimase appiedato tra i pedoni».

Persino gli autori cristiani non disdegnarono immagini desunte dal linguaggio degli spettacoli, se Giovanni Crisostomo insiste sulle similitudini tra la vita spirituale del cristiano e la rigida disciplina dell’auriga. Ma le corse di cavalli non erano certo l’unico passatempo praticato o apprezzato a Costantinopoli. Nei palazzi imperiali, ricorda Antonio Carile, circolavano indovinelli, enigmi e motti di spiriti, come quelli contenuti nella raccolta Philogèlos; ci si dedicava volentieri agli immancabili dadi, agli scacchi — che talvolta potevano essere occasione per congiure come quella fallimentare ordita dagli Anemàs ai danni di Alessio i Comneno (gli attentatori scamparono al rogo grazie alla clemenza del sovrano) — alla caccia e a una sorta di polo rudimentale, in cui due squadre a cavallo dovevano colpire con una racchetta una palla di cuoio. Anche la lotta era gradita durante i pranzi a corte. Prima di diventare imperatore Basilio i, che proveniva da una famiglia di modesti contadini macedoni, si era distinto come lottatore grazie alla sua prestanza fisica.

Non mancavano, infine, rappresentazioni teatrali e intrattenimenti musicali per processioni e cerimonie, cariche di significati simbolici. Nonostante la scarsità dei documenti, anche i popoli considerati barbari consacravano parte del proprio tempo al gioco e allo sport. Già Tacito ricorda la passione, a suo dire smodata, dei germani per i dadi, un’occupazione che ritenevano così importante da arrivare a porre come posta, in caso di sconfitta, la propria libertà personale.

Le saghe della mitologia nordica ci informano, poi, di prove di destrezza con le armi, di gare di corsa e di nuoto, di battute di caccia con gli sci e di opulenti banchetti in cui, secondo l’Edda di Snorri Sturluson, ci si poteva sfidare a chi mangiava o beveva di più o più in fretta.

Diffuse erano anche pratiche meno impegnative dal punto di vista fisico che consistevano nella composizione e nella recitazione di versi o nella narrazione di storie, a cui poteva accompagnarsi il suono di strumenti musicali. Non mancavano infine giochi da tavolo simili agli scacchi: nelle regioni scandinave si praticava l’Hnefatafl o tavola del re, il cui obiettivo consisteva nel proteggere il sovrano dall’assedio da parte dei pezzi dell’avversario, e in Irlanda si giocava al Fidchell, probabilmente simile nello scopo, anche se il suo funzionamento è tuttora poco chiaro. In conclusione, come dimostrano i preziosi e autorevoli studi raccolti nel corso della settimana spoletina, se si conducessero sondaggi più accurati sulle fonti documentali e materiali che possediamo (per la verità quantitativamente poco consistenti e spesso posteriori rispetto al periodo in esame), si scoprirebbe che nell’alto medioevo, nonostante interdizioni e limitazioni formali, gli spazi per la ludicità continuarono a esistere coinvolgendo in vario modo laici ed ecclesiastici.

di Giovanni Cerro

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20 ottobre 2019

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