Avviso

Questo sito utilizza cookies...
I cookies sono piccoli file di testo che aiuto a migliorare la sua esperienza di navigazione nel nostro sito. Navigando in ogni parte di questo sito lei autorizza l'utilizzo dei cookies. Maggiori informazioni sulla policy dei cookies visualizzando le Condizioni di utilizzo.

Garibaldi e l’accoglienza

· ​L’eroe dei due mondi a Caprera ·

Di Garibaldi si sono dette e scritte tante cose, forse troppe. Su tanti, forse troppi temi: dall’eroismo indiscusso alla controversa questione della sua avversione alla religione cattolica. A questo proposito è interessante notare che il suo capo di stato maggiore, Giuseppe Sirtori, proveniva da una formazione ecclesiastica ed era stato un religioso; a lui si è presto aggiunto fra’ Pantaleo, incontrato a Salemi e divenuto gran tesoriere dei mille o ancora il prete Ferdinando Bianchi che ottenne la resa ai garibaldini di diecimila uomini dell’esercito borbonico. Ciò che è sicuro è solo il suo anticlericalismo. Ma non è stato forse posto adeguatamente in luce il fatto che fosse — o per lo meno che si sentisse — un meridionale, legato agli altri meridionali da quella complicità indissolubile che nasce nella condizione di essere esclusi, di venire o sentirsi offesi, di non essere rispettati come gli altri. 

Nessuno si è mai sognato, essendo nato a Nizza, in Francia, di considerarlo meridionale. Certo di questione meridionale la storiografia risorgimentale ha cominciato a occuparsi subito, a partire dall’Unità, come per la questione romana. Ma della natura meridionale di Garibaldi si è ragionato assai meno. Mentre invece meridionale Garibaldi a suo modo lo era: rispetto alla regione della Provenza, Nizza è al mezzogiorno, rispetto alla Francia — alla quale la sua città natale viene annessa proprio alla vigilia dell’Unità — la costa mediterranea è percepita come profondo sud, specie nelle sue propaggini verso la Spagna e verso l’Italia.
Dunque meridionale, periferico e di incerta, controversa appartenenza nella sua città natale. Né davvero italiano, né francese: certo anche per questo guarda come a sé stesso alla Corsica. È però forse anche per questo motivo taciuto che Garibaldi domina incontrastato il Mediterraneo occidentale; su questo mare non s’innalza una figura storica maggiore della sua per notorietà — Colombo primeggia certo, ma sull’Atlantico — e soprattutto per la capacità di suscitare immedesimazione, addirittura affetto perché è l’unico che di quel mare abbia saputo interpretare, sentendole vive come ferite dentro di sé, le diverse sponde.
E non solo sulle rive dei luoghi della sua nascita e della sua morte, Nizza e Caprera, ma anche a Quarto, Talamone, Milazzo, in Calabria e in Puglia alle Tremiti, dove giacciono i suoi relitti, sino a Tunisi, dove lo attendeva il confino. Questo legame col mare non si limita ai luoghi di nascita, di elezione e di morte: deriva anche dalla sua natura di soccorritore dagli annegamenti nelle acque. Garibaldi nel suo primo esercizio di disinteresse manifesto per sé stesso, di attenzione agli altri, di sprezzo del pericolo non è infatti da principio un militare, un combattente, un idealista, un massimo interprete della pratica politica, ma un prestatore di soccorso al prossimo, nelle acque. Già da bambino.
Così oggi, di fronte a un mare bellissimo che però come un mostro mitologico, come Saturno inghiotte i suoi figli — non per sua particolare perfidia ma per nostra assoluta insipienza, per nostre gravi omissioni — si intravede il modo di celebrare un anniversario non secondo consuetudini vuote o retoriche, ma cercando di fare tesoro degli esempi del passato. 
di Francesco Scoppola
 

EDIZIONE STAMPATA

 

IN DIRETTA

Piazza S. Pietro

18 settembre 2019

NOTIZIE CORRELATE