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Fuori dalla corrente

· Concerto a Santa Sabina in onore di Arvo Pärt nel centenario della Repubblica d’Estonia ·

Arvo Pärt ha un senso di colpa, forte, da una quarantina d’anni: quando si è accorto di amare Benjamin Britten, era troppo tardi, il compositore britannico era già morto da qualche mese. «Ho anche desiderato incontrarlo di persona, ma non era destino» ha confessato, ed è un peccato perché con lui il maestro estone avrebbe potuto discutere di come ci si sente a uscire dalla corrente per intraprendere un percorso personale e unico, che non fa scuola e mette in seria difficoltà quelli che hanno la libreria organizzata per stili e certi pezzi non sanno proprio dove piazzarli. Se esistono due compositori diversi tra loro sono proprio Pärt e Britten, ma paradossalmente sono stati bersagliati dalle stesse critiche. 

Arvo Pärt  ringrazia Tõnu Kaljuste dopo il concerto

«Perché il giorno della morte di Benjamin Britten — il 4 dicembre 1976 — mi ha toccato così nel profondo?». Forse la risposta Pärt non l’ha ancora trovata a distanza di decenni, ma non importa perché i musicisti parlano con le note e comprendono quello che gli sta fuori solo attraverso i suoni che gli vengono da dentro. Quello che importa veramente è che il dubbio si sia cristallizzato in uno struggente Cantus in memoria di Benjamin Britten che il 7 maggio è stato il fulcro del programma eseguito in occasione di un concerto organizzato presso la basilica di Santa Sabina all’Aventino in onore del compositore estone e in occasione del centenario della Repubblica d’Estonia e del quinto anniversario del pontificato di Papa Francesco. Il coro da camera della filarmonica estone e l’orchestra da camera di Tallinn, si sono riuniti per affrontare Il lamento di Adamo, il Salve Regina e il Te Deum , un programma impaginato con cura, tutto incentrato sulla seconda parte della produzione di Pärt, quella che l’ha reso noto nel mondo e della quale il direttore Tõnu Kaljuste, sul podio a Roma, è uno specialista.
Tutti i compositori hanno vissuto diverse fasi, anche molto diverse tra loro, ma Pärt se ne è approfittato. Ha iniziato con un neoclassicismo influenzato da Prokof’ev e da Šostakovič, che in Unione Sovietica era un passaggio obbligato, si è poi spostato verso l’avanguardia degli anni sessanta passando attraverso il serialismo, la musica aleatoria in particolare prediligendo, come Krzysztof Penderecki, gli effetti dirompenti che si possono realizzare con l’impiego di grandi masse sonore. Si è radicalizzato in Perpetuum mobile costruendo tessuti sonori su basi matematiche, ma non ha trascurato procedimenti più liberi come il collage, che lo hanno portato a riscoprire diversi autori del passato, da Bach a Erik Satie, passando per il canto gregoriano, le pratiche dell’Ars Nova francese, il contrappunto dei fiamminghi. Più ha approfondito e più è rimasto solo, lontano dai precetti avanguardistici, mosso da una spiritualità profonda e dal legame con la Chiesa ortodossa. Una volta sola è rimasto anche in silenzio, a lungo, per anni, finché è approdato a un altro stile, radicale ed elementare. Un linguaggio fondato su pochissimi elementi, ripetuti secondo il principio del Tintinnabulum, con melodie ripetitive che si muovono attorno a una nota centrale, un baricentro che sostituisce e richiama sonorità tonali o modali.
Tra i lavori che segnano questa svolta c’è proprio il Cantus in memoria di Benjamin Britten per orchestra d’archi e campane, composto nel 1977, su un’idea melodica minima: una scala discendente di la minore, che si ripete ciclicamente prolungandosi progressivamente di una nota. Altrettanto semplice l’impianto ritmico, affidato a un andamento trocaico dato dalla successione di una lunga e di una breve, chiara reminescenza poetica della lirica greca di età arcaica e musicale della Scuola di Notre-Dame nel XII secolo. Scale che si rincorrono, come nei quadri di Maurits Cornelis Escher, con lo stesso effetto di illusione dei sensi, solo che qui è sonora e non è ottica, ma il senso di spaesamento è lo stesso, così come la sensazione di essere sempre arrivati da qualche parte per poi scoprire che per fortuna ci siamo persi. È la campana a risvegliarci quando tutti gli strumenti raggiungono un unico accordo, tenuto, di la minore. Uno schiaffo alla serialità, all’avanguardia, e alla cultura che si porta dietro.
Per questo Pärt non sempre è stato ben visto dalla critica, esattamente come Britten al quale non è stato a lungo perdonato il suo cosmopolitismo e tantomeno la sua ammirazione per artisti come Mahler o, orrore, Stravinsky, in periodi in cui gli eroi erano altri non si poteva uscire da certi schemi se non si voleva essere considerato un compositore inutile, come scriveva Pierre Boulez da giovane e poi certe volte provava a negare da anziano.
Pärt e Britten non si sono mai incontrati, hanno scritto musica molto diversa, sono stimati per ragioni spesso contrastanti, eppure qualcosa in comune le loro partiture sembrano averla. Per certo stanno insieme su mensole appartate di certe librerie in attesa di capire in quale settore inserirli. L’ordine alfabetico è troppo banale.

di Marcello Filotei

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16 dicembre 2019

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