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In fuga
per trovare speranza

· L’udienza del Pontefice ai partecipanti al forum migrazioni e pace ·

Una coppia in fuga dall’Eritrea, una donna emigrata dal Perú in Cile e una famiglia di italiani divenuti imprenditori di successo in Canada hanno portato stamane, martedì 21 febbraio, la loro testimonianza nella Sala Clementina del Palazzo apostolico in Vaticano, raccontando a Papa Francesco esperienze di vite in continuo movimento. Il Pontefice li ha ricevuti in udienza insieme con gli altri 250 partecipanti al sesto forum internazionale Migrazioni e pace, in corso a Roma fino a mercoledì 22 sul tema: «Integrazione e sviluppo. Dalla reazione all’azione».

Mathieu Willcocks «Migranti eritrei»

Organizzata dal Dicastero per il servizio dello sviluppo umano integrale, in collaborazione con i missionari scalabriniani e la Konrad Adenauer Stiftung, la due giorni di lavori ha come obiettivo principale quello di proporre spunti concreti per le politiche e i programmi in materia migratoria, identificando le migliori pratiche europee e americane.

Fiori Temanu, eritrea ortodossa, ha attraversato il mar Rosso per raggiungere lo Yemen, da dove — a causa della guerra — è fuggita in Giordania per poi arrivare in Italia. È sposata con il connazionale Amanuel Adndehaymanot, approdato a Lampedusa attraverso la rotta mediterranea. Oggi hanno un figlio Adonai e insieme hanno voluto rivolgere un accorato appello al Pontefice affinché si aprano «canali legali di ingresso ai paesi di accoglienza, affinché tanti altri richiedenti asilo non rischino la vita nelle mani dei trafficanti e nell’attraversare il deserto e il mare. Abbiamo tutti presenti — hanno concluso — quelli che ancora oggi vivono il dramma dell’emigrazione forzata».

Ed è una storia di migrazione a lieto fine anche quella vissuta da Ofelia Cueva, peruviana che vive in Cile da vent’anni. «Ero una professoressa — ha ricordato — quando nel 1997 ho lasciato il mio paese per andare a lavorare come collaboratrice domestica a Santiago. Siccome i proprietari non mi permettevano di restare a casa nei fine settimana, trascorrevo il tempo leggendo libri nelle stazioni della metropolitana. Un sabato in cui faceva molto freddo, vedendo tanti migranti nel metro, ho deciso organizzarmi per occuparmi di loro nei week end». Proprio come il santo vescovo Giovanni Battista Scalabrini, che ebbe l’ispirazione per la sua missione in una stazione ferroviaria milanese, anche quella di Oferlia “migrante con i migranti” è stata — come ha detto lei stessa — un dono «della provvidenza divina, perché il giorno seguente nella parrocchia scalabriniana della capitale cilena il sacerdote che coordinava la pastorale dei migranti» le ha affidato la direzione degli alloggi del nuovo centro integrato di attenzione ai migranti (Ciami) che i missionari stavano avviando a Santiago. E così «dal marzo 2000 — ha aggiunto — lavoro al Ciami per offrire alloggio, cibo, assistenza giuridica, formazione professionale, collocamento lavorativo e accompagnamento psicologico e religioso. In diciassette anni abbiamo accolto più di ottantamila donne emigrate in Cile e più della metà di loro grazie al nostro centro hanno trovato un lavoro stabile».

Infine Vilma Cortellucci ha raccontato la propria storia di migrante in Canada. Italiana, ha sposato Manuel, nato in Portogallo ed emigrato prima in Argentina, poi a Toronto. E insieme al fratello Nicola e alla cognata Rosanne hanno avviato una redditizia impresa di costruzione. Ma nonostante il benessere raggiunto non hanno mai dimenticato la loro origine, collaborando attivamente con la parrocchia degli scalabriniani nella metropoli canadese. Al punto che attualmente ricoprono ruoli di vertice nello Scalabrini international migration network di New York. «Sosteniamo — hanno spiegato — i missionari nella loro difesa e nel loro impegno in soccorso dei migranti e dei rifugiati di tutto il mondo, soprattutto in America latina, Haiti, Africa e Asia».

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