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​Giansenio
in Biblioteca Vaticana

· ​Giovanni Gaetano Bottari, Pierfrancesco Foggini e dintorni ·

Cornelis Jansen, il vescovo di Ypres che con il postumo Augustinus (1640) mise a soqquadro la Chiesa per più di un secolo e mezzo con un’infinita sequela di dispute, polemiche e drammi, naturalmente non ha mai messo piede in Biblioteca Vaticana. Ove però abbondano le opere sue e dei suoi seguaci, da Saint-Cyran ad Antoine Arnauld, da Pasquier Quesnel a Pietro Tamburini, anche se in gran parte pervenute più tardi, fra Otto- e Novecento, con le accessioni delle biblioteche Mai, Barberini, Chigi e Rospigliosi. Fra l’austero prelato olandese e la biblioteca dei papi vi sono però anche altri rapporti, sostanziati in una corposa, significativa, non breve né casuale presenza, nella seconda metà del Settecento, di suoi simpatizzanti fra i bibliotecari vaticani, con strascichi e continuità che attraversarono anche l’Ottocento. Come potrà constatare chi, per memoria, desideri fare una passeggiata che, partendo da Santa Maria in Trastevere, passando per Palazzo Corsini alla Lungara, lo conduca a San Giovanni dei Fiorentini. Ma procediamo con ordine.

Gaspar van Wittel, « San Giovanni dei Fiorentini vista da Borgo Santo Spirito» (1700 ca)

Abbagliato dal mosaico absidale raffigurante Cristo Signore che, quasi confidenzialmente, pone la sua destra sulla spalla della Sposa (che è la Chiesa ma anche Maria), il visitatore della basilica trasteverina quasi non si avvede del monumento funebre che nella navata sinistra si erge, addossato alla parete, a pochi metri dallo splendore musivo del xii secolo. La piramide, di un verde antico, è sostenuta da due leoni di bronzo; al suo centro un medaglione cinto da un lauro ricorda i chiari meriti del defunto e ne ritrae la semplice vita: magni ingenii vir justus et propositi tenax (...) in sacerdotii muneribus rite obeundis et in versandis scribendis edendisque libris totam vitam suam ad exemplum sanctiss. duxit et obdormivit in pace.
Le sepolture (o monumenti funebri) con l’uso di piramide sono in verità ampiamente diffuse nella Roma barocca e settecentesca. In principio era stato il modello raffaellesco per i monumenti funebri di Agostino e Sigismondo Chigi nella cappella familiare a Santa Maria del Popolo. Furono però il restauro e l’ampliamento della cappella commissionati nel 1652 dal futuro Alessandro vii Chigi a Gian Lorenzo Bernini a rappresentare la fortuna del motivo. Da quel momento, e almeno sino a Canova, la ricreazione del soggetto classico della piramide funeraria si diffuse nelle chiese romane con innumerevoli varianti che ne garantirono un costante successo. La piramide può essere al centro o fare da sfondo; accanto o sopra di essa possono librarsi aquile o comparire angeli con la tromba che annuncia la resurrezione, per ridestare il defunto, di cui talvolta sorreggono il ritratto, per mostrarlo ancora vivo; oppure è lo stesso defunto a comparire inginocchiato in preghiera, quasi per dimostrare che quanto di lui veramente conta non è nel sepolcro. Piramidi adornate di sculture si ritrovano a Palestrina nelle sepolture Barberini (1676), nella cappella Capizucchi a Santa Maria in Campitelli (1685), nei monumenti a Francesco Erizzo († 1700) a San Marco e a Francesca Calderini Riccardi a San Giovanni dei Fiorentini (1700), in quelli cardinalizi per Giuseppe Renato Imperiali a Sant’Agostino († 1737), per Carlo Leopoldo Calcagnini († 1746) a Sant’Andrea delle Fratte, per Giuseppe Feroni († 1767) a Santa Cecilia; oppure in quelli più “borghesi” per lo scultore Filippo Della Valle († 1777) a Santa Maria in Aracoeli e per Enea Caprara († 1793) a San Lorenzo in Damaso.
La singolarità del monumento di Santa Maria in Trastevere non è dunque nella struttura ma nella figura le cui spoglie mortali sono deposte nella chiesa, una personalità importante della Roma settecentesca nella quale si riassumono un’epoca e una stagione. Il fiorentino Giovanni Gaetano Bottari, secondo (dal 1739) e poi primo custode (nel 1768) della Biblioteca Vaticana, fu infatti uno dei maggiori esponenti del filo-giansenismo romano. All’ombra di San Pietro, nella biblioteca dei papi, e prima ancora nella città, fu per oltre un quarantennio il testimone e il propagatore di un rigorismo che, senza il retroterra teologico e le rigide austerità dei seguaci d’oltralpe di Port-Royal, permeò vasti ambiti della società romana, dalle famiglie nobili a membri del clero e della prelatura. Non si trattò, naturalmente, di una schematica ripetizione dei modelli francesi. Il giansenismo italiano, e in particolare quello romano condizionato dalla particolarissima condizione dell’Urbe, assunse tratti originali e particolari. Di quest’incarnazione, dell’acclimatazione del giansenismo sulle rive del Tevere Bottari e in seguito Pier Francesco Foggini (secondo custode della Vaticana dal 1768 e primo custode nel 1782, al momento della «giubilazione») furono sicuramente tra le figure più rappresentative. (...)
La scomparsa nel giro di pochi anni dei due preti fiorentini e bibliotecari vaticani — Bottari nel giugno 1775, Pier Francesco Foggini nel giugno 1783, sepolto il primo a Santa Maria in Trastevere, il secondo a San Giovanni dei Fiorentini — non segnò però la fine di una stagione. Quando morì Foggini, era cardinale Bibliotecario (dal 1779, lo sarebbe rimasto sino alla morte nel 1801) Francesco Saverio de Zelada, romanissimo, anche se figlio di genitori spagnoli. A dispetto del prenome che portava, fu tra i porporati maggiormente avversi alla Compagnia di Gesù della cui soppressione — e dell’esecuzione del provvedimento a Roma — fu uno dei più attivi protagonisti, ricavandone non pochi vantaggi. Si guadagnò infatti la riconoscenza di Carlo iii di Spagna per aver ridonato alla corona il pieno potere sui territori coloniali ove la presenza gesuita era forte e ingombrante, divenne prefetto degli studi nel Collegio Romano, mentre dal grande sommovimento librario originato dalla soppressione trasse alimento la sua nota bibliofilia.
Bottari, Foggini, de Zelada, ma anche l’antigesuitismo di Angelo Maria Querini (cardinale Bibliotecario dal 1730 al 1755), Domenico Passionei (cardinale Bibliotecario dal 1755 al 1761) e Giuseppe Garampi (primo custode dell’Archivio Vaticano dal 1751): tutti attivamente partecipi del «circolo dell’Archetto». Giansenismo e antigiansenismo sono certo termini elastici che possono riferirsi a realtà diverse, stricto e lato sensu (lo sapeva già Benedetto xiv che col cardinale de Tencin si lamentò delle «troppe patenti» di giansenista affibbiate «anche a chi condanna di vero cuore le proposizioni di Giansenio»). Una simile concentrazione di personalità filogianseniste e antigesuite non può però essere casuale né senza significato in Biblioteca Vaticana. Che forse non fu un covo di giansenisti ma certo richiamò, nel secondo Settecento, personalità dall’inconfondibile profilo e di indiscutibile orientamento. Del fatto bisognerà tentare una spiegazione. 

di Paolo Vian 

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16 dicembre 2019

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