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fratello Francesco
sorella Chiara

· un romanzo di Barbara Alberti ·

La canzone di Altiero

Altiero era diventato lo zimbello dei pettegoli. La vicenda del nobile perugino piantato due volte alla vigilia delle nozze, fece la delizia dei buontemponi e dei trovatori. Su di lui girava una canzone: La canzone delle corna / quando le mogli scappano / e nessuna ritorna.

Altiero scomparve da Assisi per paura delle beffe, ma la sua fama lo perseguitava dovunque. Una sera, a Perugia, alla taverna del Gatto Randagio, un gruppo di avvinazzati stava cantando La canzone delle corna, e a ogni strofa scrosciavano le risa. Il cantore esclamò:

«Ma cosa si deve vedere! Ad Assisi, fior di giovanotti rapiscono fior di ragazze, per farne cosa? Consacrarle a Dio! Che spreco! Ma dico io, datele a noi, che sappiamo cosa farne!»

Tutti risero e lui ricominciò a cantare, ma qualcuno gli diede di gomito: Altiero stava entrando spavaldo nella taverna, con due compagni. Erano tutti armati.

«Zitto! C’è il cornuto».

«Meglio! Così ci divertiamo».

«Non credo. Ne ha già steso uno che scherzava sulla sua disgrazia».

L’altro prudentemente depose lo strumento, e smise di cantare.

Altiero chiese da bere e i motteggiatori tacquero. Ma il cantore, malconsigliato dal vino, per fare lo sbruffone ricominciò la sua canzone. Altiero perse il lume della ragione, estrasse la lama e gli si avventò contro, si batterono rovesciando i boccali, mentre gli avventori si tuffavano sotto i tavoli. Nella veemenza dell’attacco Altiero si scoprì, e l’altro lo trafisse da parte a parte. Fu trasportato a casa in fin di vita. Il medico non poté nulla.

Con un filo di voce, chiese che andassero a chiamare Francesco. Francesco stava cogliendo le olive. Quando seppe di Altiero saltò giù dall’albero e corse al letto del morente per riconciliarsi, e perdonarsi l’un l’altro. Mentre si affrettava da lui, pensava che in quell’uomo, alfine, c’era della cortesia.

Appena lo vide, Altiero gli disse

«Senti scemo, non t’ho fatto chiamare per salvarmi l’anima. Con quello lassù me la vedo io, e non sceglierei certo te come mezzano. Perdìo, come puzzi. Ti ho chiamato per dirti che ti vedo dentro. Hai imbambolato quelle due oche, ma a me non mi freghi. Sei furbo, castrato. Sei solo un coniglio. Ti sei messo all’ultimo posto da solo, così in basso che nessuno ti può giudicare... Comodo! Farti piccolo per sentirti superiore a tutti! Umile umile, intanto m’hai rubato Chiara, e pure quella gattamorta della sorella, per farne due rami secchi. M’hai rubato due spose, m’hai rubato la reputazione, mi hai reso ridicolo. Ti va bene che muoio, se avessi la forza di reggere un’arma ti farei a fette, ti strapperei gli occhi e la lingua!»

L’odio e il diavolo che gli stava attorcigliato al braccio come un serpente gli suggerivano ogni parola, e gli diedero l’energia di levarsi in piedi. Con uno sforzo supremo il moribondo prese a calci Francesco, e con l’ultimo fiato gli gridò «Vattene, carogna!»

E Francesco se ne andò, rispettando la sua volontà di dannato. «Chissà mai che il suo male assoluto non confini col bene», ragiona fra sé, ma per poco: il prato che attraversa è coperto di botton d’oro, li sfiora a piedi nudi. Una nuvola a forma di cervo corre sul monte, Francesco è un filo d’erba nella straziante bellezza del creato, e di Altiero si scorda.

Eh, vorrebbe che fosse così, Francesco. Vorrebbe già essere santo. Invece è ancora lì, combattuto dalla tentazione. Non è una strada piana: come riuscire a far tacere quell’angolino di sé che esulta che quel vigliacco schiatti malamente, a lasciarlo fare avrebbe profanato le sue due fanciulle, i suoi gigli, e gli ha pure ammazzato a freddo Gringalet, l’innocente — e prega, Gesù, caro, aiutami, spegni il mio odio! Ma Gesù non lo aiuta, se la ride fra le nuvole.

«Veditela tu, amico mio. Credi forse che quei momenti di pienezza in cui tutto risplendi d’amore siano la regola? No, quella è la grazia, che si accende e si spegne come una lucciola, e dura un amen. Il resto è un duello con la costante miseria delle passioni. Molto dovrai lottare ancora prima di diventare come vorresti. Sono forti i morsi dell’orgoglio? Fatti morsicare, se non sei ancora pronto».

Francesco era affranto. Satana intanto ci metteva il carico da undici, e gli sussurrava con voluttà:

«Accompagnare un dannato che se ne va odiandoti, odiandolo anche tu, e ballando in un cantuccio del cuore il saltarello per la sua fine miseranda... anche tu ti stai dannando, fratuccio».

