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Gerarchia delle cose

· L’annuncio di Papa Benedetto XVI in alcuni commenti sulla stampa internazionale ·

«Nei fondamenti del cattolicesimo — ha detto Julia Kristeva, semiologa e psicoanalista bulgara naturalizzata francese al quotidiano italiano «Avvenire» — Benedetto XVI ha cercato ciò che è aperto e pone domande, congiungendo simbolicamente sant'Agostino a Freud e Heidegger. La vita e il pensiero, quindi, come interrogativo e cammino».

Un Papa profondamente agostiniano, che ha avuto a cuore soprattutto la lotta contro il nichilismo e il relativismo morale, nel commento di Henri Tincq, Une théologie de la foi face aux torments du siècle , pubblicato all’interno del dossier che «Le Monde» dedica nel numero del 13 febbraio alle dimissioni del Papa. Anche Carol Zaleski, docente di religioni allo Smith College, nel suo intervento A humble pope su «The New York Times», ascrivendo al Pontefice «umiltà e saggezza», chiama in causa il santo di Ippona: «per gli intellettuali di molte fedi che lo ammirano, Benedetto XVI è un profondo pensatore religioso di tradizione agostiniana».

Il seme fertile di una rinuncia è invece il titolo dell'editoriale di Ernesto Galli della Loggia sul «Corriere della Sera»: «Con il passare delle ore appare sempre più evidente che il gesto con cui Benedetto XVI ha posto fine al suo pontificato, lungi dall’essere un gesto di “rinuncia”, è stato in realtà l’opposto: un gesto di governo di grande portata e insieme un atto di alto magistero spirituale». Un gesto, conclude lo storico contemporaneista non credente, che «suona come un invito a ridefinire la gerarchia delle cose, a stabilire priorità più autentiche, a distinguere ciò che conta da ciò che non conta. E dunque a cambiare rispetto a ciò che siamo. Un invito che va ben oltre i confini della cattolicità. Di fronte al travolgente mutamento dell’epoca che incalza da ogni dove, il capo della più antica e veneranda istituzione dell’Occidente, dà una lezione spirituale di segno fortissimo mutando esso per primo attraverso la rinuncia. Le nostre società, noi stessi — esso sembra dirci — non possiamo essere più ciò che fino ad oggi siamo stati. I segni dei tempi ci impongono di trovare altre regole, di immaginare altri scopi, altri ideali per il nostro stare insieme. Dal tratto più intimo, più sobrio, più vero. È di un tale rinnovamento che abbiamo bisogno».

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