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fratello Francesco
sorella Chiara

· un romanzo di Barbara Alberti ·

L’età dell’oro

Un giorno, nei primi tempi della fraternità, quando i suoi compagni erano tutti santi, Francesco fece un miracolo che mai a nessuno fu rivelato: fermò il tempo.

Per stare più a lungo in quel paradiso, sentendo che era l’età dell’oro, e mai più sarebbe tornata. E vide come in un polittico tutte le azioni nello stesso istante, e le mirava come fossero già un ricordo. Pienezza dell’anima! Vede il sogno di Chiara come sognato in quel momento, che mostra Santo Francesco ammantato d’un mantello meraviglioso, adornato di stelle di tanto splendore, che tutto il palagio illuminavano co’ loro raggi. E frate Bernardo aveva in capo una corona di stelle bellissima, e frate Egidio un meraviglioso lume. (Fioretti)

Vede frate Ginepro che torna nudo da una predica, dopo aver ceduto a un povero ogni indumento, uso a dar via il poco suo e dei fratelli, perfino le campanelle d’argento dell’altare dal suono limpido che tanto li rallegrava, e i compagni lo rabbuffarono, e nascosero almeno le pentole, per salvarle dalla sua dispersione santa, e Francesco disse loro frate Ginepro è più Francesco di me.

Ecco ancora fra Ginepro che va a Roma, viene riconosciuto come compagno di Francesco, e con sgomento vede una folla farglisi incontro per festeggiarlo, e immaginossi di far la loro divozione venire in favola e in truffa. Si accosta a due bimbi che si dondolano sull’altalena e si mette a far su e giù con loro, mentre la gente ancora lo attornia elogiandolo ma lui, di loro riverenza poco si curava, ma molto sollicitava l’altalenare. Finché il popolo dice Ma che pecorone è costui?, ed egli rimase tutto consolato, però che vide alquanti che avevano fatto beffe di lui.

Allato, c’è il diavolo che in apparenza di Crocifisso tenta fra Ruffino, ha l’empio ardire di farsi passare per Gesù, e gli dice

«Non credere al figlio di Pietro Bernardone! Credi a me, che sono il figlio di Dio: che perdi tempo con le penitenze? Tu sei destinato all’inferno! Goditi la vita, perché dopo soffrirai per l’eternità». Il peggio che gli faceva, il demonio, gli leggeva una grande carta scritta di tutti i peccati fatti col pensiero o con le operazioni, e diceva «Lo vedi, tu se’ dannato!»

San Francesco lo avverte dell’inganno, e gli suggerisce come smascherare il Tentatore:

«O frate Ruffino, cattivello, a chi hai tu creduto? Quando il demonio ti dice “Tu se’ dannato!”, tu gli rispondi “Apri la bocca, e mo’ vi ti caco”. Ti sia di segnale ch’egli è il diavolo, imperò che dopo questa risposta, immantinente fuggirà».

La ricetta funziona: appena Ruffino ha pronunziato la frase magica, il demonio, isdegnato, immantanente se ne parte con tanta tempesta e commozione di pietre che rotolando sfavillavano fuoco orribile nella valle. Gesù stesso, quello vero, sconfessa poi quello finto, e fa un dono al frate:

«Io sono Cristo tuo maestro, e mentre che viverai, io ti prometto che giammai non sentirai tristizia niuna né malinconia».

Nel quadro in alto Francesco rivede se stesso, che frastornato dallo strepito della tentazione carnale, per vincerla si getta nudo nella neve, e con la neve fabbrica dipoi dei pupazzi a esaltazione della vita monastica, gabbando Satana.

Come fosse ora, ha dinnanzi fra Tristino, un frate cupo e tragico che pensava solo all’inferno, e invocava la collera di Dio sui peccatori. Uno che aveva cara la sua disperazione, e finì per arruolarsi in una banda di ladroni. Francesco non se ne meravigliò, disse

«Come può amare Dio, chi non sorride?»

