Avviso

Questo sito utilizza cookies...
I cookies sono piccoli file di testo che aiuto a migliorare la sua esperienza di navigazione nel nostro sito. Navigando in ogni parte di questo sito lei autorizza l'utilizzo dei cookies. Maggiori informazioni sulla policy dei cookies visualizzando le Condizioni di utilizzo.

fratello Francesco
sorella Chiara

· un romanzo di Barbara Alberti ·

I trucchi del maligno

Per via di Francesco, Satana era sempre più in pensiero. Quel frate gli metteva una gran paura. A parte i danni più appariscenti — voler riportare la parola di Cristo in una Chiesa che saccheggiava e convertiva sulla punta della spada — la cosa più grave era un’altra. La sua rivoluzione era simile a quella di Gesù, che era passato dal Vecchio al Nuovo Testamento, rivelando il Dio d’amore. Ma l’ometto è andato oltre! Ride, e fa ridere.

Il Demonio, che è padre di bugia, ci si era messo di punta con Francesco, e cercava di sedurlo coi discorsi più strampalati.

«Non hai paura di me? Io ti colpirò in ogni modo».

«E tu non hai paura dell’Altissimo?»

«Francesco, è ora che tu sappia: l’Altissimo non esiste. L’Altissimo l’ho inventato io. Sono io, l’Altissimo».

«Sta’ zitto, Farfanicchio! Ma chi ti prende sul serio, a te?»

«Tu, sta’ zitto, lo dici ai tuoi fratacci. Stammi a sentire, grullo: ho creato il vostro Dio per avere un rivale, non c’era gloria a essere solo. Avevo bisogno di un antagonista col quale battermi, se no, sai che noia! Gli Artù e le Tavole Rotonde mi fanno venire il mal di ventre, ma di cavalleria m’intendo un poco anch’io».

«Taci, Grande Becco! Padre nostro che sei nei cieli, sia santificato il tuo nome, venga il tuo regno..

«Prega, prega. Dio è cattivo come un uomo. E vi ha fatto cattivi. Vi ha dato la morte, e l’odio per il prossimo. Come può essere buono chi sa che morirà? Per questo uccidete. Sapendo che il vostro sangue sarà versato, intanto versate quello del fratello (come Dio, ma in piccolo). Non v’è altro sollievo, alla condanna d’esser mortali».

Francesco con la bocca prega, ma l’orecchio è tutto del Demonio, e lo contesta:

« La morte non esiste, è un passaggio».

«Ah già, la caramella del premio eterno. Balle. Dopo la morte, tutto è inferno».

«Rimetti a noi i nostri debiti...»

«Stai fresco! Dio non rimette un bel nulla, Dio è il tiranno che manda il fuoco e la peste. Noi lo chiamiamo lo Sterminatore. Facciamo a chi ne ammazza di più, lui in nome del bene, io del male. Spesso è lui che vince. Lo vedi, siamo uno. Gesù vi ha preso in giro, è venuto solo a confondervi».

E mica ho fatto solo il vostro dio, ne ho creati tanti, uno per ogni nazione, perché vi massacriate nel suo nome.

Predica, l’agente delle tenebre, fa lo spavaldo, si atteggia a trionfatore e sbuffa fumo dalle nari, ma in segreto patisce dieci inferni. Ha una spina nel cuore che lo fa sanguinare come una fanciulla in amore, e non può impedire ciò che lo strazia: sordo al mulinello di dubbi nel quale egli lo avvolge, Francesco continua a pensare l’uomo come lo pensava Gesù.

Satana con lui le tentazioni del pensiero le ha provate tutte, ma visto che il frate da quell’orecchio non ci sente (ha imparato molto dalle bestie), passa a tormenti più grossolani. E ingaggia un corpo a corpo, mena botte da orbi, tira macigni, ferisce con gli unghioni e sputa fuoco. Un giorno, mentre Francesco prega con fervore insieme ai compagni, il diavolo appare, spalanca le fauci come una caverna, e sotto il naso gli ingoia frate Egidio in un sol boccone.

Francesco fa il segno della croce e Satana risputa il frate, con tal veemenza che lo scaglia in cima al faggio. Francesco prontamente benedice l’albero, ed Egidio scende lieve come una foglia, senza un graffio.

