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Generazione perduta

· La storia di Hyam rifugiata siriana in Libano che vorrebbe aiutare i bambini traumatizzati dalla guerra ·

Tel Abbas, Nord Libano. Hyam ha tredici anni. Fino a tre anni fa viveva con sua madre, suo padre e i suoi due fratelli a Qusayr, città siriana a ridosso del confine libanese e molto importante negli equilibri della guerra per la presenza della milizia libanese sciita di Hezbollah. Una mattina una bomba uccide il padre di Hiyam. Il destino di quello che resta della sua famiglia è il destino comune agli altri quattro milioni di profughi siriani: l’esodo.

Da allora Hyam vive a Tel Abbas, nella regione di Akkar, tra le montagne libanesi al confine con la Siria, in una delle migliaia di quelle tendopoli dimenticate che sono diventate parte integrante del territorio del paese, nascoste tra le valli o in mezzo alle campagne, e in pieno inverno, sepolte dalla neve. Hiyam ha gli occhi pieni di speranza e un grande zaino verde al bordo del materasso su cui dorme. Vorrebbe fare la psicologa da grande «per aiutare i bambini traumatizzati dalla guerra», dice.

Traumatizzati come lei. Quando racconta la guerra, la piccola Hyam lo fa con i particolari della vita quotidiana, perché per i bambini siriani la guerra è stata questo: un elemento tra tanti nella vita di ogni giorno. «Ero in casa con la mamma che stava cucinando i maqi (involtini siriani) ma non avevamo abbastanza ceci così chiesi a mia madre se potessi uscire a comprarli, ma mia madre era contraria, perché sentiva il rumore dei bombardamenti e aveva paura. Ho insistito così tanto che mi ha fatto uscire. “Corri” mi ha detto, “corri più che puoi e torna subito a casa”». Hyam racconta di aver incontrato il cugino lungo la strada e di essersi fermata con lui a guardare le mucche in un campo, a salutare la zia, che abitava in una casa poco distante dalla piccola bottega di alimentari. Ma al negozio di alimentari, Hyam non è arrivata mai. «Improvvisamente abbiamo visto un aereo sulla nostra testa e abbiamo capito. Io ho tappato le orecchie con le mani con tutta la forza che avevo. Del dopo ricordo solo il sangue sul mio braccio e la pelle che non c’era più». Quel giorno una bomba è caduta poco distante da Hyam e da suo cugino, le schegge hanno colpito il braccio della bambina, che nonostante le molte operazioni subite in Libano, non potrà mai più distenderlo completamente. La lunga cicatrice che parte dalla spalla e arriva al polso è il segno che per tutta la vita farà di Hyam una dei milioni di bambini siriani che portano sulla pelle il trauma della guerra.

A Qusayr Hyam era la più brava della classe: diligente, curiosa, costante. Racconta che a scuola aveva un piccolo armadietto di colore rosso in cui teneva tutti i libri che avrebbe voluto leggere, già da bambina si interessava di anatomia e biologia. Aveva grandi sogni, studiare medicina e poi specializzarsi. La sua era una famiglia benestante, avevano una grande casa a due piani. D’estate il padre portava lei e i suoi fratelli lungo il fiume Oronte e ognuno di loro esprimeva i propri sogni sul futuro.

Oggi Hyam frequenta una scuola informale in Libano, cioè una struttura in cui operatori e volontari di varie ong (libanesi e internazionali) mettono a disposizione il proprio tempo per dare nozioni fondamentali ai bambini rifugiati, impegnare il loro tempo e impedire che diventino vittime di matrimoni precoci, sfruttamento lavorativo e soprattutto reclutamento da parte di gruppi fondamentalisti. Ma le scuole informali non hanno curricula riconosciuti dalla scuola pubblica libanese, dunque i bambini che le frequentano stanno di fatto perdendo anni di insegnamento. Hyam è una dei trecentomila bambini siriani che in Libano sono esclusi dal sistema scolastico.