Nel quadro seguente animato e parlante c’è fra Masseo, così infiammato di desiderio per la virtù dell’umiltà, che impetra dal Cristo la grazia di possederla, e Lui gli domanda

«Che vuoi tu dare per avere questa grazia?»

«Signore, voglio dare gli occhi del capo mio».

E Cristo a lui: «E io voglio che tu abbia la grazia, e anche gli occhi».

E da allora fra Masseo rimase pieno di tanta grazia che quando orava faceva uno giubilo uniforme con suono a modo di colomba ottuso: «U! U! U», ed essendo diventato umilissimo, si reputava minimo di tutti gli uomini del mondo.

Rivede frate Sabbatino, sul capo del quale una sera si fermò una falce di luna, e Francesco disse Tu andrai missionario in Oriente, e così fu.

Più avanti c’è Francesco, in possesso del tesoro ismisurato della santissima povertà a tal segno, che per lo nuovo sbadigliare della bocca parea che gittasse fiamme d’amore. E venendo così affocato al compagno, sì gli disse: «A! A! A! frate Masseo, dammi di te medesimo. E col fiato levò frate Masseo in aria, e gittollo in alto per lo spazio d’una grande asta, ed egli sentì tanta dolcezza d’animo, che mai ne sentì tanta».

Ed ecco Francesco che fa togliere il cilizio ai frati, e li invita al rispetto di Fratello Corpo, ché Dio non vuole sofferenze vane. Ad una condizione: purché Fratello Corpo si comporti bene. Ma se invece volesse fare il pigro e il dormiglione nelle preghiere e nel bene operare, allora va castigato come un giumento cattivo e fiaccone, che vuol mangiare senza lavorare né portare il carico.

C’è anche Ave, più volpe che suora, che s’annoia a stare sempre in convento, lei e Francesco si riconoscono come due giramondo, e quando questi va in visita a Chiara, Ave ratta gli corre dietro, e se ne vanno insieme a zonzo. Ave fu testimone di molti miracoli, e a modo suo, al ritorno, sapeva ridirli a Chiara.

Conversioni di lupi e ladroni

In quel tempo, a Francesco bastava desiderare con fervore qualcosa perché avvenisse. Così convertì tre ladroni micidiali, e tanto le sue parole ammorbidarono il cuore di quelle spietate lenze, che si fecero tutti frati. Poiché quando Francesco parlava, parea piuttosto che predicasse angelo che uomo.

Ma questo è niente, davanti alla conversione del ferocissimo lupo!

Ecco Francesco incamminarsi con Ave verso la città di Gubbio, atterrita da un lupo, gran mangiatore di uomini pargoli e bestie, ma anche di provviste, quel che trovava trovava. Tale era il pericolo che nella città tutti andavano armati, come s’eglino andassono a combattere.

Alla vista del frate, il lupo gli corre incontro a bocca spalancata con chiare intenzioni, ma il santo fa il segno della croce — mirabile a dire, immantinente il lupo chiuse la bocca e ristette di correre. Mentre Francesco gli dice ti comando da parte di Cristo che tu non facci male a me né a persona, il lupo lo ascolta devotamente, però intanto guarda con disonesto interesse Ave, che a forza di mangiar dolcetti era diventata una preda sostanziosa.

E Ave, che per esser domestica non aveva scordato la prudenza, pur avendo ogni fede nel Santo, si nascose a ogni buon conto dietro la sua tonaca, nel mentre Francesco ragionava con la belva.

«Frate lupo, tu fai molto danno in queste parti, e non solo hai uccise e divorate le bestie, ma hai avuto l’ardimento di guastare gli uomini fatti alla immagine di Dio, e se’ degno delle forche come ladro e omicida pessimo».

