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fratello Francesco
sorella Chiara

· un romanzo di Barbara Alberti ·

L’incontro

Chiara dormiva nel letto inondato dalla luna, quando fu risvegliata da un canto lontano. Anche Ave si destò, con le orecchie frementi: entrambe avevano riconosciuto la voce di Perugia. Ave corse alla porta, la raschiò con le zampe per correre fuori a cercare il cantore, e Chiara desiderò fortemente la stessa cosa, ma come? Da quando era inferma non poteva muoversi dal letto. Tuttavia tentò, con grande sforzo... e per effetto del canto, con gioia e stupore si alzò d’un tratto leggera, aprì la porta e si slanciò fuori, dietro Ave che la precedeva e ogni po’ si fermava, aspettandola. Attraversarono la città e Chiara, a ogni passo che la avvicinava al canto diventava più agile e lieve.

Ave imboccò al galoppo la discesa di San Damiano.

Nell’orto della chiesetta, seduto su un tronco, un giovane in saio stava cantando, e Chiara scoprì che la voce dell’ignoto prigioniero, per la quale aveva sofferto di nostalgia, apparteneva a Francesco, il suo eroe, suo fratello.

Vedendola arrivare Francesco cantò con un giubilo nuovo, ché per grazia di Dio subito intese, che la voce che portava in sé da quel giorno, era della vergine Chiara. Si specchiarono l’uno nell’altra, e fu come il cielo.

La volpe palesava la sua letizia con atti di muso di zampe e di coda. (Fioretti)

Chiara gli disse

«Tu non hai paura dei padri. Aiutami. Mi forzano a sposare Altiero Brufani, ma io voglio dedicarmi a Gesù».

«Vuoi farti suora ed entrare in convento?»

«No, voglio fare come te. Vivere in una comunità di compagne, in libera povertà, lavorando, pregando, soccorrendo chiunque abbia bisogno di pane, di una carezza, di cure. Voglio vivere nel Vangelo. Dovrò scappare di casa, per fare questo. Mi aiuterai?»

Francesco restò ammutolito. Mai aveva pensato di estendere la forma di vita della Porziuncola alle donne. L’idea di Chiara superava in audacia la sua innovazione, che solo ora gli parve completa.

E sorrise, come il viandante che trova la via, come il bambino che trova la biglia. Francesco segue il Vangelo che tratta allo stesso modo uomini e donne: il messaggio di Cristo è per l’umanità intera (Chiara Frugoni). L’anima non ha sesso. Francesco dai compagni a volte è chiamato madre, e lui chiama madre frate Elia.

Chiara non chiede niente di meno dei Penitenti maschi: come loro, lei e le sue compagne andranno a lavorare, a mendicare, si recheranno lontano, in mezzo ai pericoli, per dire la parola di Gesù.

Francesco ancor di più sorrise, e disse

«Vieni, Frate Chiara».

La prese per mano e si inerpicarono sulla strada del monte fra il coro dei grilli, calcando le pietre che scintillavano sotto la luna, e la volpe dietro.

Ascendono al Monte Subasio questi due ragazzini ribelli alla ricchezza dei padri, questi due piccoli stravaganti che parlano con gli angeli, ascendono insieme e la parola amore sarebbe stonata, ove tutto è amore. Chi ha orecchie di grillo sente intorno come un bosco il fruscio dell’universo.

Ave d’un tratto si ferma, non per stanchezza, per malinconia, e guarda lontano. È con i suoi prediletti, nel luogo più odoroso della montagna. Perché quello sguardo fondo e pensoso, nel momento della perfezione?

«Penso — disse Ave con lo sguardo — al dolore che è sempre l’amore, specie se corrisposto».

Dall’alto guardarono la valle che si animò, e videro le genti di Assisi e del mondo, di ogni terra e colore, e ognuna aveva la faccia di Gesù.

Chiara tornò furtiva prima dell’alba, e trovò la casa in grandissima agitazione, tutti erano svegli, la madre gridava e piangeva. Durante la notte la Balia s’era accorta della sua scomparsa, e aveva dato l’allarme. Sapendo che non si poteva muovere dal letto, credettero fosse stata rapita, e Favarone stava organizzando le ricerche. Quando se la vide arrivare sulle sue gambe, agile, colorita, raggiante, piena di vita, invece di rallegrarsi esplose nell’ira

«Ahhhh! Svergognata! Allora stai bene! Dove sei stata? Con chi? Ma tu... sei in salute... allora era tutto un inganno! Volpaccia sfrontata, ti sei finta malata per beffare la mia volontà... hai fatto quasi morire di dolore tua madre!»

Corse Ortolana che già si strappava i capelli in segno di lutto, e se la strinse al cuore, ringraziando a gran voce Dio per averla guarita.

Intanto Favarone gridava

«Si faranno subito le nozze...! Avvertite i Brufani!»

Un araldo ammazzò di fatica due cavalli sulla via di Perugia, per correre da Altiero.

E lui si precipitò ad Assisi in pompa magna, con la famiglia, solennemente ricevuto da Favarone che li ospitò nelle stanze più belle.

