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fratello Francesco
sorella Chiara

 La guerra di Chiara

Interno con Povere Dame

Quando morì Francesco, Chiara era così malata da esser certa che lo avrebbe raggiunto assai presto. Ma dovette aspettare ventisette anni — gli anni della lotta col papato, che attentava al suo voto di povertà — durante i quali sentì ogni giorno risuonare quell’ultimo canto, e la voce di Francesco era nella sua, e in due erano una voce.

Dopo la morte di frate Francesco, a San Damiano Chiara rivive il lampo di luce quando comprese che la povertà di Francesco non era privazione ma libertà, e come lui si rallegrò di questo. Rivive tutto ciò che imparò da lui — e quanto lavoro!

«Io e le compagne, all’inizio non sapevamo fare niente, come i primi frati, e come loro diventammo ortolane, falegnami, cuciniere, muratrici, filavamo le vesti dei poveri, curavamo i malati che Francesco ci mandava. Agnese che era esperta erborista ci istruì sui medicamenti, e gli infermi arrivavano più e più numerosi, San Damiano diventò un ospedale. Sul tetto dell’eremo avevo fatto un giardinetto, e da lì vedevo la Porziuncola nei raggi del tramonto (Sabatier). Vivevamo in celle fredde e disadorne, ma abitate dalla grazia. Una sera, mentre commentavamo il Vangelo — la Visitazione — rividi noi bambine giocare coi pupi di legno per il santo teatro, quando Beatrice era troppo piccola per reggere l’angelo, e vidi che avevamo continuato sempre lo stesso gioco».

C’era tutta la famiglia, Agnese, Beatrice, Ortolana, Bice, la Balia, cugine e amiche d’infanzia, la volpe. Le Povere Dame si lavavano i piedi fra loro. La parte che Bice preferiva era quando Chiara li lavava a lei, e glieli presentava apposta terrosi. Ma Chiara lo faceva così volentieri, che l’invidia per lei riassaliva Bice. La amava, ma con tormento, e pregava in segreto per diventar migliore.

Chiara stava sempre peggio, a volte così debole da doversi appoggiare a due bastoni. Ma un giorno che voleva recarsi alla tomba di Francesco e non riusciva a muovere un passo, impedita da terribili crampi alle gambe, due angeli robusti la presero uno per un braccio uno per l’altro e la portarono davanti alle sacre spoglie, riaccompagnandola in volo. Ave era sempre più pia, devotamente ascoltava le preghiere delle sorelle, salvo qualche licenza volpina: se una mosca le volava troppo accosto al naso se la pappava in un boccone, ma con uno schiocco discreto.

E Bice che sempre metteva a cimento la pace di Chiara, la stuzzicava su Ave.

«Tu digiuni, ma alla volpa allunghi qualche dolcetto, invece di darlo ai poveri».

E Chiara

«Anche lei è un povero alla nostra mensa, ha rinunciato alla libertà per stare con noi, e merita qualche dolcezza».

A San Damiano non sono tutte sante, la Balia divide con le altre ogni sacrificio, ma pensa

«Bah, per me tutta questa povertà è esagerata. Due scarpini di pelliccia di gatto me li farei volentieri, ora che c’è la neve! I ricchi sono matti. O si pigliano tutto o danno via tutto, mai un po’ di equilibrio. Che testarda la mia ragazzina, alla fine ci ha portate tutte con sé!».

Ma è instancabile nella carità, la prima a prestar soccorso. Le sue azioni sono migliori dei suoi pensieri, che restano come un caro antico vizio.

Favarone apparve a Ortolana in sogno, luminoso come una lanterna, e le annunciò che le preghiere sue e delle Povere Dame lo avevano infine liberato dal Purgatorio — le parlava dal cielo. Grande è la felicità di Ortolana nel saperlo salvo, e grande la felicità di vivere in Dio, tutte riunite, senza maschi a comandarle.

Ma non è proprio così. Non ce l’hanno in casa, ma fuori c’è la Chiesa. E quella, è una cosa fra uomini.

La lotta col Papato

Chiara vide in quasi tutte le case che avevano da principio seguito la regola di San Damiano, il naufragio dell’ideale francescano. E fino sul letto di morte lottò per la difesa di quell’ideale con un’audacia violenta e santa, e non consentì a morire se non dopo aver riportato la vittoria (Sabatier).

Per contrastare Chiara, Papa Gregorio ix ha una tecnica di battaglia molto astuta: la colma di elogi, le dispensa ogni lode a parole poi tira la stangata, e vuole costringerla a seguire le sue correzioni. Intanto proibisce ai frati della Porziuncola il contatto con San Damiano con ordini che non si discutono. Ed ecco Chiara la colomba diventa Chiara la tigre, va dai frati elemosinieri che si occupavano di lei e delle sorelle, e dice che faranno a meno di loro

«Se ci tolgono quelli che ci davano il pane spirituale, non vogliamo nemmeno quelli che ci procurano il pane materiale».

Ma Egidio, Leone, Ginepro, Angelo, i più cari a Francesco e Chiara, sfuggirono all’ordine del papa, e andavano a visitare San Damiano quando volevano, con l’aiuto di Gesù che li rendeva invisibili nel tragitto.

Quando Papa Gregorio venne ad Assisi per la canonizzazione di Francesco, passò a trovare Chiara. La coprì di fiorite adulazioni, e intanto insisteva perché il suo Ordine avesse dei possedimenti. E le offrì, se temeva di mancare al suo voto, di assolverla da esso.

