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Gadda e Dostoevskij al Vieusseux

· Nuove acquisizioni negli archivi fiorentini del Novecento ·

«Non sarà mai uno scrittore famoso» scrive Alessandro Bonsanti in un appunto privato sul suo amico Carlo Emilio Gadda, che, lasciando Firenze per trasferirsi a Roma, gli ha affidato un baule stracolmo di manoscritti, minute di lettere, bozze di racconti e progetti di romanzi. La profezia di Bonsanti (direttore del Gabinetto scientifìco-letterario Vieusseux dal 1941; il suo predecessore, Eugenio Montale, era stato destituito dall’incarico perché non inscritto al partito fascista) non si è realizzata, ma recentemente il baule di “scartafacci gaddiani” rimasto a Firenze dal 1950 è stato raggiunto da altro materiale appartenuto al gran lombardo.

Arnaldo Liberati, erede dello scrittore, ha donato al Vieusseux i mobili che arredavano lo studio dell’ingegnere nella sua residenza romana, in via Blumenstihl 19. La stanza, ricostruita presso l’Archivio contemporaneo Alessandro Bonsanti in via Maggio 42, è visitabile su appuntamento (tel. 055.290131). Fanno parte del lascito anche alcuni faldoni di documenti personali e una ventina di dischi: le sinfonie di Beethoven, i madrigali di Monteverdi, Palestrina, molto Rossini, ma anche un’antologia di canzoni di Claudio Villa.

Sempre al Vieusseux, nella Sala Ferri in Palazzo Strozzi, è stata presentata il 26 gennaio scorso la nuova edizione del volume di racconti Accoppiamenti giudiziosi , curata da Paola Italia e da Giorgio Pinotti (Milano, Adelphi, 2011, pagine 485, euro 27) introdotto dalle testimonianze di Sandra Bonsanti, Piero Gelli e Giuseppe Nava. Gadda, raccontano Gelli e Bonsanti, era lusingato ma anche atterrito dal successo e dalle incombenze mondane legate al mondo dei premi letterari: nelle sue leggendarie autoparodie si definisce «Lollobrigido e Sofio Loren senza avere le doti delle due campionesse sopra citate», «zucca e pero di me stesso» (un riferimento all’apologo sulla fortuna contenuto nella settima satira di Ludovico Ariosto: «Fu già una zucca che montò sublime / in pochi giorni tanto, che coperse / a un pero suo vicin l’ultime cime») uno “Zola dei poveri” (“Zoluzzo di Milano” scrive Gadda) idealmente vicino, ma nei fatti lontanissimo dalla prosa positivista e naturalista ottocentesca, consapevole che è impossibile all’autore « omnia circumspicere nella trama criptosimbolica delle cose». «Il dirmi che una scarica di mitra è realtà mi va bene, certo — scrive in un saggio raccolto nel libro I viaggi, la morte (Garzanti, 2001) — ma io chiedo al romanzo che dietro questi due ettogrammi di piombo ci sia una tensione tragica, una consecuzione operante, un mistero, forse le ragioni o le irragioni del fatto».

L’ingegnere si libera con sollievo dei suoi appunti, affidandoli alle cure di un’amico che stima e ammira, come Bonsanti, perché per lui sono fonte di angosce continue; è tormentato da un perenne senso di colpa verso gli editori. Nelle lettere che scrive al critico che per primo ha creduto in lui, Gianfranco Contini, si definisce il “morante” e il “moroso”, colui che tarda a fare tutto e non riesce a portare a termine niente (da moror, morari moratus sum ); non è solo un’immagine retorica, visto che spesso incassa gli anticipi ma non rispetta i tempi di consegna o non consegna affatto le opere promesse (nel 1948, ad esempio, riceve duecentomila lire da Vallecchi per un racconto mai inviato), scettico sulle proprie doti di scrittore, ma anche infastidito dalle lunghe trattative che deve sostenere con gli editor che troppo spesso vogliono semplificare i suoi testi linguisticamente complessi. A Firenze, dove ha rischiato di diventare direttore del Gabinetto Vieusseux (ma si è guardato bene dall’accettare l’incarico, intimidito dalle «iene toscane») sa di avere amici su cui può contare e a cui può confidare la sua ansia creativa di “novellatore anomalo” e la difficoltà nell’assemblare e organizzare all’interno di trame coerenti i «pezzi di affresco che, superstiti di un più organato collegio, sono sommersi dal tempo» come scrive a Contini il 22 luglio del 1953.

Ma nel trecentesco palazzo Corsini Suarez, in via Maggio, non c’è solo lo studio romano di Gadda. Al piano di sotto, il secondo, sono state ricreate tre sale di casa Orvieto; al primo si può vedere lo studio del compositore Luigi Dallapiccola. La stanza accanto a Gadda ospita invece le carte di Pier Paolo Pasolini: lettere, fotografie, oltre trecento tra dipinti e disegni di sua mano (anche un ritratto di Maria Callas) e l’intera biblioteca dello scrittore friulano, appena donata da Graziella Chiarcossi.

Nel “paradiso del filologo contemporaneo”, come la stampa fiorentina ha recentemente definito il Vieusseux, non mancano perle ottocentesche, come le firme nel registro degli abbonati di Arthur Schopenhauer, Stendhal, Alphone de Lamartine, Heinrich Heine, James Fenimore Cooper, Hector Berlioz, Robert Browning, John Ruskin, Rudyard Kipling, D.H. Lawrence.

Fëdor Dostoevskij si abbona per una settimana 16 agosto 1862, firmandosi Theodore: ritornerà poi nel 1868 insieme alla moglie Anna. Durante il suo secondo soggiorno termina la stesura de L’idiota , prende in prestito libri di Balzac, Cervantes, Flaubert e I miserabili di Victor Hugo. «A Firenze piove troppo, ma in compenso quando c’è il sole è quasi un paradiso» scrive alla nipote Ivanovna nel gennaio del 1869. Ma all’amico Nikolai Nikolaevich Strahov, che l’aveva accompagnato nel suo primo viaggio all’estero, in una lettera del dicembre 1868 scrive che adesso la città «è molto più rumorosa, per le strade c’è una calca terribile e la vita è molto più cara». Non tutti i cambiamenti sono positivi da quando è diventata capitale d’Italia.

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