Chiara alla vista del giovane barcollò, disse di non sentirsi bene, ma il padre le misurò una sberla:

«Cosa? Ti burli ancora di me? Ma io ti affogo come un gatto!»

In quattro e quattr’otto la cerimonia fu approntata per il giorno seguente. Chiara era guardata a vista dalla Balia e da Bice, che era infelice con Alduccio, traditore e manesco, ed era contenta che anche Chiara finisse sotto un marito.

La doppia fuga

Agnese consolava la sorella con lo sguardo, ma fece molto di più. Di soppiatto, fissò sul collare di Ave un messaggio per Francesco, palesandogli l’emergenza. La volpe sfreccia a San Damiano e lo porta a Francesco, che con lo stesso mezzo ne rimanda uno con le istruzioni per la fuga, e intanto avverte i compagni.

Mentre la casa ferve nei preparativi, Agnese distilla una bevanda che addormenta. La sera la propina a Bice e alla Balia, e le guardiane cadono in un sonno di piombo.

Silenziosa come una volpe Chiara fugge dalla porta dell’orto seguita da Ave, e corre per la discesa che porta al piano. Ma c’è sempre un occhio nella notte. Il servo di guardia sulla torretta la vede scappare verso Santa Maria degli Angeli, e sveglia la casa.

Tutti saltano giù dal letto, Altiero grida

«È fuggita con quell’altro!»

Favarone trasecola.

«Quell’altro chi?»

«Non lo so! M’aveva avvertito, che aveva una tresca!»

«Incauto! Perché non l’hai detto?»

«Lo credevo uno scherzo per farmi adirare... e invece, prima ancora delle nozze vostra figlia mi regala un bel par di corna!»

«Badate!»

«So quel che dico!»

Stanno per accapigliarsi, ma le parole di Bice li fermano. La servetta, contenta di nuocere a Chiara, racconta che l’ha spiata, rivela i suoi incontri con Francesco, della volpe che fa da corriere, e i messaggi che ha intercettato — finalmente, saper leggere le è servito a qualcosa — Chiara non è con un amante, ma coi frati pezzenti.

«A cavallo, a cavallo!»

Chiara intanto arrivò alla Porziuncola, e prima ancora di entrare nella cappella vide un grande chiarore. Francesco e i compagni la aspettavano con le torce accese.

Chiara si inginocchiò davanti all’altare ornato di biancospino. Pronunciò il suo voto di povertà e chiese di diventare una penitente.

Si tolse il velo, sciolse i capelli, e un manto lucido più del raso rifulse come oro nella cappella, uno splendore mai visto nei sacri dipinti o nelle dame conosciute quando erano scavezzacolli, e un tondo O di stupore uscì dalla bocca dei frati. Francesco si avvicinò con le forbici, cominciò a reciderli, e la testa di Chiara divenne come quella di un fraticello.

Dopo che l’ultima ciocca fu caduta, si udì da fuori un frastuono di zoccoli e gente vociante. Chiara si ricoprì col velo, e a passo di conquista entrarono i servi con le mazze, guidati da Favarone e Altiero. Favarone gridò a Francesco

«Hai rapito mia figlia!»

«L’ha rapita il Signore», rispose lui.

E Altiero: «Il suo signore sono io, che ora me la riprendo e la sposo».

Altiero fece un passo avanti per afferrare Chiara, ma frate Monaldo si mise come una torre davanti a lei, Altiero lo colpì al viso con tale violenza che Monaldo dimenticò il saio, e alzò il pugno — ma Francesco si mise fra loro per riparare Altiero, e il cazzotto se lo becca in faccia lui, e gli rompe un dente, uno dei pochi che gli erano rimasti dopo Perugia.

Ma la rissa si fermò, perché Chiara si tolse il velo scoprendo la testa rasata, e si fece un grande silenzio. Disse al padre e al suo promesso:

«Ora sono una penitente. Non appartengo più al mondo».

Favarone mise mano alla spada. Si fece avanti frate Elia, che lo conosceva quando era un giurista famoso, e ancora gli metteva soggezione.

«Avete contro la legge. Vostra figlia è sotto la protezione della Chiesa, la patria potestà è decaduta».

Gli invasori se ne andarono a testa basta, mormorando minacce. Altiero si girò sulla porta e gridò a Francesco

«Me la pagherai, tu!...» (e cercò un insulto sanguinoso, ma gliene venne uno molto infantile, e disse) Me la pagherai, brutto sdentato!

Lì Chiara non poteva restare, era in pericolo. Appena i cavalieri si furono allontanati, Francesco e Monaldo la scortarono al convento di San Paolo delle abbadesse, dove sarabbe stata al sicuro. Monaldo borbottava

«Io però un cucchiarone sul muso gliel’avrei dato, a quello lì».

E alzava il pugno colpendo nell’aria la faccia di Altiero.

Francesco gli disse tenendosi la mascella

«Invece l’hai dato a me!»

«Se mi ricapita non mi sbaglierò certo!»

Ma poi si pentiva, e chiedeva perdono a Francesco e a Gesù.