Francesco disse al morente

«Fratello...»

«Fratello, a me? Ma io ti disprezzo!»

«Preghiamo insieme. C’è in gioco l’eternità».

«Ah ah! Non c’è eternità fuori dell’istante, canta Marcabru, e in questo istante io ti ho sconfitto... Ti devi ricordare chi era Altiero Brufani! Uno che ti ha odiato fino all’ultimo! Uno che non ha paura manco del diavolo!»

La lotta di Francesco fra il bene e il male era complicata da un altro fatto: per quanto si sforzasse, gli sembrava poco serio ciò che diceva Altiero, perché da quando Monaldo gli aveva rotto un dente sul davanti, mentre parlava fischiava, e senza volerlo le sue invettive sortivano un effetto comico. Francesco fu preso da umor leggero per la beffa delle apparenze, non si chiese più se lo amava o lo odiava, gli venne solo voglia di ridere con lui, sorrise mostrando i vuoti della bocca, e gli disse, anche lui un poco fischiando:

«Ora sei sdentato ancor tu! Almeno in questo siamo fratelli. Ehi, sdentato... diamoci la mano!»

Lo aveva detto come un bimbo di tre anni, in maniera così amabile che non gli si poteva volere male. Qualcosa come un celeste fruscio passò fra loro, e anche Altiero, senza pensarci, sorrise. A quel doppio sorriso Satana si srotolò dal suo braccio, vinto ma non rassegnato, restando in agguato. Nel cuore di Altiero entrò la grazia. Francesco gli cantò la canzone di Marcabru, su due amici che si congedano. Dopo il finale — i cavalli si nitriscono l’un l’altro, mentre partiamo — Altiero rese la vita appoggiando la testa sulla spalla di Francesco, con abbandono di fanciullo.

Un angelo venne a prenderlo. Ma ci trovò già il diavolo col forcone, pronto a infilzare l’anima di Altiero come un tordo, e a portarsela all’inferno.

«Che vuoi tu, cornacchia? — disse il diavolo all’angelo spruzzandogli sul viso il peperoncino di fuoco che stava masticando, ma l’aura dell’angelo glielo rimandò indietro, sicché l’avversario si sputò in faccia da solo — Altiero è mio, mio da prima che imparasse a parlare».

«Eh no, disse l’angelo, è morto in grazia di Dio, con un sorriso. Lo sai, vale solo il finale».

«Imbroglioni! Ladri! — sbottò il diavolo, me lo covavo da venticinque anni questo qui, le magagne le aveva tutte, dal mendacio alla lussuria alla matta bestialità, era nato per l’inferno, un gioiello! E adesso... per voi tutte le scuse sono buone, pur di rubarmi le anime! Ora è una lagrimuccia, ora è un sorriso che m’il toglie. (Il Diavolo non perde il vizio di citare in anticipo Dante) Ma di riffa o di raffa, alla fine sono sempre io che me la piglio in saccoccia».

Questo accadeva nella sfera invisibile. Ma torniamo a ciò che si vede. Altiero aveva appena smesso di vivere che arrivò Meleagant, il nano, dopo un galoppo forsennato su Peregrin, il suo mulo, sperando di trovarlo vivo. Fulminò Francesco con lo sguardo, sciolse delicatamente l’amico dall’abbraccio del frate, e si chinò su di lui con cura di madre. Gli scaldava le mani fredde per sempre, e gli diceva

«Padrone, compagno, respiro mio, tu eri per me il sole e i suoi pianeti, senza di te io andrò fra le gole partenopee dove mi trovasti, e mi butterò da una rupe col tuo cavallo preferito».

Intanto, muto dagli occhi gli cadeva un fiume. Lo sguardo gli andò al pugnale di Altiero, disse

«Perché aspettare tanto?»

E lo rivolse contro di sé, ma prima che la punta lo toccasse, Francesco, con arte da antico spadaccino colpì l’arma con la mano a taglio e glielo fece volare via.

«La rabbia che provò Meleagant fu così grande, che lo salvò dal morire di dolore».

«Come osi stare qui? Sei tu che lo hai rovinato! Tu che lo hai ucciso! Ma lo seguirai! Io ti spedisco da quel Dio che tanto ami!»

Meleagant salta sul letto per pareggiare l’altezza, afferra Francesco alla gola e stringe forte ma solo ora si accorge del sorriso di Altiero, un sorriso che mai gli ha veduto, che mai credeva potesse sorridere — quando ogni affanno è domato — e comprende. Lascia la gola di Francesco ed esulta per il suo amico, riconoscendo il sorriso vagheggiato da Jaufré Rudel, il sorriso che dalla culla alla tomba / sorridere si può una volta sola / Quando è sorriso, ha fine ogni miseria.

