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fratello Francesco
sorella Chiara

· un romanzo di Barbara Alberti ·

San Francesco e il Soldano (2)

Nel campo cristiano

La corrente lo trasportò fino alla spiaggia. Si svegliò e pregò Dio per Illuminato.

«Non farlo morire, e se è se già morto digli che mi tenga un posto accanto a sé, che sempre lo avrò caro, in questa vita come nell’altra».

Poi chiese a un pescatore la direzione per Damietta, dove si trovava il Sultano, ma non parlando la lingua non fu compreso. Per orientarsi si affidò al solito metodo, girò girò come una trottola fino a cadere a terra, e trovò la direzione. Ma stavolta era sbagliata. Credeva d’essere arrivato dai Saraceni, e invece si ritrovò nell’accampamento dei crociati, nel pieno di una grande agitazione: di lì a poco sarebbero entrati in battaglia. Attraversando il campo, Francesco grandemente si meravigliò: nessuno dei guerrieri invocava il nome di Dio o il Santo Sepolcro, ma si azzuffavano con orrende bestemmie, in previsione del bottino.

Francesco domandava gentilmente

«Potete dirmi come andare dal Soldano?»

Ma nessuno gli badava, e lo scacciavano come una mosca. Finalmente due armati fecero caso alla sua richiesta, e lo arrestarono come spia: solo un traditore poteva cercare il re dei nemici. Legato e ammaccato Francesco fu portato davanti ai capi, Giovanni di Brienne re di Gerusalemme e Pelagio, il legato pontificio. Ma quelli nemmeno lo guardarono: stavano litigando con violenza sul piano della battaglia. Giovanni insisteva per assediare Damietta con maggior forza, Pelagio per attaccare in campo aperto. Si odiavano più fra loro di quanto odiassero i Saraceni. Francesco intervenne

«Io avrei un’altra idea...»

I due generali lo fissarono, trasecolati — come osava parlare quel disgraziato?

E il frate, sereno

«Perché non negoziamo la pace?»

Giovanni e Pelagio restarono ammutoliti, finché Pelagio sbottò

«Ma chi è questo scemo?»

«Un traditore. Vuole andare dal Soldano».

«È vero — disse Francesco — sono qui per parlare al Soldano. Gli voglio chiedere di farci liberamente onorare il Santo Sepolcro. Dio gli toccherà il cuore. Lasciate che provi, e se riesco, perché combattere? Giacché non siete qui per amor di bottino ma di Cristo, che ci insegnò ad amarci, non a sbudellarci fra noi».

Pelagiò gridò

«Ammazzatelo!»

Giovanni gridò

«Slegatelo!»

Solo per dar contro a Pelagio, e lo tirava ognuno per un braccio, con tal veemenza che avrebbero finito per staccarglieli, ma in quella si udì il grido selvaggio di una moltitudine: le truppe, esasperate dalla discordia dei capi, di loro iniziativa si erano lanciate contro l’esercito nemico.

Legato e perplesso, Francesco assistette alla battaglia. Troppo tardi i due generali intervennero, ma con opposti disegni, completando il disastro.

Per via degli ordini contraddittori, fu una carneficina. Grazie al valore di Giovanni i soldati cristiani furono per riprendersi, quand’ecco un infame imprevisto: le truppe italiche fecero dietro front e si diedero alla fuga. Nel panico generale i crociati si sbandarono, e dovettero ritirarsi con molte perdite.

Nel campo cristiano la disperazione era grande. Ma qualcuno esultava: Francesco. Si mise a cantare il Te Deum con limpida voce, rendendo grazie a Dio per quegli uomini che erano fuggiti, pur di non uccidere e non farsi uccidere. Finalmente dei buoni cristiani! Gesù non venne a insegnarci la guerra...

Sentendo questo, i crociati lo aggredirono e lo picchiarono di santa ragione: fa l’elogio dei vigliacchi! Ma chi è questo provocatore? E giù botte.

Ad Assisi, Chiara era in pena. Dopo avere molto esitato, per avere sue notizie si decise a fare come lui le aveva insegnato. Tracciò un segno di croce sulla parete bianca... ed essa si animò, mostrando come vivo e presente Francesco nel campo cristiano, malmenato e preso a sputi dai Crociati... Per il dolore Chiara perse i sensi.

