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Fraternità e accoglienza

· Gli esercizi spirituali del Papa e della Curia romana ·

«La nuova frontiera del cristianesimo è la fraternità». È questo lo spunto di riflessione offerto al Papa e ai membri della Curia romana riuniti ad Ariccia per gli esercizi spirituali. Lo ha suggerito l’abate Bernardo Francesco Maria Gianni che — la mattina di giovedì 14 marzo, nella sua settima meditazione — ha approfondito il tema dell’«accoglienza» con l’obiettivo di giungere alla comprensione profonda del significato di una Chiesa «dalle porte perennemente aperte».

James Crabb, «Fraternità»

Idealmente ormai quasi giunto alla «città posta sul monte», meta dell’itinerario quaresimale di riflessione sostenuto dalla poesia di Mario Luzi e dal “sogno” lapiriano, il predicatore ha spiegato che la Gerusalemme celeste non è tanto «una città ideale, ma un ideale di città», nella quale le porte sono «spalancate perché tutta l’umanità vi possa finalmente accedere e incontrare e sperimentare la grande promessa di Dio che si fa realtà». Non muri, quindi, perché — come scrive nel suo ultimo libro il filosofo Roberto Mancini — «i muri imprigionano chi li costruisce». E, ha aggiunto dom Gianni, ne era ben consapevole Giorgio La Pira, il quale ha voluto che la sua città fosse «vessillo di speranza, di gioia e di pace». Firenze, lo ricorda Luzi nella sua poesia, allora fu proprio così, ed è questo un «ricordo da poter attualizzare». Come? «Stringendoci la mano sugli spalti di pace nel segno di San Miniato». La Pira trasformò infatti quei bastioni «da baluardi di attacco e di difesa militare» a «spalti di pace», secondo la logica di una fraternità che «si apre all’altro, all’ospite, al pellegrino, ma anche al potenziale nemico, a colui che le nostre paure trasformano in minaccia, in rischio».

In questo contesto, ha detto l’abate di San Miniato, suonano assolutamente attuali le parole scritte da La Pira a una badessa nel 1959. In esse ragionava sulla missione cristiana richiesta a chi, come lo stesso sindaco di Firenze, era chiamato a operare nella società civile. Occorre, scriveva, rilanciare «speranze di pace, speranze civili, speranze di Dio e speranze dell’uomo». E in un’epoca in cui — come più volte affermato da Papa Francesco — si assiste a una «terza guerra mondiale a frammenti», bisogna fare in modo che «ogni città sia luogo dell’accoglienza da cui si rinnovi un messaggio di pace e di speranza». Un compito questo che La Pira attribuisce al servizio di ogni uomo politico, ma che la Chiesa non può non caldeggiare e, di fatto, non testimoniare.

Così il sindaco fiorentino, ha sottolineato dom Gianni, «chiama in causa ciascuno di noi: come possiamo auspicare pace per il mondo intero se non invochiamo» lo Spirito per custodire, a partire dalle singole comunità ecclesiali, «il dono fragilissimo della concordia, dell’unità, della fraternità e della pace»? E ciò vale anche per la città intera in cui la Chiesa deve essere proprio questo «fermento».

Un compito pressante che, ha ricordato il predicatore, si ritrova anche nella lettera Humana communitas inviata da Papa Francesco in occasione dei 25 anni dalla fondazione della Pontificia Accademia per la vita. Qui emerge l’invito a una Chiesa ospitale, per tutti, per riabilitare ogni creatura di Dio «alla lieta speranza della sua destinazione». Ogni società è chiamata a sentirsi riabilitata. Nessuno è escluso. La Chiesa «deve accompagnare l’umanità» in un percorso in cui ognuno si senta «generato dal desiderio di Dio» e «liberato dalla necessità e dal bisogno».

