Avviso

Questo sito utilizza cookies...
I cookies sono piccoli file di testo che aiuto a migliorare la sua esperienza di navigazione nel nostro sito. Navigando in ogni parte di questo sito lei autorizza l'utilizzo dei cookies. Maggiori informazioni sulla policy dei cookies visualizzando le Condizioni di utilizzo.

Gesù
e l’ipocrisia

· Meditazione sul Vangelo ·

Il brano evangelico di domenica prossima, in cui Gesù si confronta con scribi e farisei (cfr. Marco, 7, 1-8.14-15.21-23), offre lo spunto per fare qualche considerazione sull’ipocrisia. «L’ipocrisia è un omaggio che il vizio rende alla virtù» scriveva La Rochefocauld, per dire come la simulazione della vera umiltà sia una tentazione cui molti cedono. Infatti è tanto facile riconoscerla negli altri e così raramente in se stessi che tutti la stigmatizziamo senza esitazione — sino a farla semplicemente coincidere con i farisei del tempo di Gesù — con il rischio di essere ipocriti proprio mentre si giudica l’ipocrisia altrui. Gesù cita il caso dei due che vanno al tempio a pregare; mentre il pubblicano si batte il petto, il fariseo ringrazia Dio di non essere come l’altro (cfr. Luca, 18, 9-14).

Secondo il senso comune, il fariseo ipocrita è colui che predica bene e razzola male, che sa dare buoni consigli insieme a cattivi esempi, che dice in un modo e fa il contrario. Insomma, l’incoerente per eccellenza. In verità, non è mai semplice poter verificare la coerenza altrui, anche perché il rapporto tra le parole e i fatti, tra la vita pubblica e quella privata è difficilmente reperibile. Alla fine solo Dio conosce il cuore dell’uomo e sa valutare la corrispondenza delle sue azioni, come pure la sincera fatica della sua coerenza. L’uomo guarda l’apparenza, Dio vede il cuore. Ma qui proprio di apparenza si tratta, ed ecco che l’ipocrisia si configura come quel modo gentile e cortese con cui ci si rende gradevoli al prossimo, capaci di andare d’accordo con tutti; con gli uni che pensano una cosa, e con gli altri che pensano l’opposto.

Tra le molte colorazioni dell’ipocrisia, la più spiccata s’identifica con l’insincerità e la reticenza, con quell’atteggiamento di studiata cautela nel parlare, che alcuni apprezzano scambiandola per prudenza, saggezza, diplomazia. Se non avesse un positivo quanto ambiguo riscontro sociale, l’ipocrisia verrebbe apertamente bollata come vizio, e invece la si accredita come virtù per la sua abilità, per la sua simulazione appunto. Chi sa sospendere un discorso prima di una parola o di un’espressione particolarmente forte, chi evita il tranello teso da un interrogativo diretto che provoca una presa di posizione netta, costoro normalmente ricevono approvazione, insieme a una sospettosa valutazione di furbizia. Proprio a causa dell’ambiguità, da cui proviene e a cui tende suscitando complicità, l’ipocrisia è facile da definire e difficile da riconoscere.

Gesù ha avuto il suo bel da fare con i farisei, discutendo molto con loro, senza mai venire a capo di un discorso, anche perché l’ipocrita è con i discorsi che si camuffa. I fatti, poi, sono altra cosa, che non è dato di leggere in contemporanea con le parole. Ed ecco che l’invettiva di Gesù, diretta al cuore di ogni uomo, non ha di mira che la conversione: dalle parole ai fatti, nella coerenza. Come poi ognuno possa intraprendere questo percorso di disambiguazione è senz’altro faccenda complessa. Il Vangelo di Gesù è essenzialmente offerta di chiarezza al cuore umano nell’incontro con colui dinanzi al quale non serve fingere, perché ti ama e ti rispetta per quello che veramente sei.

di Maurizio Gronchi

EDIZIONE STAMPATA

 

IN DIRETTA

Piazza S. Pietro

20 novembre 2019

NOTIZIE CORRELATE