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Gian Burrasca ante litteram

· Nuovi leopardiani ·

«Ora tu sei, minestra, dei versi miei l’oggetto,/e dirti abominevole mi porta gran diletto». La poesia prosegue su questo tono con altri allegri, birichini versi martelliani, ma la cosa sorprendente è la firma: Giacomo Leopardi. Sembra una parodia ma non lo è: con queste parole un Giacomo non ancora dodicenne prende in giro la cucina della nonna e non lascia adito a dubbi sulla sua avversione per le zuppe.

Gianni Di Conno, «Giacomo il signor bambino»

Al Gian Burrasca ante litteram di Recanati Paolo Di Paolo ha dedicato un libro splendidamente illustrato da Gianni Di Conno, Giacomo il signor bambino (Tolentino, Rrose Sélavy Editrice, 2015, pagine 40, euro 14) pensato per i lettori under 10, in cui il futuro poeta chiama a raccolta la sua cerchia più intima per una scorribanda notturna nella cucina di casa: i fratelli Carlo e Paolina ma anche i suoi giocattoli, i tarocchi, e soprattutto l’amato teatro dei burattini.
Giacomo bambino fu davvero un vivacissimo regista e attore. Il suo personale teatro domestico, liberato dalla polvere e dall’oblio del tempo, è stato recentemente riportato in vita dalla compagnia Carullo-Minasi che ha accettato (e vinto) la sfida di mettere in scena il Leopardi più difficile, filosofico, sarcastico e amaro. Ne è nato uno spettacolo che ha messo d’accordo pubblico e critica e ha fatto incetta di riconoscimenti — tra cui il premio Teatri del Sacro 2015 — De Revolutionibus. Sulla miseria del genere umano, tratto da due operette morali Il Copernico e Galantuomo e Mondo.
La riscoperta di Leopardi non è limitata all’Italia. Nel mondo anglosassone, la sua poesia sta vivendo una nuova giovinezza grazie alle bellissime traduzioni di Jonathan Galassi. «Da noi — spiega lo scrittore americano — è conosciuto soprattutto come l’autore dell’Infinito e del Sabato del villaggio. La sua ricerca sulle illusioni è molto profonda e originale. Leopardi può diventare importante per la nostra letteratura quanto lo sono Baudelaire o Rilke. Rimane una grandissima e incomparabile fonte d’ispirazione. La lettura di un poeta come lui non può non influenzare, non solamente l’atteggiamento poetico e morale di uno scrittore, ma anche il suo stile. Sono affascinato dai resoconti dei suoi viaggi nell’Italia del suo tempo, dai suoi sforzi, spessissimo disattesi dalla realtà, di trovare una società colta e accogliente. E dal suo sentimento religioso. Mi pare che anche quando contestano la religione organizzata, strutturata, i grandi poeti (penso anche a Montale) provino sempre un profondissimo senso di riverenza e di amore per l’esistenza».
Leggere e studiare Leopardi influisce inevitabilmente sullo stile di chi scrive; è successo anche a Stelvio Di Spigno, studioso del recanatese e poi autore in proprio di un canzoniere accorato, leopardianamente «lieto e pensoso». Leopardi, scrive De Spigno, «è il nume tutelare della lirica europea, con Hölderlin e Baudelaire fonda la modernità nella poesia che tutti abbiamo respirato sin dai banchi di scuola. Ogni questione che il conte affronta la affronta per primo e ne dà una visione cosmica e totale, nella quale le nostre personali esperienze e il nostro pensiero si conformano, posteriormente, senza che ce ne accorgiamo. Ha parlato per tutti, di tutti, parlando di sé, mettendo insieme una titanica aspirazione alla totalità con il sentimento di essere parte di un universo decisamente fuori misura per la fragilità dell’essere umano».

E proprio lo straniamento del “fuori misura” è forse la cifra più caratteristica della poetica di Di Spigno. «Milioni di anni sotto i piedi — si legge nella bellissima Ballata del giorno normale (in Fermata del tempo, Marcos y Marcos 2015) — e nessuno sa dirmi cosa mi aspetta./Siamo una specie senza predizione./E col presente non va meglio:/cos’è questo tutto che mi circonda,/quanto è larga la parola destino,/quando incontrerò qualcuno/che mi somiglia».

di Silvia Guidi 

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