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Gesti non parole

· Il cardinale Koch per i cinquant’anni di «Nostra aetate» ·

Verba docent, exempla trahunt. È sulla falsariga di questo detto latino che le relazioni tra cristianesimo ed ebraismo potrebbero migliorare. Non è possibile infatti fermarsi alle parole, agli incontri, ai convegni, perché il patrimonio spirituale comune a ebrei e cattolici è talmente grande che non può essere espresso solo con parole ben formulate, ma deve sfociare in azioni pratiche. 

Lo ha detto il cardinale Kurt Koch, presidente della Commissione per i rapporti religiosi con l’ebraismo, intervenendo nei giorni scorsi a Roma a una conferenza promossa dall’International Council of Christians and Jews.

E ha offerto un esempio concreto, ricordando una riunione tenutasi nel 2004 a Buenos Aires, per iniziativa della Commissione pontificia da lui presieduta, insieme all’International Jewish Committee on Interreligious Consultations. Il tema centrale era quello della giustizia e delle attività socio-caritative a esso legate in campo ebraico e cristiano e vi partecipò anche il cardinale arcivescovo Jorge Mario Bergoglio. «Non ci siamo limitati a parlare. Siamo riusciti — ha spiegato Koch — a raccogliere fondi da organizzazioni internazionali che sono stati messi a disposizione della Caritas per progetti di aiuto ai poveri e ai bisognosi». Non va dimenticato che l’Argentina all’epoca era alle prese con la recessione economica. «In simili circostanze — ha aggiunto il porporato — le prime vittime sono sempre coloro che si trovano ai margini della società». Proprio per questo, è stato dato un segno tangibile: i partecipanti all’incontro si sono recati in una mensa popolare per i poveri, creata e gestita da un giovane sacerdote e da un rabbino.

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23 novembre 2019

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