Intanto Pelagio e Giovanni, per una volta d’accordo, sottrassero Francesco alla furia della soldataglia. Ma gli negarono il permesso di andare dal Soldano. I nemici non si convertono, si uccidono. Pelagio gli disse severo

«E d’ora in poi se riparli di pace, ti faccio tagliare la lingua».

Ma poiché Francesco continuava a dire a tutti che ammazzare il prossimo è peccato, gli misero la mordacchia come ai bestemmiatori, perché la finisse di confondere le truppe. Ma era fastidioso lo stesso, i suoi sguardi parlavano più della lingua, e quella notte un sicario di Pelagio aveva l’ordine di soffocarlo nel sonno.

Con la mordacchia, Francesco non poteva più pregare. Provò a cantare mugolando. Quei suoni attirarono un bianco uccello del Nilo, che a colpi di becco lo liberò dalla museruola. Appena scese la notte Francesco fuggì dal campo cristiano, senza saperlo sfuggendo al sicario, e andò alla porta di Damietta, la città assediata, in cerca del Soldano, Al Malik Al Kamil.

Dal Soldano

Quando si presentò alle guardie, magro, piagato, stralunato, parlando la lingua del nemico, quelle lo acciuffarono gridando

«Abbiamo catturato una spia dei Cristiani!»

Lui disse in assisate che veniva in pace, contando che la divina provvidenza rendesse chiare le sue parole, ma non accadde. Gli armati saraceni lo sferzarono, lo insultarono e diedero l’allarme, con tale clamore che Al Malik al Kamil si svegliò, e dall’alto delle mura assistette a una scena mai vista. Più le guardie si accanivano sullo straniero, più lui sembrava contento, rideva, cantava, gridava

«Ancora, ancora! Fatemi più male che io lo merito, che sono un furfante e latroncello vilissimo!»

E spiegava a quelli, che non lo capivano, come in ciò fosse la perfetta letizia. E giù bastonate pugni e schiaffi, il più nerboruto si accaniva a picchiarlo sull’orecchio...

In quel momento, Chiara stava lavorando nell’orto con le compagne. D’un tratto sentì una terribile fitta all’orecchio, proprio dove il soldato aveva colpito il suo santo amico. Corse nella cella e accese col segno di croce l’immagine di Francesco, in tempo per vederlo malmenato dai saraceni. Non ebbe cuore di andare oltre. Con un altro segno di croce cancellò la visione e si buttò a terra, pregando Dio perché lo salvasse.

Intanto il Sultano, che era uomo di studi e comprendeva l’idioma del frate, osservandolo dall’alto si convinse che un uomo così semplice e sudicio doveva essere un pazzo di Dio, e ordinò di trattarlo col rispetto dovuto a chi da Dio è stato toccato.

Lavato e rinfrancato, Francesco si trovò alla presenza del sultano e del suo consiglio. La tonaca misera del frate era in contrasto con lo sfarzoso abbigliamento di Al Malik al Kamil e dei suoi cortigiani, che lo guardavano con disgusto.

Francesco propose con semplicità la fine della guerra. Se il sultano avesse permesso ai pellegrini cristiani di visitare il Santo Sepolcro, ogni ostilità sarebbe finita, e i Crociati sarebbero tornati in pace nelle loro terre.

Il sultano sorrise.

«E Pelagio e Giovanni, sono d’accordo?»

«No, ma se convinco te, riuscirò a convincere anche loro».

Il sultano lo interruppe.

«E toglieranno l’assedio, e ci ridaranno i tesori che ci hanno rapinato?»

«Se li convincerò a farlo, davanti a un tale miracolo, forse anche tu abbraccerai la nostra fede».

Il sultano sorrise di nuovo, e rese grazie a Dio che esistessero ancora uomini ingenui.

Ma solo Al Malik sorrideva, gli altri lo fissavano con cipiglio. Davanti a quei volti nemici, Francesco, al fine di persuaderli, si mise a raccontare di Gesù, della sua parola, degli angeli e del demonio aiutandosi coi gesti, e montò un tale teatro fantastico che tutti presero ad ascoltarlo con diletto.

Tutti meno uno, Hakim, l’eunuco del Sultano, geloso del suo favore, che vedeva un rivale nello straniero.