Il Ministro delle Tenebre allora manda a Francesco il flagello dei topi. Una notte è svegliato dallo stridio penetrante e nella sua capanna ne conta cinquemila, che strepitano e lo attaccano, ma lui si fa amare anche da quelle creature furbe e senza pietà, alle quali predica.

«Fratelli topi, voi mordete, lordate e distruggete. In nome di Dio vi ordino di lasciare Santa Maria degli Angeli».

Quelli si allontanano a malincuore, scontenti di lasciare l’unico sulla terra che li chiami fratelli.

Satana, lo spione, ha sentito tutto, e all’orecchio gli dice col suo fiato rovente

«Chiami tutti fratelli, pure i ratti. E a me no? Suonerebbe bene: Fra’ Diavolo... mi ha creato Lui, dopotutto».

«Sì, ma che ne sapeva che gli venivi cattivo, e che volevi prendere il suo posto?»

«Eh eh... ma come, Dio non sa tutto?»

Francesco perde la pazienza per i discorsi vani, si mette una mano sul cuore guardando il cielo, e Satana sprofonda nella terra veloce come un chiodo che si conficchi nel legno. Fra loro è una gara di trucchi, anche Francesco non scherza.

Il Demonio va ad avvelenargli l’acqua della fonte, ma Francesco più svelto di lui la benedice, e il diavolo si brucia (da allora Francesco si diede a benedire i pozzi e i fiumi). Qualche piccola vittoria toccava anche al Re delle Fiamme, quando lo tentava sulla sua debolezza — la ghiottoneria di dolci — e per amore dei mostaccioli pur egli cadeva, ogni tanto.

Satana, il gran geloso, è geloso di Dio. Oh come gli piaceva quell’anima! Potersene ornare all’inferno... che preda! Sarebbe, un poco, come averci trascinato Gesù.

«Un’anima così, quando mi ricapita? E lui, solo dio, dio dio? E io? No, quel frate dev’essere mio. Sono sempre il più bello, le tenebre mi donano».

Satana con Francesco ci si era messo di punta: «l’ho scoperto io! Mi spetta di diritto. Prima che Gesù si compiacesse in lui, io già mi dolevo della sua luce».

All’uomo di Dio, le tentazioni erano di grave molestia, anche perché l’Eterno Vanitoso è molto chiacchierone e lo distoglie dalla bellezza — il volo del falco pellegrino, le formicole che mai non si fermano. Belzebù lo distoglieva dalle creature, come la capra smarrita che belava, di notte, e lui la ricondusse. In una capra dal viso semita / ho visto querelarsi ogni altro dolore, ogni altra vita.

Di solito Lucifero, il Grande Nulla, odia il tentato che non si fa tentare, ma stavolta, più Francesco gli resisteva più lui se ne invaghiva, ed era pronto a tutto per sedurlo. Gli ricordava troppo quel sognatore di mille anni fa, in Galilea, quel ragazzo spettinato, con l’assoluto di una parola che mai sarebbe stata dimenticata, né applicata. Il più temerario, il più giusto, il più affascinante, il più pericoloso essere umano che mai fosse nato.

(Parla Lucifero): «Sì, certo, inutile negarlo: a volte, noi angeli caduti siamo soggetti a pigliarci una cotta per l’anima che vogliamo perdere. Per forza, gli stiamo così accosto, come i gendarmi, come le balie, come gli amanti. Io sono il Diavolo Custode. E se il custodito ha dei meriti, sono il primo che se ne accorge. A me non si mente».

Francesco è turbato dalle parole del Maligno, e va pensando:

«Fratello Diavolo? No, mai. Fratello no, però... anche lui esiste, anche lui fu concepito da Dio... l’ha pagata cara la sua superbia, con questa condanna di fare sempre il male».

E nel male il Principe del Dubbio non si risparmiava, e gli mandava sogni che lo facevano disperare della sua forza nel seguire la via di Gesù. In sogno un angelo tocca Francesco.