Proprio dalla lettera del Pontefice dom Gianni ha estrapolato alcune domande da sottoporre ai presenti quasi come un esame di coscienza. Fra queste, una in particolare dedicata al tema di un «umanesimo fraterno e solidale». «Abbiamo fatto abbastanza — ha chiesto — per offrire il nostro specifico contributo come cristiani a una visione dell’umano capace di sostenere l’unità della famiglia e dei popoli nelle odierne condizioni politiche e culturali, o addirittura ne abbiamo persa di vista la centralità, anteponendo le ambizioni, della nostra egemonia spirituale sul governo della città secolare, chiusa su se stessa e sui suoi beni, alla cura della nostra comunità locale, aperta all’ospitalità evangelica per i poveri e i disperati?».

Il segreto dell’azione sta nella consapevolezza di un disegno salvifico. Occorre «radicare in Cristo e nel suo amore il nostro sguardo». Perché, come aveva ben capito La Pira, «radicarsi nell’amore di Cristo non può non invitare il nostro cuore ad amare l’altro, l’uomo, il prossimo, l’umanità». La bussola — ha spiegato il predicatore citando a riguardo anche alcuni passaggi del pensiero di Pierangelo Sequeri — sta nella «prossimità evangelica». È quell’atteggiamento, ha aggiunto rifacendosi all’esperienza monastica, che san Benedetto chiede nei confronti dell’ospite, perché ogni ospite è «lo stesso Cristo che viene accolto in comunità». La persona da accogliere è quindi un’occasione di grazia, è la «misericordia del Signore» che permette di vivere un’esperienza pasquale. Un’attenzione, un’apertura che deve allargarsi a tutti gli uomini, una vocazione a essere presenza fraterna anche fra rappresentanti di religioni e culture differenti, perché — ha ricordato citando uno dei monaci martiri di Thibirine, Christian de Chergé — «c’è una presenza del Dio fra gli uomini che proprio noi dobbiamo assumere».

«Abbiamo molto da imparare — ha concluso l’abate di San Miniato — dalle esigenze di un’ospitalità radicalmente evangelica, per la città, per la Chiesa intera». Certo, ha aggiunto, occorre in questo fare propria «la logica apparentemente perdente dell’amore del Signore Gesù, che è una logica inevitabilmente crocifissa, perché si generi la Pasqua». E, citando l’Opus Florentinum di Mario Luzi, ha auspicato una Chiesa dalle «porte perennemente aperte perché tutti, passandoci, sentano vivo il respiro incessante di quel soffio evangelico che lo Spirito Santo, nonostante le nostre resistenze, fa attraversare nel cuore di ciascuno di noi».

La meditazione sul tema dell’accoglienza era prevista per il giorno precedente, ma dom Gianni nel pomeriggio di mercoledì l’aveva sostituita, in cerca di una consequenzialità logica. Ha infatti preso spunto dal verso finale della poesia di Luzi Siamo qui per questo — «Stringiamoci la mano sugli spalti di pace nel segno di San Miniato» — consapevole che «la Chiesa, la città, possono essere esperienze di vera accoglienza se vivono anzitutto nella loro intimità un’autentica fraternità». E «fraternità» è stata la parola chiave attorno alla quale è ruotata l’intera riflessione del predicatore, che l’ha declinata nella specifica accezione di «comunità», «esperienza decisiva della vita della Chiesa» ma anche della vita politica e civile di un paese.

Ancora una volta, come nei giorni scorsi, il predicatore ha fatto riferimento alla Lumen gentium, per ricordare «come Dio volle santificare e salvare gli uomini non individualmente, e senza alcun legame tra loro, ma volle costituire di loro un popolo che lo riconoscesse secondo la verità e lo servisse nella santità»: parole attraverso le quali si può «liquidare in modo definitivo» qualsiasi «ripiegamento e tentazione individualistica che può talvolta, purtroppo, impoverire il nostro senso di appartenenza al popolo di Dio». Fondamentale nel documento conciliare, secondo dom Gianni, è il riferimento al regno di Dio che può dilatarsi solo se «accettiamo di accogliere, di vivere, di rimanere nella comunione trinitaria». Anche Giovanni Paolo II nell’esortazione Vita consecrata sottolineava il signum fraternitatis, il «riflesso della Trinità nella storia», che non è solo responsabilità dei consacrati ma «tratto tipico della Chiesa». Richiamo alla fraternità che, sull’esempio della «piena condivisione vissuta con Cristo dai Dodici», è stato fatto da dom Gianni direttamente ai suoi uditori, come Curia romana: «Anche voi siete chiamati a una sorta di vita fraterna, coesa, intorno alla figura, al magistero, alla fedeltà e alla lealtà al nostro Papa».

