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fratello Francesco
sorella Chiara

Dio saprà riconoscere i suoi (Francesco e Innocenzo)

Francesco e i compagni continuavano ad andare a predicare vicino e lontano. Non stavano un momento fermi, quei ragazzi. Ma a volte i chierici li scacciavano, chi siete voi? Chi vi ha autorizzato? Francesco rispondeva:

«Gesù».

E lì partiva qualche bastonata, o li facevano inseguire dai cani. Così Francesco pensò di andare a Roma, a chiedere un riconoscimento al Signor Papa. Quando lo disse ai compagni, Fra’ Ginepro fu preso dal tremito, come sempre quando era ispirato, gli afferrò il cordone per trattenerlo, sussultava e diceva:

«No, no, non partire! Andare dal Signor Papa è più pericoloso che andare dai Saraceni!»

«Ma perché?»

«Non lo so, vedo solo facce di diavoli... Ma non lasceremo che tu vada da solo. Se vai tu, veniamo con te».

E si incamminarono tutti e dodici verso Roma.

Francesco aveva scelto il momento meno adatto perché il Papa gli desse ascolto.

Nel suo palazzo, di notte, Innocenzo era tormentato dalle voci.

Innocenzo III

Innocenzo iii, per quello sterminio, del suo non avrebbe rimorsi. Ma la notte sente le voci. I ventimila della città di Bezière pugnalati e arsi, fatti a brani, violati, divorati, voci di bambini, mamma, mamma! Sente le grida delle madri sgozzate, e tutti lo maledicono e lo vogliono all’inferno. E così tutte le notti.

Da allora, non ha più conosciuto il bene del sonno.

Già ha da pelare quella gatta impelabile, le eresie.

«...L’attentato alla mia potestà, alle scritture che sono il nostro potere. Tradurre il Vangelo in volgare, che orrore! Alla portata di tutti — solo la Chiesa può interpretarlo e amministrarlo. Chiunque metta in discussione i dogmi minaccia il nostro imperio, e sarà schiacciato. Che vogliono da me quelle voci? Io sono un campione della Cristianità. E ben feci a promuovere la crociata contro l’eresia Catara. Ma prima, con quanta pazienza avevamo provato a riportare alla vera fede le genti della Provenza, segnatamente la città di Bezière, il covo dei traditori di Dio — ma si ostinarono, finché vi fu un solo rimedio: massacrarli tutti. Arnaud Amaury, il più valoroso dei miei capitani, dopo aver trionfato sul male, mi scrisse:

I nostri non guardarono né a dignità né a sesso, li distruggemmo col fuoco e la spada. Fatta così grande strage, la città fu saccheggiata e bruciata, che non ne restò nulla. Così la colpì il mirabile castigo divino. Vi diranno che morirono anche molti innocenti, ed è vero: ma Dio saprà riconoscere i suoi.

Ed è proprio l’anniversario di quel giorno, quando Francesco gli chiede udienza. È il 12 luglio, quando le voci si fanno più assillanti.

Non solo gli spiriti assediano Innocenzo, ma anche un menestrello in carne ed ossa, un temerario che vestito di nero, confuso alla notte, gli ha suonato sotto le finestre (in provenzale, la lingua della rivolta), un sirventese contro il papato, che Innocenzo ha messo invano fuori legge.

Innocenzo: «Il cantore è fuggito davanti alle mie guardie, ma il veleno di quelle parole è rimasto nell’aria, e i suoi versi tornano come mosche».

O Roma ingannatrice, di tutti i mali guida...

Roma, senza ragione, molta gente uccideste.

Papa che hai mal governo,

Chi segue le orme vostre

Se lo trascina il diavolo

Nel fuoco dell’inferno.

Dei saraceni peggio,

voi fate per dileggio

Martirio dei cristiani.

Non temono né Iddio né i suoi divieti,

Il Papa ed i suoi preti.

Voi tutto il vostro cuore

Avete nel tesoro: vi mena cupidigia

Al fuoco che non muore. (Gulhem Figueira)

«Panzane! Ma cosa ho da temere, io, che non credo in Dio? Che me ne importa dell’inferno? Io credo solo nella Chiesa e nella sua gloria. Dice Valdo che la Chiesa chiama Dio il suo potere. Ma Dio non c’è, e solo questo mi consola».

