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Un racconto
affettuoso

· «Il paese perduto» ·

Con il documentario Il paese perduto, da lui scritto e ideato, Ernesto Galli della Loggia compone un veloce ma lucido affresco dell’Italia del dopoguerra in cui si intersecano il piano storico, quello personale e quello della memoria collettiva. Attraverso la forma di un’intervista rilasciata allo stesso regista del film, Manfredi Lucibello, lo storico ed editorialista del «Corriere della sera» fa dunque una serie di considerazioni sulla scorta però dell’esperienza soggettiva e di quello che è stato il comune sentire dei suoi connazionali attraverso decenni di grandi cambiamenti. Il tenore delle sue riflessioni è di conseguenza divulgativo e il linguaggio non è quello un po’ serioso che di solito ci si aspetta da un professore di storia. Si tratta invece di un tono innanzi tutto affettuoso, forse anche un po’ malinconico, e poi molto diretto, schietto soprattutto quando l’intellettuale implementa i propri ricordi ai dati oggettivi, ma non per questo meno efficace nel delineare un quadro composito di un Paese in costante mutamento. Il tutto supportato da una scelta del materiale d’archivio che pesca filmati finora poco visti e particolarmente eloquenti.

Si parte dunque dall’immediato dopoguerra, anni di grande coinvolgimento collettivo che portarono a un’eroica e insperatamente veloce ricostruzione nazionale. Un coinvolgimento innervato da una sincera e vivace partecipazione politica che oggi appare quanto mai remota, di cui i manifesti che tappezzavano i muri delle città e i comizi capaci di attirare maree di gente, erano solo le più evidenti testimonianze. Fra i motivi che hanno contribuito a questa ripresa Galli della Loggia sottolinea poi il contributo di un’educazione scolastica in parte sicuramente repressiva ma anche improntata a una disciplina che oggi forse è giusto rimpiangere, nonché la tardiva ma provvidenziale entrata delle donne nel mondo del lavoro.

Dal discorso sull’educazione prende le mosse una riflessione più personale che farà da leitmotiv a tutto il documentario: ovvero quale significato ha avuto l’essere di sinistra per questo oratore d’eccezione e per milioni di suoi coetanei e connazionali. Secondo il suo parere, qualcosa che ha a che fare molto più con la sociologia che non con la politica in senso stretto. «Nel primo dopoguerra essere di sinistra significava essere moderni» e sostanzialmente contro la generazione dei padri. Il che, comunque, non rendeva meno profondo l’orizzonte ideologico che si era scelto. Semplicistico sarebbe dunque vedere quel modo di pensare come una specie di moda o come un espediente per facilitare le relazioni sociali. Anche se lo iato fra sostanza e fenomenologia suggerisce agli autori l’inserto di qualche filmato ironico che sembra uscire da una delle prime opere di Nanni Moretti. Di sicuro, però, non si trattava sempre di un’autentica adesione a una precisa linea politica.
In questo senso due eventi decisivi faranno da spartiacque per quella generazione. Il primo sono gli anni di piombo. Momento in cui chiedersi se si voleva davvero essere fuori o contro il sistema. L’altro, nel decennio successivo, consisterà nel sorpasso del Pci sulla Democrazia Cristiana. Era viceversa il momento di chiedersi se si voleva davvero al potere un governo comunista. Ne seguirà una fase di infiniti distinguo, che avranno come immediata conseguenza una prima erosione dell’elettorato comunista.
La stagione successiva, però, proprio perché priva di certe forti dicotomie e tensioni, non sarà meno complicata. Negli anni Ottanta si respirerà finalmente un’aria più rilassata, ma tutto quel potenziale di vitalità non si tradurrà in qualcosa di concreto, si perderà anzi in uno dei decenni più effimeri per il Paese. La caduta del muro di Berlino e dei regimi comunisti, inoltre, renderà l’Italia priva di quei referenti – l’Unione Sovietica e, di conseguenza, gli Stati Uniti — che l’avevano accompagnata per decenni. Uno dei sintomi di questo contraccolpo dovuto a un’autonomia paradossalmente eccessiva, sarà un ripiegamento della società su se stessa, e un attorcigliarsi degli interessi che la sottendono. Fenomeno che in parte contribuirà alla corruzione di Tangentopoli e quindi all’inizio del declino del Paese. Del quale il segno più tangibile, per Galli della Loggia, è l’abbandono del meridione, e lo smantellamento del suo apparato industriale. Uno scenario che lo storico e il regista seguono in prima persona passeggiando per alcuni luoghi della Basilicata. Dove si incontrano la desolazione di oggi e i relitti di un passato che prometteva orizzonti ben più ampi e vitali.
Dal punto di vista registico, si sente un po’ la mancanza di altre trasferte come questa. Sopralluoghi analoghi avrebbero ulteriormente arricchito il documentario dal punto di vista formale e soprattutto espressivo. Potrebbe essere l’idea di partenza per una versione dilatata e magari a puntate di questo prezioso progetto.

di Emilio Ranzato

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22 settembre 2018

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