Francesco però sa, che il lupo non assale per malvagità ma per fame, e gli offre la pace: promette egli di non più uccidere, se le genti di Gubbio s’impegnano a nutricarlo? E il lupo inginocchiasi e inchina il capo, e con atti mansueti di corpo e di coda e d’orecchi dimostra di voler servare il patto.

Ma Francesco chiede alla bestia che gli dia un segno di fede, e le tende la mano. Il lupo levò il pie’ ritto dinanzi, e dimesticamente lo pose sopra la mano di santo Francesco, dandogli quel segnale di fede ch’egli potea.

Un altro segnale cospicuo della sua redenzione, fu che guardò Ave senza cupidigie manducatorie. Anzi amabilmente le annusò il naso, gesto di inaspettata finezza fra animali, per solito nell’approccio più scostumati. Il lupo morì due anni dopo, in odore di santità. Dal suo corpo si sprigionò un sentore di rose.

Il volo di Natale

Francesco vede Chiara nella sua stanza la sera di Natale, è a letto inferma, ed è rimasta sola con Ave. Le sorelle son tutte andate alla messa della Porziuncola. Tanto la addolora non poterle seguire, per rallegrarsi coi fratelli della venuta di Gesù, e sente un ardore che la fa lagrimare. E tanto arse, che Gesù Cristo suo sposo, non volendola lasciare così sconsolata, sì la fece portare miracolosamente in volo alla chiesa di santo Francesco con la sua volpe, sì che poté esser presente all’ufficio della messa, ricevere la santa comunione, e infine la riportò nel suo letto. Ad Ave piacque molto volare.

Francesco vede se medesimo levarsi da terra, che Gesù l’ha rapito nell’aria, e frate Leone gli si aggrappa sperando d’esser portato seco, ma il santo vola troppo in alto, e gli sfugge di mano. E quando Francesco era sì poco levato da terra che nol potea giugnere, egli vide una cedola scritta a lettere d’oro discendere dal cielo e porsi sul capo di lui, nella quale cedola era scritto Quivi è la grazia di Dio. E dopo che l’ebbe letta, sì la vide ritornare in cielo. Dunque Dio è scrittore, o almeno si manifesta così a Leone, che è uomo di scrittura. A ognuno la grazia arriva col suo strumento. Un giorno ciò ch’essi vedono sarà dipinto, da compagni che non conosceranno in vita, ma incontrandosi poi in Cielo si faranno molta festa.

Scrivi e nota diligentemente (La perfetta letizia)

Francesco e Leone venivano da Perugia, di notte. Faceva un freddo birbone, il vento mulinava nelle povere tonache, la pioggia frustava il volto, ma Francesco era così affocato in Dio che non sentiva nulla, anzi con foga precedeva il compagno a grandi passi, dicendo

«O frate Leone, avvegnadìo che i frati Minori dieno in ogni terra esempio di santità, scrivi e annota diligentemente, che non è ivi perfetta letizia».

«O frate Leone, benché il frate Minore allumini i ciechi, stenda gli attratti, iscacci i demoni, risusciti i morti, scrivi che non è in ciò perfetta letizia».

Nell’ispirazione si entusiasmava e urlava forte, sì che chi udiva pensava stessero passando degli ossessi, e girava il chiavistello. Invasato, gridando nel vento Francesco disse

«Frate Leone, pecorella, se il frate Minore sapesse tutte le lingue e le scienze e le scritture, e parlasse con lingua d’Angelo e sapesse i corsi delle stelle, e convertisse tutti gl’infedeli alla fede di Cristo, scrivi che in ciò non è perfetta letizia».

E così per due miglia. Frate Leone gli domandò alla fine:

«Ma dov’è, allora, la perfetta letizia?»

«Quando noi busseremo a una porta, agghiacciati dalla pioggia, lordi di fango, e il portinaio ci scaccerà come gaglioffi e ribaldi, e uscirà fuori con un bastone nocchieruto e gitteracci in terra e involgeracci nella neve e batteracci nodo a nodo, se noi tutte queste cose sosterremo con allegrezza pensando le pene di Cristo, se penseremo caritativamente di quel portinaio, scrivi che in questo è perfetta letizia».