Entrò un valletto.

«Signor Papa, qua fuori c’è un fraticello».

«Che vuole?»

«Parlare con voi».

«Chi lo manda?»

«Dice che lo manda Gesù».

«Gesù è morto. Caccialo via».

Non credere in Dio lo fa sentire impunito, però gli dà anche un fastidioso senso di inesistenza.

«Se Dio non c’è io rappresento il nulla, dunque non esisto».

E cerca, invano, di afferrare i suoi pensieri che in forma di spiriti guizzano fra gli argenti e i velluti, per strangolarli.

Sette giorni dopo, tornò il valletto.

«Signor Papa, qua fuori c’è sempre quel frate».

«Ancora?»

«Non s’è mai mosso. È rimasto al sole, alla pioggia, i piccioni lo hanno preso di mira, gli ha pure grandinato addosso. Ma lui, fermo».

«E che fa?»

«Canta, gira su se stesso, fischia con le rondini. È molto intonato».

«Cosa chiede?»

«Di praticare la povertà».

«Faccia pure, purché mi lasci in pace. Se non se ne va, percuotilo».

«Già fatto, ma quello torna».

«Se lo ritrovo qua fuori ti caccio all’istante».

Quando Francesco vide tornare il valletto gli chiese:

«Quale risposta mi manda il Signor Papa?»

«Questa!»

Disse giocondo il servo, e lo prese a calci. Francesco allora, visto che il Signor Papa era sordo, andò a predicare agli uccelli nel giardino limitrofo.

Andirò a predicare a le mie sorelle ucelle.

(Quando Dio non può mandare gli angeli, manda gli uccelli).

E comenzò ad predicare ad li ucelli che erano in terra, et subito quelli che stavano in su l’arbori vennero a lui, et tucti insieme stectero fermi, finché lo’ decte la benedictione. «Sorelle mie ucelle, voi siete tenute molto ad Dio vostro creatore, et sempre lo dovete laudare, però che egli ve ha dato vestimento duplicato et triplicato. Appresso, però che de voi reservò el seme ne l’arca de Noè, anche li site tenute per lo elemento de l’aere che ha deputato a voi. Voi non seminate, et Dio ve pasce et dave li fiumi et li fonti, et monti et valle per rifugio, et l’arbori per fare li nidi. Et però guardateve, sorelle mie, del peccato de la ingratitudine, ma sempre ve studiare de laudare Dio». (Fioretti)

Il servidorame del Papa e altri romani s’erano fermati per ridere del matto, ma c’era uno che non rideva. Un gran signore della Chiesa, il cardinale Colonna. Prima di involtolarsi come gli altri nella corruzione e nei delitti della Curia, da giovane aveva creduto fervidamente nel Vangelo. E senza che lo volesse, sentì sgorgare le lacrime davanti a quel purissimo cuore.

Seppe chi era e cosa chiedeva Francesco, e persuase il Papa ad ascoltarlo. Lo informò di come il frate di Assisi avesse rinunciato alla ricchezza del padre mercante per darsi alla povertà, e seguire il Vangelo. Il Papa sbadigliò sonoramente.

«Che noia! Un altro Valdo. Un altro poverello di Lione. Quante volte le abbiamo già sentite, queste sciocchezze?» Anche Valdo era un ricco mercante di stoffe, anche lui fissato con la povertà, e capace solo di accusare la Chiesa.

«No, Papa. Questo non vuole combattere la Chiesa, è umile come un agnello. Vuole solo che tu riconosca il suo ordine di Penitenti. Vogliono chiamarsi Minori».

E il Papa lo ricevette, anche pensando alle voci. A volte questi fratercoli di campagna hanno buoni rimedi con le erbe, e hai visto mai mi desse una pozione per riuscire a dormire, finalmente.  

Francesco a corte

Ammesso al cospetto del Papa e della sua corte, Francesco con grande emozione entra nel tabernacolo della Cristianità, pensando a visioni di Angeli, e ai discepoli di Gesù.

Innocenzo e gli alti prelati che lo circondano, alla sua vista si coprono il naso con fazzoletti di Fiandra, e così i chierici, i vescovi e gli abati — per quell’odore di capra selvatica, come l’aveva il Battista.