Mano a mano che Francesco parlava i volti si addolcivano, gli sguardi si rischiaravano. Quando ebbe finito, vedendosi attorno sembianti così luminosi e benevoli, pensò di averli convertiti tutti. Non era vero, li aveva fatti divertire. Nessuno aveva inteso una parola salvo il Soldano, ma egli era così soave!

Quando capì il malinteso, Francesco rise con loro. Aveva comunque portato Dio, il suo Dio di letizia. Ma in quella, nei ricchi mosaici delle colonne, per un istante vide il volto di Chiara, e l’ambizione del martirio lo riprese.

Con la sua mimica seria e comica spiegò che era pronto a camminare sui carboni ardenti per testimoniare la propria fede. Al Malik al Kamil declinò cortesemente l’offerta. Gli disse

«Da noi l’ordalia non si usa più, è un costume troppo barbaro».

Più di Francesco fu deluso l’eunuco Hakim che sperava di vederlo bruciato, e restò con un palmo di naso. Sussurrò al Sultano

«Non fidarti del mendicante. È una spia, e non è venuto solo. Ne è stato preso un altro».

Nella sala le guardie stavano conducendo un uomo legato... Francesco gridò di giubilo

«Illuminato!»

Corse ad abbracciarlo con una gioia che commosse il Sultano.

I miracoli di Francesco

Frate Illuminato in prigionia aveva imparato un po’ la lingua. Col suo arabo pittoresco e sgrammaticato raccontò ai presenti i miracoli di Francesco.

Dalla tonaca trasse un carboncino, e dove gli mancavano le parole disegnava sul pavimento il poema delle sue gesta. (Nel XX secolo, sant’Illuminato venne eletto patrono dei disegnatori di fumetti )

Dovunque passa, frate Francesco è così intimo con Dio, da seminar prodigi. Dalla nuda roccia suscitò una sorgente, guarì il lebbroso con un bacio, liberò le genti dal lupo feroce ordinandogli di non uccidere più, e quello si fece mansueto come un agnello. Per suggellare il patto strinse la zampa alla belva, ed essa devotamente gli leccò la mano...

Hakim scuoteva il capo, scettico, e suggerì al Soldano di metterlo alla prova. Così si sarebbe convinto che quelle pazzie divine erano la maschera di un nemico furbo e ingannatore. Il Soldano annuì, grave. A Damietta c’era bisogno di un miracolo urgente: l’acqua scarseggiava. Dopo averli accerchiati, i Crociati avevano deviato il fiume che li riforniva, e le riserve stavano per finire.

Al cospetto della popolazione, che portava i segni del lungo assedio, e gridava contro di lui, Francesco fu portato davanti a una roccia, ed egli le ordinò di fare sgorgare l’acqua. Ma non accadde niente. Glielo ridisse una, due, tre volte, ma quella non se ne dava per intesa.

Hakim, trionfante, chiese al Soldano la testa dei due impostori. Ma lui volle dare un’altra possibilità a Francesco. C’era una jena feroce che faceva strage, e gli chiese di ammansirla. Francesco rimbrottò la jena come aveva fatto col lupo, e la bestia lo ascoltò a testa bassa. Ma quando le porse la mano gliela azzannò, lo gettò a terra, stava per sbranarlo, e dovettero levargliela dalla bocca.

L’indulgente Soldano concesse altre prove. Francesco ci provò col lebbroso, ma niente, niente...

Frate Illuminato si disperava. Gli chiese

«Ma non senti più la voce di Dio?»

«La sento, ma non la capisco».

Il fatto era che da quando aveva cambiato paese Dio gli parlava in arabo con la voce di Allah, e non riusciva più a intenderlo.

Povero Francesco, le buscava pure dal demonio. Vide il diavolo musulmano avvinghiato al collo di Hakim, identico al diavolo cristiano... anzi è proprio lui, Malacoda! Solo, vestito alla foggia saracena. Parlava in arabo anche lui, ma si faceva capire benissimo: afferrò Francesco per le orecchie e ne fece scempio, devastando la sala delle udienze.

Il sultano, svegliato da quella rovina, chiese che era successo, e Hakim rispose

«Il tuo pazzo ha fatto un altro dei suoi miracoli. In pochi istanti è riuscito a distruggere capolavori che gli architetti avevano creato in cento anni».

(16 Continua)

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20 agosto 2019

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