Il nuovo compagno

Colmo di gioia per essersi affratellato ad Altiero, Francesco tornò alla Porziuncola al calar della notte, e ogni tanto gli pareva di udire dei passi dietro di lui, come se qualcuno lo seguisse. Si girava, e non vedeva nessuno. Il giorno dopo, mentre Francesco zappava l’orto, frate Monaldo venne a dirgli

«C’è uno che chiede di te. Ha dormito davanti alla tua capanna, ma non ha avuto il coraggio di accostarsi. È un piccolo uomo».

«Siamo tutti piccoli, disse Francesco».

«Voglio dire, molto corto».

E venne avanti Meleagant. Con nobile timidezza disse a Francesco

«Tu sei tutto ciò che mi resta del mio padrone, tu gli hai dato la pace. Anch’io voglio il sorriso di Altiero. E quando lo avrò conquistato, in Dio saremo di nuovo insieme. Il vostro è il più alto stato di religione che io udissi mai».

«E come ti vuoi chiamare?»

«Fra’ Totò», disse Meleagant, che per umiltà volle rinominarsi come un cagnolo.

Disse Frate Monaldo: «Ma non c’è nessun santo con questo nome!»

«Beh allora lo dovrò diventare io», disse il nano con semplicità.

Francesco gli mise la zappa in mano, e mentre lavoravano gli cantò un’ode alla bellezza dei frutti della terra, che andava improvvisando. Nella giusta stagione crebbero fior di rape, e per quel tempo fra’ Totò era diventato un fratello tra i fratelli, amante e amato. Fra’ Totò era del napoletano, e parlava una lingua piena di suoni che dilettava Francesco. Il nuovo compagno gli cantava le canzoni del suo paese, e l’idioma piacque all’uomo di Dio quanto il francese. Volle imparare anche il Padre nostro in napoletano, che recitava con gusto, e lo insegnò a Chiara.

Frate Monaldo era geloso. Pur rinunciando a ogni vanità, una briciola ne restava sempre, e lui l’aveva riposta nella soddisfazione d’essere il più gigantesco dei frati. Si sentiva come una quercia che protegge la casa del Signore. E adesso arriva quello lì, piccolo piccolo, e doppia all’inverso il suo primato. Ma una notte Monaldo lo udì che piangeva la morte di Altiero, entrò nella sua capanna e gli disse

«Non piangere, da lui ti separa solo la vita terrena che è un soffio, e seguendo Gesù, presto sarete insieme».

«Le tue parole mi consolano, disse Totò, ma le lacrime scendono ugualmente, e non posso fermarle. Lascia che io pianga, è bello lasciarle andare e bagnare l’erba». Fra’ Monaldo allora lo abbracciò come una madre, e l’altro sul suo petto pianse finché venne il sonno.

Da quel giorno Totò e Monaldo, lavorando insieme, pregavano per l’anima di Altiero, il quale era sì scampato all’inferno, ma ne aveva combinate tante, che doveva scontare un bel po’ di anni in purgatorio fra vilissime pene, e aveva bisogno di preghiere. Fra’ Totò pregava svelto svelto per dirne di più.

«Francesco sorrise».

«Non ti affannare con le giaculatorie, fra’ Totò. Non conta il numero, contano le opere».

Quel giorno un gran signore, che era stato egoista, e geloso dei suoi orti, toccato da Francesco aprì il suo frutteto perché i frati potessero cogliere frutti a volontà, e distribuirli ai poveri. Monaldo e Totò unirono le forze, il gigante sollevò il nano e se lo pose sul collo. Cavalcandolo, Totò arrivava ai frutti più alti, e fecero un grande raccolto.

Francesco li mandò insieme a predicare a Solfagnano, fra le paludi. Monaldo portava a cavalcioni Totò nei lunghi cammini, e questi faceva da vedetta. Colui che fu Meleagant era contento. Finora si era sempre trovato più in basso di tutti, adesso vedeva le genti dall’alto. Ma non si insuperbiva, ne era lieto, e la carità che facevano ne veniva accresciuta.

Dalle case si affacciavano, «Guardate! Un nano, un gigante...» Qualcuno li scherniva, ed essi auguravano la pace a tutti.

Prima di presentarsi a Francesco, per essere degno di lui fra’ Totò aveva fatto un grande sacrificio dando via il suo unico bene, Peregrin, il mulo albino dal quale era inseparabile. Ma un giorno Peregrin arrivò al trotto alla Porziuncola, con le briglie strappate dopo esser fuggito dal nuovo padrone, andò da fra’ Totò e gli leccò le mani. Lui si strusse d’amore, ma come frate minore non poteva possedere nulla. Lo significò a Peregrin, parlandogli nel lungo orecchio. L’animale capì che era un altro addio, e il muso gli pendeva triste.

«Puoi restare con noi, fratello mulo», gli disse Francesco.

E volto a Totò: «Non come un tuo possesso, ma come un amico».

Fra’ Totò abbracciò stretto il collo della bestia, e anche il mulo pianse.

(12 Continua)

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20 agosto 2019

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