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Generosa mediazione dei vescovi in Nicaragua

· Dopo l’aggressione al cardinale Brenes, al suo ausiliare e al nunzio apostolico ·

«Noi vescovi della conferenza episcopale del Nicaragua, abbiamo deciso di continuare a fornire il servizio che il governo ci ha chiesto, come mediatori e testimoni del dialogo nazionale. Con lo stesso entusiasmo e lo stesso impegno. Presto inviteremo alle sessioni plenarie»: con queste parole Silvio José Báez, vescovo ausiliare di Managua, ha annunciato che il dialogo non si ferma, che i tentativi per un accordo pacifico per la democratizzazione del paese vanno avanti. Nonostante le aggressioni subite lunedì 9 a Diriamba dal cardinale Leopoldo Brenes, dallo stesso Báez, rimasto ferito a un braccio e a cui è stata strappata la croce pettorale, e dal nunzio apostolico, Waldemar Stanisław Sommertag, i vescovi hanno deciso di andare avanti perché sperano di trovare una soluzione pacifica alla crisi sociopolitica che soffre il paese e che ha provocato almeno 320 morti da aprile scorso.

In una riunione straordinaria tenutasi ieri, la conferenza episcopale del Nicaragua è stata unanime nella decisione di continuare a svolgere la funzione di garante del dialogo, iniziato il 16 maggio, perché, come ha detto Báez, «continuiamo a credere che il dialogo sia il modo per superare la violenza. Non ci ritiriamo, nonostante l’ostilità del governo».

Numerose le voci che si sono levate nelle ultime ore per condannare l’aggressione. Brenes e i due prelati, accompagnati da altri sacerdoti e da un gruppo di giornalisti, si erano recati a Diriamba con un pullmino — come già avevano fatto qualche settimana fa nella città di Masay — per portare aiuto alla popolazione locale che da diversi giorni vive nel terrore a causa dei continui scontri. Proprio a causa delle recenti violenze, molti si erano rifugiati nella chiesa di San Bartolomeo. Lì erano diretti il cardinale e i due vescovi prima di essere bloccati a San Sebastián da un gruppo di sostenitori del presidente Ortega e dalla polizia. Questi hanno circondato la basilica; poco dopo — stando al resoconto di testimoni oculari — un gruppo di uomini con il volto coperto da una maschera nera ha fatto irruzione nella chiesa iniziando a picchiare chiunque si trovassero davanti, inclusi i tre prelati, che sono stati strattonati e aggrediti fisicamente e verbalmente. A molti giornalisti sono state distrutte fotocamere, smartphone e telecamere. La basilica è stata devastata.

L’aggressione a Diriamba è soltanto l’apice di una crisi devastante che rischia, come sottolineano molti commentatori, di portare il paese sudamericano sull’orlo della guerra civile. La situazione è nuovamente precipitata nell’ultima settimana dopo che, il 7 giugno, la conferenza episcopale — incaricata di mediare nel dialogo nazionale — aveva consegnato personalmente al presidente Ortega una lettera per proporgli l’anticipo delle elezioni al prossimo marzo. Nel corso di un comizio due giorni fa Ortega aveva detto di non considerare le elezioni una priorità. L’episcopato nicaraguense chiedeva di anticipare le elezioni generali al marzo 2019.

Dopo il rifiuto di Ortega le violenze si sono inasprite, a volte in maniera molto grave, perfino con esecuzioni extragiudiziali. Lo denuncia anche l’ong Human Rights Watch, secondo la quale alti funzionari nicaraguensi sono responsabili di gravi abusi commessi sotto i loro occhi. «Non c’è stata alcuna indicazione che i funzionari abbiano preso provvedimenti per prevenire e punire le violazioni» scrive Hrw in un comunicato, «al contrario, le hanno negate, spesso accusando i manifestanti di violenza».

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