Il Libano conta quasi sei milioni di abitanti; i rifugiati siriani ufficialmente registrati sono un milione e mezzo, ma le organizzazioni umanitarie stimano che da quando l’Unhcr (Alto commissariato per i rifugiati delle Nazioni Unite) ha smesso di registrare i profughi, sotto indicazione del governo di Beirut, il numero sia cresciuto almeno del trenta per cento. Ciò significa che in Libano un abitante su quattro è un profugo siriano. Inoltre, per disincentivare i rifugiati a restare nel paese, il governo libanese non ha mai autorizzato la costruzione di campi profughi ufficiali, così il milione e mezzo di siriani in fuga dalla guerra sta vivendo l’ennesimo inverno da esule all’interno di campi che, in alcuni casi, non hanno nemmeno l’acqua potabile. Dopo cinque anni.

Del milione e mezzo di profughi, più della metà sono bambini in età scolare, Hyam è una di loro. Per tre anni e mezzo i siriani non sono stati ammessi nelle scuole libanesi, perdendo gli anni centrali della formazione scolastica.

Una delle più gravi conseguenze del conflitto siriano — che ha generato e continua a generare la più grave crisi umanitaria degli ultimi venticinque anni — è che un’intera generazione di bambini, vittime di traumi psicologici e fisici, costretti a vivere in condizione di pericolo e fragilità, sta crescendo senza alcuna educazione.

Solo in Libano sono mezzo milione i bambini siriani, dai 6 ai 18 anni, che stanno diventando una generazione perduta. A confermarlo è anche il rapporto The Future of Syria – Refugee Children in Crisis rilasciato da Unhcr, secondo cui più della metà dei bambini siriani che si trovano a vivere temporaneamente in Libano e in Giordania (paesi confinanti con la Siria e che accolgono il maggior numero di profughi) sono esclusi dalla formazione scolastica.

Hyam sa che le ore di lezione spese nella scuola informale di Tel Abbas non contribuiranno alla sua formazione scolastica, eppure ogni mattina si sveglia prima di tutti e comincia a studiare. Letteratura, geografia, storia soprattutto perché, dice, «la storia mi insegna quello che è stato e mi aiuta a prevedere quello che sarà». Nel suo libro di storia tiene un disegno fatto a mano, l’ha fatto lei a matita durante una delle tante notti in cui non riusciva a dormire. «Rappresenta il mio amore per la Siria». Il disegno raffigura una mappa stilizzata della Siria, dal centro del paese si estendono due braccia che stringono una bimba. La bimba è Hyam. «In questo disegno c’è il mio amore per il mio paese. Mi manca. E noi manchiamo a lei, alla Siria, perché nessuno di noi ha scelto di andare via. Noi siamo stati costretti a scappare per non morire».

Hyam chiude gli occhi. Elenca tre desideri. Desidera studiare ancora nel suo paese, desidera che suo fratello Mohammed, quindici anni, possa smettere di lavorare per mantenere la famiglia, e desidera dormire ancora nel suo letto, a Qusayr. «Poi c’è un desiderio che non si può avverare — dice — cioè che tornino i giorni d’inverno, quando a Qusayr scendeva la neve e mio padre mi accompagnava a scuola a piedi». Oggi il capofamiglia è Mohammed. Quando sono arrivati in Libano Mohammed aveva dodici anni. Ha capito che qualcuno avrebbe dovuto sacrificarsi per la famiglia, e siccome è il primogenito l’ha fatto lui. Aveva un sogno, Mohammed, avrebbe voluto fare il pilota civile perché dall’alto — dice — «tutto sembra più bello». Oggi invece Mohammed fa l’operaio in una ditta edile. Lavora dalle sei del mattino al tramonto, per una manciata di dollari al giorno. Non sempre riceve la paga pattuita, eppure non si ribella, perché sua madre ha bisogno di soldi per sfamare la famiglia.

Quando Mohammed esce dal campo, all’alba, per andare a lavorare, i suoi fratelli dormono ancora. «Vorrei che studiassero» afferma il ragazzo. «Farei di tutto affinché possano continuare a studiare. Il mio sacrificio deve essere l’unico di questa famiglia. Vorrei tanto che mia sorella facesse qualcosa di utile per la società».

Hyam, che vuole diventare psicologa per ricucire le ferite dei bambini traumatizzati dalla guerra, Hyam che aiuta la mamma a lavare i vestiti di tutti i fratelli, Hyam che cammina nel fango per arrivare a una scuola che non le darà alcun diploma, Hyam che prega, che sorride ballando, Hyam che sui banchi della sua scuola informale chiude gli occhi e piange pensando al padre ucciso dalla guerra.

da Tel Abbas Francesca Mannocchi

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21 agosto 2019

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