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Fuori dall’apartheid

· La speranza del legale che ha difeso Asia Bibi ·

Già il termine “minoranze religiose” sta loro piuttosto stretto. Preferiscono essere chiamati “cristiani pakistani”, insistendo sul concetto, di per sé cruciale, di cittadinanza. Quello, tra l’altro, ribadito nell’incontro di Abu Dhabi tra Papa Francesco e il Grande imam di Al-Azhar, Ahamad al-Tayyib. La comunità cristiana in Pakistan, quasi il 2 per cento su una popolazione di duecento milioni di abitanti al 95 per cento musulmani, inizia a vedere raggi di speranza in una nazione in cui l’apartheid religioso l’ha sovente discriminata e penalizzata. Oggi il quadro istituzionale e politico apre nuovi scenari e leader cristiani e musulmani osservano le prospettive incoraggianti, a partire dai temi, decisivi, della legalità e della giustizia. A parlarne a «L’Osservatore Romano» è Saiful Malook, avvocato musulmano che ha difeso Asia Bibi, la madre cristiana condannata a morte per presunta blasfemia nel 2010 e assolta, al terzo grado di giudizio, dalla Corte suprema il 31 ottobre 2018. L’impegno professionale di Malook in questo caso di rilevanza internazionale ha messo a rischio la sua stessa vita, dato il clamore mediatico della vicenda che ha assunto ben presto un valore simbolico ed è stata oggetto di tenaci strumentalizzazioni. L’avvocato si è esposto in difesa di una donna cristiana attirando le ire dei gruppi radicali che l’hanno bollato come «traditore e difensore di una blasfema».

Oggi Malook può dire: «Il governo di Imran Khan ha dato prova di un impegno serio nel voler contrastare la violenza nella società e il fanatismo religioso che vuole imporre la sua legge. Ha arrestato centinaia di militanti del gruppo estremista Tehreek-i-Labbaik Pakistan. È stata una mossa coraggiosa. L’esecutivo intende dare pari dignità e diritti alle minoranze religiose e far rispettare lo stato di diritto. Su queste basi il Pakistan può sperare in un futuro migliore». La sua posizione, che esprime la visione della maggioranza dei cittadini della nazione, spesso dipinta in modo troppo sbrigativo da osservatori occidentali come «in balia del terrorismo o dell’estremismo», trova eco nelle parole del vescovo Benny Mario Travas, alla guida della diocesi di Multan, in Punjab: «Siamo confortati perché il governo sembra tenere in considerazione le questioni che solleviamo in quanto cristiani pakistani e che voglia compiere passi per combattere la discriminazione e la violenza. Questo fa ben sperare».

Nella comunità cattolica è impegnato per la giustizia e per il bene comune Khalil Tahir Sandhu, anch’egli avvocato prestato alla politica, oggi ministro per i diritti umani nel governo provinciale del Punjab. L’attuale esecutivo — rileva parlando con «L’Osservatore Romano» — ha annunciato pubblicamente di voler seguire l’eredità di Mohammad Ali Jinnah, il fondatore del Pakistan: «Questa eredità implica la visione per cui tutti i cittadini del Pakistan, senza alcuna discriminazione religiosa, godano dei medesimi diritti di libertà, uguaglianza e giustizia. Se Imran Khan sarà in grado di farlo, vi sarà un grande cambiamento nella storia del Pakistan». Un banco di prova è oggi rappresentato dalla famigerata legge sulla blasfemia, quegli articoli del codice penale che nel 1986 il dittatore Zia ul-Haq modificò in senso islamista (introducendo il reato specifico di vilipendio al profeta Maometto e al Corano) per compiacere i partiti religiosi islamici e guadagnarne l’appoggio politico. Sandhu, che nella sua carriera forense ha fatto assolvere almeno trenta cristiani accusati ingiustamente di blasfemia, rileva: «A volte i musulmani abusano della legge sulla blasfemia e la usano contro i cristiani più poveri e indifesi. Quello di Asia Bibi è stato un caso emblematico. La sua assoluzione restituisce speranza perché i magistrati hanno giudicato liberamente, senza tener conto di pressioni e minacce dei radicali. È stata una reale vittoria della giustizia».

Da qui si può partire, argomenta, «per impedire che tali abusi si ripetano in futuro. Ci sono ancora circa duecento cristiani che marciscono in carcere da innocenti, per false accuse di blasfemia». Tra loro, i coniugi cristiani Shagufta Bibi e suo marito Shafqat che sono nel braccio della morte e che «vanno salvati da una ingiusta condanna». Per questo «è urgente che lo stato assuma adeguati provvedimenti per fermare l’abuso della legge di blasfemia, affinché i cristiani possano vivere in Pakistan in pace e libertà». Sandhu è stato compagno di studi di Shahbaz Bhatti negli anni del collegio e, in vista dell’anniversario della sua morte, avvenuta il 2 marzo 2011 a Islamabad, afferma: «Il sacrificio di Shahbaz Bhatti sta portando frutti di speranza. Il Vangelo dice: se il chicco di grano cade nella terra e muore, porta molto frutto. Dialogo, comprensione e riconciliazione sono eredità del coraggio e della mitezza di Shahbaz, che è stato vero apostolo della giustizia».

A livello legale, a oltre trent’anni dall’approvazione della legge di blasfemia, Sandhu e altri avvocati, insieme con leader politici e religiosi, ne promuovono possibili cambiamenti procedurali, per evitare il ripetersi di “nuove Asia Bibi”. Chiedono, a esempio, di affidare le indagini sui casi di blasfemia esclusivamente a un sovrintendente di polizia (e non a semplici agenti), di escludere i tribunali di primo grado (facilmente influenzabili dai gruppi fondamentalisti islamici) e dare la giurisdizione all’Alta corte (secondo grado di giudizio), di prevedere pene severe per chi formula false accuse, di tenere conto di chi ha compiuto un gesto involontario o esprime un sincero pentimento (ovvero colpire solo la mens rea, cioè l’intenzionalità di reato). Se il governo porterà avanti questo piano, il cambiamento sarà davvero reale. (paolo affatato)

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