Ma la fraternità, l’unità, innanzitutto nella Chiesa, «non è affatto un dono scontato», va «implorata» nella preghiera e alimentata con l’Eucaristia, «nella consapevolezza della sua inalienabile forza di coesione». Chi infatti partecipa di un solo pane e di un solo calice, chi è unito a Cristo in un solo corpo, può «portare frutti di vita eterna per la salvezza del mondo». La liturgia stessa, ha spiegato l’abate, risveglia in tutti «la consapevolezza del meraviglioso dono di partecipare, per grazia e per mistero, senza alcun merito, a una comunione che vogliamo tornare ad accogliere e a custodire con un cuore purificato dalla penitenza, per non smentire e indebolire questa missione in ordine alla salvezza del mondo, questo dilatare i confini del Regno».

Fondamentale è una sempre più «intensa consapevolezza di cosa comporti vivere l’Eucaristia, comunicarci all’Eucaristia, donarci a essa perché la nostra vita diventi dono». L’esperienza eucaristica, infatti, conduce direttamente al «realismo evangelico con il quale il Signore Gesù non scansa la nostra umanità» e porta a diventare, concretamente, nelle città, «testimoni di salvezza». Gesù, ha spiegato dom Gianni, «vuole che tocchiamo la miseria umana, che tocchiamo la carne sofferente degli altri»: non basta una «generica dinamica psicologica interpersonale». Serve invece un coinvolgimento totale, «eucaristico» nelle città, nelle vite degli uomini. Ed è, anzi, proprio l’Eucaristia a essere fermento per il dialogo tra Dio e l’uomo. In questo senso la «liturgia dei cristiani è la liturgia del povero, la liturgia che manifesta un’etica di donazione, un corpo dato, un’etica di condivisione, l’unico pane per molti, un’etica di solidarietà e di carità, la colletta per i bisognosi. Dove il Povero ha la “P” maiuscola: è Gesù».

Così si potrà «accendere il fuoco nel cuore del mondo» e «restituire con la luce, a ogni uomo e donna inghiottiti dalle tenebre del peccato, della disperazione, della disillusione, della solitudine, la bellezza della vocazione cristiana, la coralità di una trasfigurazione che riscatta la nostra vita e la pone in questo respiro alto, di bellezza, di gioia, che tante volte evochiamo come frutti bellissimi che il Signore a piene mani dona ai nostri cuori e vite». In città in cui spesso si incontrano persone «che vogliono smettere di vivere, che si accontentano — non è un gioco di parole — di una mera sopravvivenza, che rifiutano di agire salvo lo stretto necessario, per tirare avanti, nulla di più», l’amore per la gente, amore eucaristico, può «rischiarare un mondo buio, gli ardenti desideri, l’alito che riaccende la fiamma degli antichi santi, per dare a tutti il coraggio di vivere e di agire».

È, ha suggerito dom Gianni, quella «gioia della missione nel cuore infuocato del mondo» alla quale alludeva La Pira quando nel 1954, inaugurando il quartiere dell’Isolotto a Firenze, diceva che «ogni città racchiude in sé una vocazione e un mistero» e invitava a una fraternità tra cittadini chiamati a sentirsi «membri della stessa famiglia».

Oggi, ha constatato il predicatore, le città sono abitate da tante divisioni ed è urgente una testimonianza «a favore di un urbanesimo evangelico, di un volto umano della vita urbana». Perché la città — ha concluso citando il discorso di Papa Francesco ai sindaci il 30 settembre 2017 — è un «organismo vivente, un grande corpo animato», dove se una parte respira a fatica è anche perché non riceve da altre ossigeno a sufficienza. Ecco allora «la città degli incontri, dell’amicizia, della fraternità auspicata in passaggi molto belli del suo magistero, della tradizione di una Chiesa attenta a questa dimensione che finalmente ci ispira il gesto umile e coraggioso di stringerci la mano».

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