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In fuga dall’orrore
di Boko Haram

· Ritrovata una delle studentesse rapite ·

Camminava in mezzo alla foresta di Sambisa, nei pressi del confine tra la Nigeria e il Camerun, cercando di raggiungere il poco distante villaggio di Baale. Teneva in braccio una bambina di quattro mesi, sua figlia. Amina Ali è la prima delle ragazze di Chibok rapite due anni fa dai terroristi nigeriani Boko Haram che è stata liberata. 

Amina Ali  insieme a sua figlia (Reuters)

A ritrovarla è stato un gruppo di vigilantes che pattugliavano le aree dove i jihadisti che si richiamano al cosiddetto Stato islamico (Is) tengono nascosti i loro ostaggi. E dove forse si trovano da più di 760 giorni le altre 218 studentesse rapite nella notte del 14 aprile 2014. La ragazza — riferiscono fonti della stampa locale — è stata subito riaccompagnata a casa dalla madre, che vive nel villaggio di Mbalala, nei pressi di Chibok. A confermare il suo ritrovamento è stato un portavoce dell’esercito nigeriano, mentre la notizia stava già circolando sulla stampa internazionale. Secondo le testimonianze dei parenti della ragazza, Amina sarebbe al momento in buone condizioni di salute. Molti particolari di questa storia, così come del rapimento delle ragazze, restano ancora da chiarire. Amina aveva solo 17 anni quando i terroristi la fecero prigioniera. Quasi sessanta delle sue compagne riuscirono a scappare nei giorni successivi al sequestro, saltando giù dai furgoni su cui erano trasportate o sgattaiolando fuori dagli accampamenti. Le altre sparirono nel nulla. Il loro destino, secondo i proclami del leader di Boko Haram Abubakar Shekau, doveva essere quello di essere vendute come schiave o di essere date in sposa ai miliziani. Boko Haram è considerato responsabile della morte di oltre ventimila persone e del sequestro di almeno altre 2.000 dal 2009. Il conflitto ha provocato più di 2,6 milioni di sfollati.

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