E il menò a un ponte, molto sottile e isdrucciolevole e senza sponde, e di sotto ringhiava un fiume terribile, pieno di serpenti e di dragoni e di scorpioni, e gittava un grandissimo puzzo. (Fioretti)

Francesco ha paura di cadere, ma l’angelo lo accompagna e lo rassicura, portandolo per mano, vai, vai tranquillo, che ci sono io. Ma quando sono a metà del cammino, l’Angelo quatto quatto vola via, e lo pianta in mezzo al ponte, volando su una montagna, e non muove un dito per aiutarlo. Francesco è atterrito, e si sente anche tradito, gli ha giocato un bel tiro, il Messaggero — che si facciano beffe di lui anche in Cielo?

Rimanendo senza guidatore e riguardando in giù, vedea quegli animali terribili stare co’ capi fuori dall’acqua e colle bocche aperte, apparecchiati a divorarlo s’egli cadesse. Veggendosi in tanta tribolazione e non avendo altro refugio che Dio, si inchinò e abbracciò il ponte, e con tutto il cuore si raccomandava a Dio. E fatta l’orazione, gli parve cominciare a mettere ale. Con allegrezza aspettava ch’elle crescessono per volare di là del ponte. Ma per la gran voglia di passare il ponte, si mise a volare; e perché l’ale non erano tanto cresciute, egli cadde sul ponte, e le penne gli caddono.

Al risveglio, un soffio di zefiro entrò tra le frasche della capanna, soave emanazione dell’inferno: in quel vento c’erano molte voci che gli roteavano intorno ripetendo: Rinuncia, Francesco, sei troppo debole, non volerai mai. Dici sempre che sei il più insignificante degli omicciuoli, ecco, è proprio così, non sei buono a niente. Che hai a che fare tu col Cristo? Egli ti disprezza.

 

In forma di giovane bellissimo 
(l’incendio)

Dicesse quello che gli pareva, Satana. In barba alle sue calunnie, Francesco ebbe la prova d’essere in grazia sul seno di Gesù, la sera in cui lui e i compagni stavano parlando dei segreti di Dio sottilissimamente, ispirati dallo Spirito santo.

Imperò che stando in questo parlare, apparve Cristo benedetto nel mezzo di loro in forma di giovane bellissimo, e li riempié di tanta dolcezza che furono ratti fuiori di se medesimi, non sentendo niente di questo mondo. (Fioretti)

Al chiostro di Chiara e Agnese arrivò una compagna inaspettata: Bice, la servetta. Non per slancio mistico ma per scappare da Alduccio, il marito, che era diventato il suo persecutore. L’aveva separata dal figlio affidandolo alla propria madre, e la picchiava per divertimento. Finché, in seguito a una lieve disobbedienza, le rasò il capo come una biglia. Allora Bice disse

«Hai fatto di me una penitente, e io andrò da Chiara».

Chiara e Agnese la accolsero con gioia. Bice, ambigua come sempre, le portò in dono una gatta selvatica, sperando che la graffiasse, e facesse baruffa con Ave. Invece fu subito amore, e la volpe e la gatta divisero da subito le ruzze e la ciotola.

Beatrice, che era cresciuta nella nostalgia delle sorelle, disse alla madre

«Ha ben fatto Bice a salvarsi dalle Povere Dame. Perché non ci andiamo anche noi? Qui si sta così male! »

Era vero. Dopo la fuga di Agnese e Chiara, tutte le relazioni si erano degradate. Favarone beveva smodatamente, e trattava male le donne. Le odiava tutte. Per lui ormai una figlia era solo una che poteva disonorarlo e la moglie, la sua mezzana e complice. Anche lui, come il rozzo paggio, allungava schiaffi a entrambe. Ortolana non rispose alla domanda di Beatrice, ma pensò «Stavolta tuo padre ci ucciderebbe». E anche, non voleva abbandonarlo. L’ombra dell’antico amore e una grande pietà, la legavano ancora a quell’uomo disperato.

Del meraviglioso magnare che fece
Santo Francesco con Sancta Chiara
ad Sancta Maria de l’Angeli

 Poco lontano dalle prigioniere, Chiara e Francesco vivevano liberamente il tesoro non deperibile dell’ardore divino. Francesco andava spesso a trovarla, e lei ogni volta gli chiedeva di attavolarsi insieme. Ma il santo padre esitava, dubitando fosse cosa troppo frivola. Finché non comprese che quel pensiero gliel’aveva istillato Satana, nemico di ogni santo diletto, e invitò Chiara alla Porziuncola, dove si era consacrata a Dio. Lui e i suoi compagni, in festa, ornarono le capanne di squillanti ginestre. Arrivarono Agnese Chiara e Ave, e con loro le prime compagne, Benvenuta, Amata, Illuminata, Consolata (Bice era rimasta a San Damiano, la felicità di Chiara la feriva sempre).

