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Su Gerusalemme
Trump è solo

· Ondata di critiche per un’iniziativa che apre gravi interrogativi sulla stabilità complessiva della regione ·

Una veduta della Città vecchia di Gerusalemme (Reuters)

Con una decisione unilaterale, che non tiene conto delle risoluzioni delle Nazioni Unite, il presidente statunitense Donald Trump, ha annunciato ieri il riconoscimento ufficiale di Gerusalemme quale capitale israeliana e l’avvio delle procedure per il trasferimento dell’ambasciata da Tel Aviv. Si tratta di un’iniziativa che rischia di vanificare anni di complessi e faticosi negoziati e che apre pesanti interrogativi sulla stabilità complessiva della regione. Quasi tutte negative le reazioni internazionali alla decisione del presidente statunitense. Il breve discorso pronunciato da Trump prima della firma del memorandum per il riconoscimento di Gerusalemme quale capitale dello stato d’Israele ha toccato due punti chiave, collegati tra loro, e che da oltre sessant’anni sono al centro del contenzioso israelo-palestinese: lo status della città e la soluzione dei due stati. «È ora di riconoscere Gerusalemme come capitale. È l’inizio di un nuovo approccio al conflitto israelo- palestinese» ha detto l’inquilino della Casa Bianca. Oggi «riconosciamo l’ovvio: Gerusalemme è la capitale d’Israele. È il riconoscimento della realtà, niente di più». Non una parola, invece, è stata spesa da Trump su un altro nodo centrale e delicatissimo: quello degli insediamenti israeliani in Cisgiordania, giudicati illegali dalle Nazioni Unite e che rappresentano uno dei principali ostacoli nel negoziato con i palestinesi. La presa di posizione di Trump ha suscitato un’ondata di reazioni. «Solo realizzando la visione di due stati che convivono in pace e sicurezza, con Gerusalemme capitale di Israele e della Palestina, tutte le questioni sullo status saranno risolte in via definitiva» ha detto il segretario generale dell’Onu Guterres. Per il presidente palestinese, Mahmoud Abbas, la decisione statunitense «ci porta alla guerra» e Washington «non è più un mediatore». Numerose le proteste in molti altri paesi arabi, soprattutto in Giordania. 

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21 luglio 2018

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