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Gatti e letterati

A quando risalgono le relazioni tra le due specie gli etologi probabilmente non hanno ancora determinato. Ma un bibliotecario assai colto, Giuseppe Fumagalli, prese una volta a tema di una sua «cicalata» l’influenza del gatto niente meno che sulle sette arti liberali. Baudelaire ha cantato gatti «puissants et doux» amati da «savants austères». Di secoli più antichi sono, in Italia, esemplari famosi appartenuti a Francesco Petrarca e a san Filippo, entrambe gatte. 

Walter Limot, «La mano della scrittrice francese Colette» (1934, Musée Carnavalet)

Chi visita la casa di Arquà, dove il poeta morì piegando la testa sopra un libro, trova conservata la mummia della prima. L’altra ha una rispettabile documentazione, perché al processo del santo parecchi testimoni ne riferirono. Stava a San Girolamo della Carità, con altri gatti «molto grassi e grossi», e tutti nella vecchia casa dovevano trovare impegno nella caccia dei topi. Ma Filippo, anch’egli un letterato, l’apprezzava per qualche altra sua virtù, e se ne serviva per esercitare i discepoli. Quando si trasferì alla Vallicella, nel 1583, ne spediva ogni giorno qualcuno a San Girolamo per governare e rifornire di cibo la gatta, che campò altri cinque anni. Un papa addirittura, alcuni secoli dopo, Leone XII, viveva asceticamente in Vaticano, entro poche stanze, con un suo gatto, alimentato a polenta. Morto nel 1829 l’augusto padrone, l’ambasciatore di Francia Chateaubriand ebbe l’animale, che era tutto grigio e tranquillo: se lo portò a Parigi, dove diventò un gattone e viveva ancora nel 1833 (la piccola storia è consegnata ai Mémoires d’outre-tombe, con qualche abbellimento).

Anche Louis Duchesne, francese di Roma, il grande storico della Chiesa antica, prete di autentica pietà e direttore dal 1895 al 1922 della «École» di palazzo Farnese, era appassionatissimo di gatti. Ne aveva, si racconta, una dozzina, affidati alle cure di una governante, che li pettinava e profumava, e ammanniva loro padellate di pesce fritto. Un gatto bianco e una gatta nera, di pura razza, erano i preferiti, e Jérôme Carcopino lo vedeva entrare in biblioteca, con la gatta prostesa sulla spalla. Un altro allievo memorialista l’osservò aggirarsi per la stanza e fermarsi a una finestra dalla quale si scopre la cupola di San Pietro: i tratti tesi mostravano l’intima sofferenza, poiché erano i giorni della condanna ecclesiastica della sua Histoire ancienne de l’Église (il felino stava nella solita posizione, accosciato). La leggenda ha ritagliato forse la sua parte nella storia. Ma egli stesso narra umoristicamente, in lettera del novembre 1921, un ritorno a Roma in quella compagnia. Il treno aveva avuto sette ore di ritardo, e i viaggiatori erano piombati in pieno sciopero («Me voilà naufragé avec ma gouvernante, trois chats et sept colis. Heureusement le ciel propice nous envoie un pauvre diable qui accepte de nous aider. A nous trois nous nous chargeons de ces bagages; les chats, très bousculés, se résignent avec une paisible philosophie»). Questa pacata filosofia della vita era forse ciò che lo storico più amava di trovare negli animali prediletti.

In una delle sue ben lavorate Cose viste, Ugo Ojetti rievocò un altro ecclesiastico, veneziano, nello scrittoio, e con l’immancabile compagnia di un gatto, custode della libreria. Era monsignor Ferdinando Apollonio, arciprete di San Marco, storico anch’egli e scrittore alla maniera del Gozzi. Un bel vecchio, alto, diritto e pieno, e Ojetti lo trovò in canonica, il giorno dopo la dichiarazione di guerra del 1915, che leggeva Cesare, serenamente (all’alba, Venezia era stata bombardata dall’alto). Sette anni dopo, lo rivisitò, portando questa volta la conversazione su papa Sarto, con il quale Apollonio aveva avuto qualche dissapore. «Un santo, un santo», rispose, e si voltò a chiamare il gatto, con qualche malizia: «Picci, Picci, sto sior xè un giornalista, beato lù».

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