Verso Ospedalicchio, zuppi e sfiniti, bussarono a una porta, che li accogliessero per amor di Dio. Si affacciò il portinaio, e tutto accadde come Francesco aveva detto. Quegli uscì col nocchieruto bastone, e gridando Partitevi quinci, latroncelli vilissimi! Li gettò nella neve, e giù botte.

Più morti che vivi ripresero la strada, trascinandosi. Francesco era pieno di ferite e aveva un bozzo in fronte che cresceva a dismisura, Egidio stava peggio di lui, il portinaio gli aveva rotto una mano, e tubava di pena. Francesco invece tripudiava, perché non odiava il portinaio, e diceva che quello era un uomo saggio, che vedeva dentro, e li aveva trattati così perché sapeva i loro peccati.

Egidio invece non tripudiava. Si reggeva la mano rotta e borbottava fra sé

«Mah... sarà...»

«Cosa borbotti, frate Egidio, come una pignatta?»

«Noi vogliamo seguire Gesù... Lui però non faceva mica così! Lui non si faceva vilipendere!»

Francesco gridò sonoramente, come un angiolo con la tromba

«Che dici mai fratello Egidio, dragone crestato? Vuoi darmi scandolo bestemmiando? Egli subì il più terribile vilipendio, il patibolo! Gesù è morto sulla croce! E gli sputi, gli schiaffi, le offese, le botte, e invece della pietà i lazzi dei soldati?»

«Francesco non sospettarmi empio, io sono una pulce davanti al Sacrificio Divino. Però, Lui mica si faceva bastonare ogni giorno! Anzi gliele cantava a tutti, ai pubblicani, ai farisei, ai sacerdoti, e i mercanti li prese a scudisciate, nel Tempio».

«Ma noi mica siamo Lui — disse santo Francesco fischiando a ogni esse, che durante la perfetta letizia anche gli ultimissimi denti erano andati —. Noi non possiamo imitarlo. Lui venne per salvare il mondo».

«E noi?»

«Noi siamo i suoi giullari e i suoi cantori. Noi camminiamo di buon passo e godiamo della bellezza del cammino» disse in quella notte di pece, mentre il vento se li portava via.

Sorelle tortore, perché vi lasciate voi pigliare?

I bravi paesani di Santa Maria degli Angeli, affezionati ai frati per le loro opere e l’allegrezza, vedendoli secchi secchi per il tanto digiuno, ogni tanto portavano da mangiare. Un giorno gli donarono due tortore da cucinare. Francesco le prese nelle mani.

«O sorelle mie, semplici, innocenti et caste, perché vi lasciate voi pigliare?»

Fece loro i nidi, e le tortore restarono alla Porziuncola, moltiplicandosi. Et così domesticamente usavano coi frati, come fossero state galline da loro sempre nutricate.

Un’altra volta pescarono per lui una tinca, gliela portarono ancora viva, e lui

«Sorella tinca, perché ti sei fatta tu pigliare?»

E la rimise in acqua. Così fu con fratello leprotto, che liberò nel bosco.

Vide per via una formica schiacciata, la raccolse e disse

«Sorella formica, perché ti sei fatta acciaccare?»

E per umiltà si degnò di resuscitare anche quella. Rivisolata, la formica gli salì sul cappuccio, e ci stette fino a decima. Tanto in cielo gradivano quel suo essere uno con le creature, che Dio gli mandava schiere di uccelli. I quali, nel far festa al santo, a volte prendevano la mano. Così fu a Bevagna. Durante la predica, per allietarlo, l’Amico Suo gli inviò un esercito di rondini, che tanto esultarono strepitando e stridendo, da coprire la voce di Francesco, il quale disse loro

«Sorelle rondini, avete parlato abbastanza, adesso state zitte e lasciare parlare me».

