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Geometria di un pellegrinaggio

· Sulla linea di san Michele che collega l'Eyuropa e il Vicino oriente ·

Sul numero domenicale del 14 agosto dell’«Osservatore Romano», un diario di viaggio in Cornovaglia di Ferdinando Cancelli (pubblicato a pagina 5) ha riproposto il tema della linea di San Michele, ovvero del sorprendente allineamento geografico che si può riscontrare considerando l’ubicazione di alcuni santuari di fondazione approssimativamente coeva (XII secolo) e di origine templare. 

L’itinerario seguito dalla colonna franco normanna nella prima crociata

Sono allineati lungo una bisettrice: quella dell’angolo con vertice a Sidone che comprende l’Europa. Dunque questa linea, dritta come una spada, può definirsi l’asse principale, baricentrico del viaggio tra l’Europa e il Vicino oriente. Una direttrice ricchissima di significati nella sua interezza, oggi più che mai. Infatti la traversata mitologica di Europa, ricalcata dalla diffusione del cristianesimo, ripercorsa dai pellegrinaggi e dalle crociate, è ora divenuta anche e soprattutto una via di fuga dalla violenza e dalla guerra: il viaggio della speranza di profughi e di migranti.
Il tema quindi merita di essere ripreso per cercare di accompagnare quell’approfondimento centrato sul presidio inglese e sulla notissima postazione francese di tale ben più esteso tracciato con una sia pur sommaria considerazione dell’intero asse — benedettino prima ancora che templare — rispetto al quale emerge l’origine o la mèta sidoniana più ancora che gerosolimitana, la centralità perugina, la terminazione irlandese, nella finis terrae più estrema, non quella di san Giacomo ma quella di san Benedetto, situata com’è già in mezzo all’oceano l’isola di san Michele, la maggiore e più occidentale delle Skelligs: Skellig Michael. Si possono e si devono però porre adeguatamente in luce anche le stazioni albanesi, macedoni, greche, cipriote. Senza tacere che questo tracciato passa per Norcia, ove giunsero in Italia a Preci dal Vicino oriente i primi monaci, i “padri del deserto” pre benedettini di sant’Eutizio a Piedivalle, gravemente colpita e semidistrutta dagli ultimi terremoti.
Oggi si potrebbe essere indotti a credere che questa disposizione di monumenti sia una scelta, un virtuosismo, un gioco. Niente affatto, era una necessità, una valida soluzione a un problema, un presidio molto utile. Se in alto su un promontorio, su una guglia, su un monumento elevato in altezza, in terra, lungo le coste o sulle isole, si collocava un’immagine dell’arcangelo, quasi come stava in antico all’ingresso del porto il colosso di Rodi, una delle sette meraviglie del mondo, si rendeva di giorno, e con le torce anche di notte, molto più facile l’avvistamento, il riconoscimento. Proprio come una méta, come un faro. La statua doveva essere indeperibile, meglio di bronzo che di pietra. Allineare quei traguardi serviva a contrassegnare, a indirizzare e ad assistere gli spostamenti lungo una direttrice predeterminata.
Da principio e sino a tempi molto recenti, si sapeva solo da dove si era partiti. Dove si era arrivati si poteva stabilirlo all’avvistamento di paesaggi noti. Quando ci si trovava ancora con le navi in mezzo al mare o con le carovane in mezzo ai deserti, per sapere dove si era giunti, quanto mancava alla méta, vi erano due questioni da risolvere: occorreva sapere in che direzione ci si era spostati e quanta distanza si era percorsa. Per rispondere al primo interrogativo bastava — nei tratti dai paesaggi indistinguibili o sconosciuti ai viaggiatori — mantenere sempre la stessa direzione procedendo continuamente con attenzione, anche solo a vista, in modo rettilineo.
In terra si potevano prendere riferimenti lungo il percorso seguìto, tenendoli tra loro allineati alle spalle. Far questo per mare significava soprattutto tenere d’occhio la scia, ma non bastava. Col cielo limpido ci si poteva aiutare di notte con la posizione della stella polare e di giorno con il sussidio un poco più incerto e complesso delle clessidre associate agli orologi solari, gnomoni portatili (che recavano spesso la scritta me lumen vos umbra regit un monito anche metafisico che avvertiva come il tempo fosse regolato, scandito dalle luci dell’universo, al cui cospetto siamo ombre fragili e transeunti). Erano probabilmente meridiane mobili gran