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A garanzia
delle libertà di tutti

· ​Non riguarderà principi fondamentali la riforma della legge sulla laicità in Francia ·

La separazione fra lo Stato e la Chiesa in una caricatura dell’epoca

Che differenza c’è fra laicità e neutralità, fra libertà di coscienza e di espressione? Che limiti deve avere l’organizzazione e la manifestazione di una religione per non ledere il principio di laicità? E che valore hanno delle regole scritte più di un secolo fa, quando il panorama nazionale era assai diverso da quello attuale? La Francia s’interroga in queste settimane se e come cambiare la legge del 9 dicembre 1905, sulla separazione fra le Chiese e lo Stato, considerata uno dei capisaldi normativi della Repubblica. Il 2019 si è aperto con due riunioni all’Eliseo durante le quali il presidente Emmanuel Macron, presenti il primo ministro e il ministro dell’Interno, ha incontrato prima i dirigenti del Consiglio francese del culto musulmano (considerata la più rappresentativa delle organizzazioni islamiche del paese) e poi i responsabili di tutti i culti, esponendo loro le linee che dovrebbero guidare la riforma: più trasparenza nei finanziamenti, garanzia del rispetto dell’ordine pubblico, consolidamento del governo delle associazioni cultuali.

Oggi la laicità si trova ad affrontare problematiche nuove, legate al montare di rivendicazioni comunitarie e derive identitarie, e al parziale stravolgimento del suo concetto a fini di stigmatizzazione, anche di gruppi religiosi. Alla base della riforma c’è la volontà di ammodernare la normativa, soprattutto per quanto riguarda l’inquadramento dell’islam, senza tuttavia toccare i grandi principi della legge. Dopo i tragici attentati terroristici che a più riprese hanno colpito la Francia, è sorta la necessità di porre una decisa barriera agli estremisti islamici, ai discorsi di incitamento all’odio pronunciati nelle moschee, ai sovvenzionamenti “sospetti” provenienti da nazioni dove resta forte il fondamentalismo. In un paese dove vive la più grande comunità musulmana d’Europa — circa 5 milioni di persone — lo Stato vuole vederci chiaro sulla qualità della formazione degli imam, sull’affidabilità della dirigenza delle associazioni cultuali (la maggior parte delle quali istituite secondo una legge datata 1901), sui fondi che le sostengono, promuovendo e favorendo la parte sana ovvero la stragrande maggioranza della popolazione musulmana, garanzia anche di vigilanza sulla comunità. Macron vorrebbe limitare i finanziamenti esteri — Algeria, Marocco, Turchia ma anche Arabia Saudita finanziano la costruzione di moschee e la gestione delle associazioni — per aiutare invece a emergere investitori interni, più controllabili, senza escludere in cambio maggiore autonomia nei profitti legati per esempio ai beni immobiliari. L’intenzione, su questo il presidente della Repubblica è stato chiaro, non è di colpire o danneggiare l’islam, creando il “capro espiatorio”.

di Giovanni Zavatta

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20 agosto 2019

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