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Giapponesi in cerca di trascendenza

· Tra nuovi culti e fascino per il matrimonio cristiano ·

Con la sconfitta nella seconda guerra mondiale e la fine del culto dell’imperatore, in Giappone, sembra essersi creato un vuoto spirituale che le religioni tradizionali — shintoismo e buddismo — non hanno saputo colmare. Piuttosto si sono create le condizioni per la prolificazione di nuove religioni, dette shinshūkyō. Nonostante negli anni queste organizzazioni religiose siano cresciute in maniera costante, è negli anni del boom economico, Settanta e Ottanta, che si è assistito a una vera e propria esplosione: il processo di inurbazione ha privato le persone del tradizionale legame con i templi e i santuari delle comunità d’appartenenza, fornendo quella base di potenziali devoti che sarebbe infine confluita nelle maglie delle numerose religioni non-tradizionali.
Il Governo giapponese ha recentemente stimato che oggi esistono più di duecentomila nuove religioni in tutto il Paese, e molto spesso la nascita di questi nuovi culti non ha nulla a che fare con l’appagamento dei bisogni spirituali. Infatti seppure il Governo non richieda alcun tipo di registrazione ai gruppi religiosi, né l’obbligo di esibire alcun tipo di certificazione, tuttavia le organizzazioni religiose certificate ricevono dei benefici fiscali consistenti. Non è un caso dunque che circa l’ottanta per cento di questi gruppi si autocertifichino come religiosi.
La crescita esponenziale delle nuove religioni in Giappone è però deflagrata con tale radicalità che la sola speculazione economica non riesce da sola a giustificare il fenomeno. Certamente un generale disorientamento esistenziale è presente soprattutto nelle nuove generazioni: la mancanza di saldi riferimenti spirituali si riflette nella ritualità composita che scandisce i momenti più significativi della vita del cittadino nipponico: esiste un detto secondo il quale un cittadino giapponese nasce in un santuario scintoista, si sposa con rito cristiano e muore in un tempio buddista. In un tale contesto di pluralismo confessionale — vissuto però superficialmente, con una preparazione dottrinale scarsa o del tutto assente — le persone, specialmente i giovani, difettano gli stimoli per un approfondimento impegnato, e si rifugiano nella comoda e contagiosa indifferenza indotta dall’atmosfera di relativismo culturale, ormai pienamente globalizzata.
In questo contesto di offerte multiformi per soddisfare — per quanto nominalmente — un comune bisogno di trascendenza, il cristianesimo, nonostante la generale indifferenza indotta da un linguaggio quotidiano totalmente secolarizzato, sembra paradossalmente avere l’occasione migliore per aprire una nuova pagina di evangelizzazione.

di Cristian Martini Grimaldi

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20 settembre 2019

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