Quanto al mancato sposo, cavalcando verso Assisi, da furibondo che era si accorse di sentirsi sollevato, per aver perso quella piccola pazza. E prima di arrivare a casa, lui e Favarone si erano già messi d’accordo di ripiegare su Agnese. Era così semplice! La chiesa era addobbata, il banchetto pronto, le nozze si facevano lo stesso, cambiava solo la sposa.

Quando annunciarono ad Agnese il grande onore che volevano farle, lei chinò il capo, docile, e fu lodata per la sua obbedienza. Ortolana la abbracciò fra le lacrime, e più che mai la colpì l’ingiustizia di essere donna. Ammirava fervidamente il coraggio di Chiara, e senza volerlo sorrise: la sapeva in salvo.

Agnese intanto guardava con interesse gli abiti di Alduccio, che aveva la sua stessa corporatura. Mentre tutti dormivano, lieve come una donnola entrò in camera sua, e glieli rubò. Li indossò in tutta fretta, e piano piano aprì la porta... quando stava per volare fuori, si sentì trattenere per la veste. Sobbalzò. Dal basso, la guardava Beatrice, la sua piccola sorella, che le disse tristemente:

«Mi lasci anche tu? Anche tu vai da Gesù?»

Agnese si chinò, e stringendola le disse all’orecchio

«Un giorno, se lo vuoi, verremo a prendere anche te».

«Lo voglio, disse Beatrice».

«Adesso torna a letto e non dire a nessuno che m’hai visto!»

Beatrice mise due dita in croce, giurò, e non fu certo lei a fare la spia. Agnese uscì travestita da paggio, il cappello calato, imitando la camminata di Alduccio, indolente e spavalda. Ma appena girato l’angolo si diede a correre come un levriere per la discesa di Santa Maria degli Angeli, come Chiara, e come lei andò difilato da Francesco, a dirgli che voleva seguire l’esempio della sorella. Francesco la condusse da Chiara. Le due fanciulle si abbracciarono, ora due volte sorelle. Ma il convento di San Paolo era troppo vicino ad Assisi. Stavolta i parenti sarebbero venuti in forze, occorreva un rifugio più sicuro. Si incamminarono verso il monastero di San Francesco di Panzo, nascosto dietro il Monte Subasio.

Quando Altiero scoprì che gli era scappata anche la seconda moglie, la sua ira fu inaudita, anche perché gli sembrava che tutti ridessero alle sue spalle. E un po’ era vero.

Favarone invece mantenne i nervi saldi. Non era il momento di offendersi, bisognava riacchiapparla e basta. Stavolta prese il doppio degli uomini, e li armò di spada.

Nel monastero fra le rocce, dietro il monte, per sentieri segreti, tutti i frati erano convenuti alla tonsura di Agnese. Stavolta, per quanto abili siano le spie di Favarone, in quel rifugio non le scoveranno.

Anche Agnese si inginocchiò davanti all’altare, si tolse il velo, e un’onda di capelli non meno luminosa di quella della sorella rifulse alla luce delle candele. Francesco si avvicinò con le forbici, ma prima che potesse sfiorarli, dal fondo della cappella una voce potente gridò

«Guai a te se la tocchi!»

Era Favarone, con un’armata di servi e parenti che invasero la cappella gridando come in un assalto. E tutto fu come per Chiara, ma più violento, stavolta non ci sono discorsi, Favarone afferra per la chioma Agnese, lei cade, e lui la trascina per i capelli brutalmente sul sagrato, gli uomini aggrediscono i frati, danno al tondo, i frati non reagiscono, solo Monaldo non resiste a menar le mani e gli scappa sul muso di Altiero quel cazzotto che non gli ha dato l’altra volta. Gli rompe un dente proprio sul davanti, come a Francesco, l’altro si lancia con violenza verso Monaldo, Francesco si mette di nuovo fra i due e il colpo di Altiero se lo prende in faccia proprio lui, che viene da un lungo digiuno e già non si sentiva tanto bene, cade giù insanguinato, resta immobile... è morto, è morto... Favarone crede che Altiero lo abbia ucciso, e lo crede anche Altiero. Indifferenti al crimine, che tengono per giusta vendetta, ma temendo le conseguenze, abbandonano Agnese svenuta per terra e a precipizio lasciano il monastero col seguito, mentre per la via Altiero non si tiene dalla contentezza e ripete

«Sì, l’ho fatto fuori! Era ora! Costi quel che costi, giustizia è fatta!»

«Disgraziato, borbottava Favarone, oltre che cornuto sei sciocco, ammazzare un frate in chiesa! I preti chiederanno la nostra testa...»

E andava più svelto.

Francesco non era morto, solo un po’ ammaccato. Riprese coscienza vegliato dai compagni, mentre Chiara medicava Agnese, piena di lividi e graffi. Quando videro che il loro amico si era svegliato, Chiara cinse alla vita la sorella e insieme danzarono di gioia, girandogli lievi intorno. Agnese era la sua prima compagna. In due furono già un piccolo libero chiostro di povertà e letizia.

(10 Continua)

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19 novembre 2019

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