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Gerosolimitani di Svezia

· Nel romanzo di Selma Lagerlöf ·

Uscito in Svezia la prima volta nel 1901-1902, Jerusalem di Selma Lagerlöf è da poco stato ripubblicato da Iperborea (Milano, 2017, pagine 511, euro 19,50). Non è un caso che un libro del genere abbia una vita così lunga, in un periodo in cui la vita media di un volume, dopo la sua uscita, è più o meno di tre mesi.

 Selma Lagerlöf

Selma Lagerlöf è stata la prima donna a ottenere il premio Nobel per la letteratura nel 1909. Gerusalemme è stata sempre una città utopica — luogo geografico e insieme luogo spirituale — e in questo caso l’autore della postfazione, Luca Scarlini, fa riferimento a quanto questo luogo sia stato capace di attirare persone da tutto il mondo dopo il 1850, anno che segna l’inizio della rivoluzione industriale, dell’urbanizzazione di massa, di uno stile di vita che è il più lontano possibile da qualsiasi visione utopica del mondo.

Come da tanti altri paesi, anche dalla Svezia un gruppo di trentasette persone, con l’avallo di una cittadina americana, decide di vendere tutto e trasferirsi nella città santa, seguendo il richiamo del Signore e di fatto vivendo in una sorta di comune, in anticipo di quasi un secolo rispetto alla moda dei futuri figli dei fiori.

Lagerlöf, incuriosita da questo fatto, si recherà di persona a Gerusalemme e farà domande, e cercherà di capire. Da questa esperienza nascerà questo libro, un romanzo a tutti gli effetti. Come un romanzo, in fondo, potremmo considerare la stessa esperienza dei coloni. Premesso questo, bisogna ancora aggiungere, per spiegare l’interesse del libro, che riusciamo a seguire attraverso gli occhi dell’autrice la nascita della moderna Gerusalemme, della città che allora era quasi tutta soltanto dentro le mura, con poche costruzioni presso la porta di Damasco. Una città dove serpeggiava l’ostilità fra gli stessi cristiani di riti diversi, dove i musulmani erano in maggioranza ed erano in fondo più aperti dei cristiani e convivevano con gli ebrei ortodossi. Si potevano riconoscere, scrive l’autrice, dai berretti verdi, gli ebrei dai lunghi riccioli «a cavaturaccioli». A un certo punto la signora americana, sfuggita al naufragio dell’Universo, da cui tutta questa esperienza era nata — i nomi sono ovviamente stati cambiati dall’autrice rispetto a quelli reali — esce di notte sul balcone e sente, o almeno le sembra di sentire, la storia di Gerusalemme narrata dalla grande moschea di Omar che racchiude la pietra sacra, col racconto intramezzato dagli interventi della chiesa del Santo Sepolcro, cioè la storia dai due punti di vista.

Scrive l’autore della postfazione che «Ingrid Carlberg, autrice di un’acclamata biografia di Raoul Wallenberg, ha raccontato sull’Independent, il 3 marzo 2016, come la lettura del libro, a cui l’aveva costretta un fidanzato prima di un viaggio a Gerusalemme, malgrado le sue prevenzioni, le abbia cambiato la vita».

È difficile riassumere il romanzo di Lagerlöf in poche righe. Innanzi tutto è diviso in due parti nettamente distinte: la prima, che corrisponde circa alla prima metà, si svolge in Svezia e si presenta come una sorta di saga; la storia di una famiglia, la più importante del paese, che si intreccia con quella di tutti gli altri personaggi che poi si trasferiranno in Palestina. La seconda, invece, è la descrizione della vita a Gerusalemme, ed è probabilmente la parte più interessante. Sono struggenti i brani, ricorrenti un po’ in tutto il volume, in cui i personaggi si trovano a fare i conti con la scelta di lasciare tutto, per mai più tornare. I diversi stati d’animo si possono riassumere in quelli dei coloni alla partenza di Ingmar, che ritorna in Svezia: «Guardandolo pensavano involontariamente a tutto quanto di buono, di onesto e di sicuro c’era nella loro vecchia patria e che sembrava aver raggiunto anche loro, finché egli era lì. Si sentivano sperduti in quel paese senza legge, in mezzo a tutti quegli uomini che, senza misericordia e senza tregua, si combattevano a vicenda per la conquista delle anime. E i loro pensieri vagavano con nostalgia verso la Dalecarlia. Vedevano le loro terre, i campi, le fattorie, la gente che camminava tranquilla per le strade, quella sicurezza, quella vita sempre uguale, quegli anni che si succedevano così simili uno all’altro che era impossibile distinguerli. Ma proprio ricordando quella pace immutabile del vecchio paese, rinasceva al tempo stesso in loro l’entusiasmo e la gioia di essersi gettati nella vita, di essersi dati uno scopo e un ideale per cui lottare». Nell’insieme, Jerusalem è un romanzo che sembra scritto di recente e che non dimostra affatto il suo secolo abbondante di vita. (sabino caronia)

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