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Freddo in aula

· La pena di morte in Occidente tra storia e attualità ·

«Il patibolo è il solo edificio che le rivoluzioni non demoliscono», scriveva Victor Hugo. A oggi non molto è cambiato. Dopo un'analisi storica, Giulia Galeotti ricorda come sia molto attivo ancor oggi l’impegno della Chiesa contro la pena di morte nei Paesi in cui è in vigore. Quanto al caso degli Stati Uniti, qualche anno fa Franklin E. Zimring dedicò il saggio The Contradictions of American Capital Punishment (Oxford University Press 2004): pur prendendo atto dei passi avanti compiuti, la domanda profondamente attuale che Zimring si pone è come possano convivere nel Paese la cultura ipergarantista del giusto processo e quella della pena capitale. La sua tesi è che la pena di morte sopravviva negli Usa grazie alla radicale «trasformazione simbolica» che ha subito negli ultimi vent’anni. Le esecuzioni capitali, infatti, non verrebbero più considerate una manifestazione del potere punitivo dello Stato, quanto piuttosto un «servizio personale» dovuto alle vittime e ai loro familiari. Esse sarebbero cioè passate da sanzione pubblica di controllo della criminalità a risarcimento, fonte di conforto psicologico e personale.

Dopo aver ricordato le parole di Adriana Zarri, Galeotti così conclude: "Nel corso del suo discorso dinnanzi al Congresso statunitense, Papa Francesco ha citato una delle figure cattoliche più ricche e stimolanti del Novecento. Ebbene, nel corso della sua vita, Dorothy Day - fondatrice del Catholic Worker Movement e della pressoché omonima testata - ha unito, giorno dopo giorno, il suo impegno sociale a favore degli ultimi a una costante attività a favore della pace e della non violenza, contro le armi, la guerra e la pena di morte".

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