Le rondini non fiatarono più. E fecero bene, poiché in quella predica egli fondò il Terzo Ordine francescano, non frati, ma affiliati per devozione.

A tutte queste vicende era presente frate Leone, che gli disse

«Gesù però con gli animali non ha mai fatto come te, non se curava mica tanto».

«Cosa? Ma è lui l’agnello! E come un agnello s’è immolato per noi. Frate Leone, vespone, perché mi pungi? Lui sapeva di avere poco tempo. Ci ha insegnato l’amore, poi sta a noi applicarlo a tutte le creature».

E tolse dal viottolo un verme perché non fosse calpestato, salvandolo dai piedi umani.

Francesco rivede la prima visita di madonna Jacopa, una gran dama che venne alla Porziuncola umilmente e lietamente volendo baciargli i piedi, ma lui non lo permise, e pregarono insieme. Inaspettata sopravvenne Chiara, e Jacopa ad ambedue offrì i suoi mostaccioli. Chiara in cuor suo trovava migliori quelli che faceva lei, ma Francesco tanto li apprezzò che si illuminò in viso, e il diavolo tentò Chiara con la gelosia. Lei eroica resisteva. Ma quando Francesco, provando per la nuova amica vivissima simpatia, la nominò frate Jacopa, Chiara amaramente se ne offese. Eh no, frate Jacopa no, un titolo così prezioso e giocoso è mio, finora aveva chiamato frate Chiara solo me! La feriva come una spada che Francesco lo avesse esteso a un’altra, le parve un tradimento. (E forse un po’ di ragione ce l’aveva, se otto secoli dopo un sapiente studioso, parlando di Jacopa, scrisse San Francesco non aveva una donna, ne aveva due. (Ernesto Balducci).

Ma l’anima di Jacopa era bellissima. Mandò un dardo di sacro amore anche a Chiara, ed ella fu toccata dalla sua fede e semplicità. Cantarono tutti e tre una laude tenendosi per mano con tale armonia, che per favore divino si levarono un poco da terra, quel poco da sentire il solletico dell’erba sotto i piedi. Chiara le perdonò i mostaccioli, e da allora anch’essa la chiamò frate.

Qui c’è Elia, il giorno in cui si accorge che Francesco lo sfugge. E se avvenia che frate Elia andasse inverso di lui, egli torcea la via e andava dall’altra parte. Finché Elia domandogli per quale cagione ischifava la sua compagnia. Ed egli rispose “impero ché m’è stato rivelato in sogno che per i tuoi peccati morrai fuori dell’Ordine, e che tu sei dannato. Ma io per te chiederò a Dio misericordia».

A tali parole Elia prese fuoco come una paglia, e disse

«Non ho bisogno di te per rivolgermi all’Altissimo! Attento a te, che questi sogni te li manda Satana!» (Tali parole gliele suggeriva Beemoth, l’agente della superbia, attorcigliato a tutto il corpo suo come un biscione).

«Chi credi d’essere tu, il padrone del bene? Non ti accorgi che per il troppo rigore stai rovinando il nostro ordine? Ah saprei ben io come riformarlo! Daremmo le piste agli agostiniani, ai domenicani, a tutti!»

A quelle grida le tortore fuggirono. Francesco con un segno di croce scacciò Beemoth che si srotolò da Elia ma senza fretta, con l’indolenza sfacciata di chi sa che tornerà. Frate Elia tornò in sé come destandosi da un incubo, e gli chiese perdono. Ma il suo parlare violento era un segno del futuro e lo richiamò, guastando il miracolo del santo che aveva arrestato il tempo. Le figure del polittico cominciarono a girare, prima lentamente poi si disfecero in un vortice, e il tempo riprese il suo corso. Francesco si ritrovò nel presente, con tutte le sue insidie. L’età dell’oro stava per finire.

(14 Continua)

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25 agosto 2019

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