Chiara portò i mostaccioli fatti con le sue mani, di cui Francesco andava ghiotto, e assaggiandoli disse che non c’era simile dolcezza in questo mondo, e benedisse le sue mani, scherzosamente dicendo

«Frate Chiara, ti nomino regina dei mostaccioli».

Ed ella aveva un piacere profondo di quel titolo di frate. Francesco era dolcissimo con tutte le Povera Dame di San Damiano, ma frate Chiara ci chiamava lei sola, e questo la colmava di ridente fierezza.

Poi santo Francesco fece apparecchiare la mensa in sulla piana terra. Si siedono insieme Francesco e Chiara, poi tutti gli altri si acconciarono alla mensa. Chiara benedisse il pane. Mirabile cosa! Subitamente su tutti i pani apparve il segno della croce bellissimo intagliato. Francesco cominciò a parlare di Dio sì soavemente, sì altamente, sì meravigliosamente, che tutti furono rapiti in Dio. (Fioretti).

Intanto, le genti di Assisi e di Bettona videro in Santa Maria degli Angeli un incendio abbagliante nel bosco e nella chiesa, e corsero coi secchi per spegnerlo, sicuri che ogni cosa ardesse. Alcuni impietositi, altri contenti, perché la perfezione dei santi compagni stava sul gozzo alle anime basse, e mentre corrono in soccorso fioriscono le dicerìe, sono stati i frati agostiniani, no, i Benedettini! Macché, dice uno che la lunga, è stato messer Favarone, che li vuole morti...

Ma giugnendo al luogo e non trovando ardere nulla, ma Santo Francesco e Santa Chiara e la loro compagnia in contemplazione, compresono che era stato fuoco divino e non materiale, il fuoco del divino amore, del quale ardeano que’ santi frati e sante monache. (Fioretti)

Francesco nemmeno si accorse dei soccorritori, pieno com’era di Dio e di Chiara. I due amori si accrescevano e si compenetravano, e la Porziuncola risplendeva come la porta del Paradiso.

 

Tiratemi fuori
da questo posto

Una notte Favarone, pieno di vino e di rabbia, come ogni volta che si ubriacava si affacciò al balcone dal quale avevo deriso il santo frate, per maledire San Damiano e la Porziuncola, Francesco e Chiara e l’intera valle, invocando l’onda di un nuovo diluvio, che la sommergesse tutta. Ma nella foga si sporse troppo, cadde e morì.

Dopo la morte di messer Favarone, il convento di San Damiano si riempì. Per diventare Povere Dame come Chiara e Agnese venne Ortolana, venne Beatrice, venne la Balia, per praticare la Santa Obbedienza, l’Altissima Povertà e la Splendidissima Castità. Ave felice girava in tondo, le pareva d’esser tornata a casa, e non rimpiangeva Favarone, che minacciava sempre di farla arrosto.

Invece le Povere Dame ogni giorno pregavano per l’anima di lui, ricordando i tempi della sua dolcezza. Egli visitò in sogno Ortolana, con segni di frustate di diavoli e il volto bruciacchiato, e le disse

«Io sono il martire della vostra santità. Non vi stancate di pregare, ché con tutto il rancore che ho accumulato, mi sono guadagnato un solido posto in Purgatorio. Quaggiù è come l’inferno, solo che dura meno. Conto su di voi. Tiratemi fuori da questo posto! Arrivando ci trovai anche Pietro Bernardone, anima assai più nera della mia — usuraio, ladro — ma è filato in cielo in un lampo per le preghiere del figlio, che nel mondo non gli avrei dato mezzo bajocco, ma qui passa per santo».

Alla fine, con una timidezza delicata in quel volto barbuto, le disse

«Anche quando ti odiavo, ti ho sempre amata».

E scomparve da una porticina del sogno.

(13 Continua)

EDIZIONE STAMPATA

 

IN DIRETTA

Piazza S. Pietro

15 ottobre 2019

NOTIZIE CORRELATE