Innocenzo guarda severamente la sua barba incolta, la tonaca stracciata, la chioma polverosa. Lo invita a recitargli la regola di cui chiede l’approvazione, e Francesco risponde

«La regola è bell’e fatta: è il Vangelo».

«Ma benedetto ingenuo! Questi sono discorsi da ignoranti. Discorsi pericolosi. Guai a prendere il Vangelo alla lettera. Le Scritture parlano per simboli, vi sono in essi tanti significati, e solo la Chiesa può interpretarli. Illustri sapienti lo hanno fatto riempiendo tante pagine da coprire il mare, e tu vorresti capirlo? Attento, questa è la porta dell’eresia».

Francesco descrive la vita sua e della comunità. La loro aspirazione alla perfetta povertà non piace, ci vedono dietro un grande orgoglio, e forse un oltraggio. L’umiltà di quel frate è bruciante, li disturba, parlottano fra loro di fatti minuti, e appena lo ascoltano.

Ma lui, cosa vide! Il Papa sedeva su un bianco trono d’avorio e oro, intagliato con tale arte che le due zampe davanti avevano sembianza di leopardi, e le altre due di coccodrilli. Il suo mantello era cosparso di gemme come il cielo. Lo scettro splendeva come il sole, ricavato da un diamante più grosso di un pugno. Non v’è specie di pesce, di belva, di uomo, di uccello che non vi sia scolpito, secondo la propria vera sembianza. (Chrétien de Troyes)

Ma Francesco non si scandalizza. Non vede i loro lussi vede i loro dolori, e quei leoni quelle linci quei coccodrilli, creature d’inferno che straziano le loro anime — e ne ha pietà, anche se per ogni anello che portano al dito ci sono mille affamati.

Fra sé pensa, se non ho pietà perfino di questi, allora non vale niente per me la parola del Signore. Ho avuto pietà dei lebbrosi, degli assassini con cui vissi quand’ero captivo, a Perugia. Chi più lebbroso delle loro anime? Chi più captivo? Sarò povero per tutti, anche per loro. E chiederò grazia a Gesù.

Dopo che ebbe descritto la regola di vita sua e dei fratelli, parlò il Papa.

«Mi dice il Cardinal Colonna che predichi agli uccelli. Ma se tanto ti piace vivere nella melma, allora è meglio che tu vada a predicare ai porci, coi quali, più che con uomini, è bene che ti confronti. Ròtolati con loro nella melma, consegna loro la Regola, fra voi vi capirete».

Francesco andò dai maiali, si rivoltò nel fango, e tornò dal Papa, per dirgli «Signore, ho fatto come mi hai ordinato. Ti prego ora di esaudire la mia richiesta» (Ruggero di Wendover, in Chiara Frugoni, Francesco, vita di un uomo). Vedendolo così imbrattato, il Papa diede ordine di cacciarlo e di non farlo passare più. A cosa mirava, quello squinternato? Era più imbarazzante di Gesù. Ma Innocenzo passò una brutta notte nel suo palazzo, la casa del peccato, piena di bastardi mai riconosciuti colmi di rancore, che aspettano la sua morte per derubarlo, vecchie amanti ora serve che lucidano forzieri ricolmi, maritate a servi complici di male azioni.

Quella sera, pensando al frate, gli pareva sgradito persino il profumo del latte speziato di erbe aromatiche in cui faceva il bagno, servito da un figlio della nobiltà, un paggio di molta avvenenza che appassiva nelle sue mani. Quella sera, invece del profumo sente un tanfo mefitico, sente l’odore dei suoi peccati.

Rivede se stesso e i grandi preti davanti alla virtù di Francesco, e il loro imbarazzo. Che esista davvero, Dio? Non vorrebbe pensare, ma le tortore sul davanzale parlano per lui, che gliele mandi quel fraticello infernale?

Per via di Francesco, che io possa salvarmi l’anima? Ma no, non l’ho più, l’ho venduta tento tempo fa, non mi ricordo più nemmeno a chi. Ma lo sa, Francesco? Lo sa questo esaltato figlio del mercante? Questo relitto che ha riparato nella povertà e ha l’impudenza di ritirar fuori il Vangelo?