parte degli “occhi” di prua, graduati dalle ciglia, o gli scudi esterni scompartiti sul modello di quello omerico di Achille, così frequenti nella iconografia vascolare antica. Col cielo coperto e col tempo cattivo si cercava di raggiungere il primo riparo e di star fermi. Quanto al secondo punto, la risposta era più complessa e il problema era risolvibile in due modi, che potevano essere utilizzati uno come verifica della precisione dell’altro. Si poteva stimare approssimativamente e di continuo la velocità, annotandone le variazioni, spostando quindi lungo la linea della direzione prescelta tracciata sulla carta (la “rotta” delle acque, la scia, per mare o l’azimut per terra) il punto in cui si stimava di essere giunti. Oppure si poteva applicare il teorema di Pitagora, approssimando per brevi estensioni la superficie terrestre ad un piano: il tratto percorso lungo la linea prestabilita veniva associato a un triangolo rettangolo e misurato in base a uno dei due cateti, quello in direzione nord-sud (era l’unico conoscibile e misurabile in base all’altezza del polo celeste sull’orizzonte), nei quali veniva scomposto: per misurare l’ipotenusa di quel triangolo, che era la distanza percorsa, si conoscevano un lato e i tre angoli, dati che erano più sufficienti a determinare l’entità del procedere nella direzione prestabilita. Questo secondo metodo non si poteva usare — e ci si doveva limitare al primo, più approssimativo ed incerto — solo se si tracciava una rotta o un azimut verso est o verso ovest (e diventava sempre più impreciso man mano che il percorso si avvicinava al levante o al ponente). Meridiane, clessidre, goniometri, traguardi, archipendoli (fili o aghi a piombo su scale graduate): raramente si disponeva di strumenti di precisione ulteriori, come il meccanismo rinvenuto sui fondali di Anticitera, un vero e proprio computer meccanico che consentiva di stabilire al trascorrere del tempo il moto della luna e dei cinque pianeti visibili, oltre che del sole. Soprattutto non sempre vi era un valido geometra, astronomo o matematico nel convoglio o a bordo sull’imbarcazione. Così carovane e naviganti erano assistiti dalle icone disposte lungo il percorso, tra le quali primeggia quella di san Michele.
Occorre però procedere con ordine. Nel planisfero di Fra Mauro, del 1450-1460, che non è rovesciato, ma col sud in alto, oltre a quelle situate e distribuite regolarmente lungo il bordo circolare, una nona rosa dei venti è raffigurata quasi al centro del mondo, nel mare di Palestina, mentre sulle isole Skelligs al largo dell’Irlanda — dipinta nello stesso color oro — si trova una croce: sono i due estremi della linea di san Michele. Una tale disposizione di chiese, santuari e monasteri dedicati a san Michele (spesso indicato come sant’Angelo) può essere stata costruita anche con l’uso azimutale di strumenti quali la groma, il goniometro, precursori del sestante, ma certo è risultata meno incerta e più immediata con l’introduzione della bussola, dovendosi escludere la possibilità di traguardo diretto da una stazione all’altra: cioè — come si è detto — ricercando la via più breve, “facendo rotta” costante, per terra o per mare, verso una direzione precisa che nel caso della linea di san Michele è quella mediana di chi dall’Europa si rechi in Terra Santa e che corrisponde in senso inverso alla linea che lascia alle sue spalle, all’imbarco, chi da Gerusalemme sia risalito verso i luoghi evangelici, tra il lago di Tiberiade e il mare, quindi proseguendo il suo cammino si affacci sul Mediterraneo in corrispondenza di Sidone con l’intento di avvicinarsi all’Europa e di attraversarla. Guardando alla sua scia per mare o alle sue tracce per terra, chi viaggi con tale intento si volge alle sue spalle (o fa ritorno a Sidone) in direzione 117 gradi sessagesimali dal nord (est sud est circa). Vale a dire che da Sidone procede verso l’Europa con la prua per 297 gradi bussola (rivolto a ovest nord ovest circa). Restando su questa rotta la longitudine percorsa, allora non direttamente misurabile, era approssimativamente pari al doppio della variazione di latitudine, conoscibile e agevolmente misurabile al mutare dell’angolo di altezza del polo celeste sull’orizzonte.

di Francesco Scoppola

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25 agosto 2019

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