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​Galeotto fu il libro

· ​Gli strani “scherzi” di Dio ·

Il Signore gioca strani scherzi nella vita di un credente. Questi stratagemmi di Dio — come direbbero i musulmani — avvengono talvolta grazie ad un libro. Da un lato la tradizione letteraria europea, quella migliore si intende, ha sempre intravisto nella lettura di un libro l’origine di un innamoramento, di una passione travolgente, talvolta nascosta, al limite del lecito. Famosa è quella di Paolo e Francesca, così magistralmente raccontata dal grande poeta Dante. La lettura di una storia d’amore provoca l’amore nei lettori e svela la passione della loro vita. E quanti sono gli amori che sbocciano nell’incontro intellettuale e nella comunanza di studio, se non di ricerca? È bello pensare, vedere e constatare quanto la lettura amorosa provochi l’amore.

Questo stesso procedimento interiore ed emozionale lo si intravede in un altro campo, in un’altra passione: quella di Dio. Non è infrequente nella storia della spiritualità cristiana individuare casi di vocazione religiosa nata grazie alla lettura di un’agiografia, della vita interiore di un santo o di un mistico. Si pensi a sant’Ignazio di Loyola, che nel suo periodo di malattia lesse quante più agiografie poteva. E da quella lettura appassionata è nata la vocazione che ha segnato la storia della Chiesa cattolica. Così è nata la vocazione anche di Edith Stein, santa Teresa Benedetta della Croce, che leggendo in una sola notte la vita di santa Teresa di Avila ha pronunciato il voto di consacrare la sua vita al Signore nel Carmelo e il seguito lo conosciamo.

Non voglio certo paragonarmi a questi giganti dello spirito o delle lettere, ma questo pensiero mi è nato per un “caso” di cui sono testimone in prima persona. Per un fortuito azzardo della vita mi sono dovuto recare a Pesaro, la città di Rossini. Un po’ di corsa, come è la vita oggi, ho imboccato il cosiddetto corso e dopo pochi metri mi sono imbattuto in una libreria. Mi si obietterà che nulla di particolarmente eccezionale si trova in una libreria. Eppure quel luogo ha segnato la mia vita: lì ho preso la decisione — o meglio ho risposto alla chiamata — di entrare nell’Ordine di san Domenico. Due sono i libri che avevo chiesto alla responsabile più di venticinque anni fa. Mi sarei fidato del più critico e scientifico che avrei trovato, avevo deciso. Due erano i personaggi che mi conquistavano senza conoscerli veramente: sant’Ignazio appunto, fondatore dei gesuiti e san Domenico, fondatore dei domenicani. Del primo mi fu portata una biografia senza note critiche che mi scoraggiava perché nel mio intelletto volevo e desideravo solo dedicarmi ad un Ordine il cui fondatore potessi conoscere nella sua vera realtà. Mi fu presentata una biografia senza la minima nota. Con rammarico — perché quella forse era la mia prima scelta — declinai per La legenda di san Domenico, biografia realizzata da un frate domenicano, avrei scoperto in seguito, di origini ungheresi. Il desiderio di consacrarmi al Signore era troppo impellente. In cuor mio dissi: «e sia per san Domenico!». Galeotto fu il libro e chi lo scrisse, ma in senso buono.

di Alberto Fabio Ambrosio

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26 aprile 2019

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