Quando mi bacia l’anello non vede, se è santo, che le mie mani sono piene di sangue? Io lo vedo, e mi lavo, mi lavo, ho sempre accanto un bacile d’oro con infusione di rose, ma tutta l’acqua dell’Eden non basterebbe. Dolorosa come un colpo di spada, per la prima volta sentì la presenza di Dio, e credette. Si convertì in quel momento alla religione di cui era il capo.

Ma senza gioia. Se Dio esiste lui è il primo dei dannati, ventimila anime chiedono giustizia... Iddio saprà riconoscere i suoi.

Ma saprà riconoscere anche lui, e la sua condanna sarà tremenda. Non è solo la paura, è l’umiliazione d’essere fatto per il male, e delira fra i drappi di seta, ma tu, Dio non c’entri niente? Tu che ci hai fatto così cattivi e ridicoli?

In questo il matto di Assisi è geniale, prende la sua vera parte di uomo, del ridicolo fa la sua santità... venne in stracci, la massima superbia... Ora che crede in Dio, Innocenzo Gli parla di continuo, e Lo annoia.

Innocenzo parla a Dio ma gli risponde il Diavolo. Il Diavolo gli fa bene, lo rassicura.

«Bravi, signori della Chiesa, continuate così! Voi avete dato una lezione al superbo ragazzo di Galilea, così impara! Ecco cosa facciamo noi a uno che osa ciò che lui ha osato: sovvertire le regole della natura umana, il potere, la sopraffazione, la rapina, l’odio, la vendetta, lo stupro, l’inganno...»

Temerario! Nessuno s’è mai beffato così dell’uomo.

Innocenzo beve le parole del Maligno, e in confidenza gli risponde

«Sai, compare, nei momenti in cui credo, credo perché solo il figlio di un Dio poteva essere così sprezzante, fino a salire sulla croce per affermare giustizia e amore. Ma noi ne sappiamo più di lui e gli abbiamo dato il fasto, e il potere di cui ha bisogno la sua parola impossibile. Con le grandi cattedrali, con i massacri, le sfrontate ricchezze, noi portiamo il vessillo del Crocefisso. Eserciti, stermini, simonia... Ehi, dove sei, figlio del falegname? Perché non ci fulmini?»

(E rideva, rideva. Era un uomo triste, Innocenzo).

«E vuole l’approvazione della regola? Sui denti! Se torna lo sbatto nelle segrete a predicare ai sorci, e non ne esce più. O forse si fa prima a mandarlo al rogo?»

Nel cuor della notte, qualcuno bussò alla porta. Era il cardinale Colonna. Avvertito in sogno che il Papa voleva arrestare Francesco, aveva lasciato il letto per correre da lui. Da uomo concreto, gli parlò di politica.

«È per buona ventura, lo sai, che Francesco non voglia rovesciare la Chiesa come gli altri eretici. Da nemico potrebbe farci molto male. Da amico, ci sarà utile».

«Cardinale, sai bene che la sua regola è impraticabile».

«Ecco il punto. Egli chiede solo che gli venga approvata una vita evangelica. Se respingiamo la sua richiesta quale difficile e strana, facciamo ingiuria al Vangelo: sarebbe come dichiarare pazzo Gesù. Se invece lo accogli, avremo anche noi i nostri poveri evangelici, ma nel nostro seno».

Non fu solo per quelle parole, che Innocenzo iii cambiò idea su Francesco. Dopo la visita del Cardinale ebbe una visione. Vide la chiesa del Laterano che gli crollava addosso, cadevano e si sgretolavano le colonne, i portici affrescati, gli angioli di marmo, e lui correva cercando salvezza: c’era solo un angolino che resisteva, un piccolo arco sotto il quale si riparava Francesco, e Innocenzo corse verso di lui...

Il mattino dopo il Papa mandò a chiamare il frate e approvò la sua regola. Gli confermò il diritto di predica, e lo benedì. Ma tutto fu solo verbale, lasciandogli intendere che col tempo, forse...

Francesco e i compagni tornarono ad Assisi, esultanti. Il Papa aveva chiesto solo che si facessero tondere. Volentieri si fecero la chierica, e se ne andavano cantando con quel piccolo buco fra i capelli, accolti nella Chiesa di Roma.

(11 Continua)

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21 agosto 2019

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