Alle quali proposte, con fortissimo cuore, come figlia legittima del patriarca dei poveri, con fermezza incredibile gli rispose: Padre Santo, assolvetemi da’ miei peccati, ma dai consigli di Nostro Signore Gesù Cristo non ho bisogno d’essere assoluta (Vita di Santa Chiara scritta da Vincenzo Loccatelli suo concittadino, in Sabatier).

Satana approfittava dei suoi dissapori col Papa, per tentarla con le più acute malizie.

«Peggio del Papa, io che posso fare? Lui fa meglio di me la mia parte. È un tentatore di razza, il Vecchio. Però ha ragione a volervi rifilare per forza qualche patrimonio. Voi gli rovinate la piazza! Giusto ieri, trattando una croce di diamanti s’è mostrato così avido, che il mercante disgustato gli ha detto Voi non siete parente manco alla lontana dei frati di Assisi. Voi siete importuni, fate disordine. E sentissi cosa dice Greg mentre ti scrive quelle lettere melense! Impreca contro Francesco, dice non è finita con la sua fine anzi comincia, mai è stato potente come dopo la morte, i suoi fedeli crescono come il mare, e ha lasciato pure la sua luogotenente, quella monaca testona che pare sempre lì lì per morire e non muore mai, e sta sempre a guastare i miei piani... ma adesso che non c’è più Francesco accanto a lei — è sola, non ha chi la appoggi, e ce la mangiamo in un boccone, è questione di tempo.

Ma Chiara sapeva come trattare Satana, e lo faceva filare. Non sopporta oltre il cicaleccio dell’Eterno Perdigiorno e gli ordina

«Torna nel tuo truogolo, bestia invidiosa!».

E gli tira addosso una bordata d’acqua santa: s’era fatta un aspersorio apposta, certi schizzi di acqua benedetta che lo ustionavano tutto, e il Maligno si dileguò guaendo penosamente.

L’amica lontana

Ma un’alleata la trovò, Chiara, in Agnese di Boemia, figlia di re, che per diventare francescana aveva rinunziato ai fasti imperiali. Non aveva mica rifiutato di sposare un Altiero Brufani, ma l’imperatore Federico ii! Che era non solo il più potente del tempo suo ma il più bello, il più nobile di cuore, dotato di preclaro ingegno e sapienza profonda, e come un cavaliere di Artù, pieno di cortesia. Ebbene, Agnese aveva trovato l’esempio di Francesco più seducente di lui. Si era spogliata di tutto, aveva fondato una comunità di Minori sull’esempio di Chiara, e come Chiara difendeva strenuamente dal papa il privilegio della povertà, e la parità fra sorelle, non divise in serve e servite, come voleva la Chiesa — e l’importanza del lavoro manuale. Chiara scrisse ad Agnese. Diventarono compagne di lotta, incoraggiandosi l’una con l’altra, nelle lettere che partivano su lenti muli.

Avanza sicuro, gioiosa e vivace nel sentiero di una pensosa felicità (Chiara ad Agnese).

Il Papa era furioso di questa unione. Il prestigio di Agnese era tale che lo forzò a concedere che le francescane non siano costrette a ricevere proprietà (Chiara Frugoni). Ma per limitare la loro libertà studiò altri legacci, prescrivendo regole inflessibili e penitenze meccaniche per tutte uguali, mentre Chiara, come Francesco coi frati, preferiva rimettersi alla coscienza delle sorelle, essendo ogni anima irripetibile ed una.

Ma Agnese era troppo lontana. Per il momento venne sopraffatta, la loro corrispondenza finì.

Morì un Papa e se ne fece un altro, ma anche Innocenzo iv tornò a insistere nell’imporre a Chiara la regola benedettina.

Chiara era sempre più malata, aveva poco tempo perché la Chiesa si convincesse ad ascoltarla. Francesco le apparve, le cantò una strofa in francese, poi si scoprì il petto e le offrì la mammella, dicendole Sugge. Chiara vi accostò la bocca e Francesco la allattò come una madre, ed era una tale dolcezza in questo che ogni dolore si trasformò in pura gioia. Suggendo quel latte, Chiara fu illuminata dalla certezza che se voleva salvare la regola, doveva scriverla lei. Finora nessuna donna lo aveva mai fatto. Le parve semplice, e la scrisse. E la mandò subito al Papa, mentre era quasi agli ultimi respiri e le sorelle già piangevano il distacco, raggruppate intorno a lei come tortore che temano d’esser disperse. E vi aggiunse anche un Testamento per le francescane di domani.

…Santo Francesco scrisse per noi una forma di vita, e principalmente che perseverassimo nella santissima povertà. Né si accontentò, nella vita terrena, di stimolarci con molte esortazioni e col suo esempio, ma ci lasciò anche molti ammaestramenti scritti, affinché dopo la sua morte non ce ne allontanassimo, poiché anche il Figlio di Dio, mentre viveva sulla terra, mai volle allontanarsi da essa.

La sua morte tanto attesa non poteva tardare ma tardava, perché Chiara aspettava l’approvazione del Signor Papa. Non ha più fiato, il colore la lascia, si fa bianca come l’alba ma non può morire, aspetta la risposta, tende l’orecchio a ogni suono di zoccoli per via, sarà il messo che porta il sigillo di Pietro?

E intanto, come accadde a Francesco morente le sfilano davanti i giochi di un tempo, le bambole di legno e d’argilla che hanno nomi santi ma fanno i capricci come tutte le bambole — la morte è impaziente di venire e Chiara che venga, più impaziente di lei, già vede il Cielo, ma non può andarsene finché non sappia che ne è della sua Regola.

Ed ecco l’uomo, seduto nel suo studio. Innocenzo IV è allo scrittoio con una lunga penna d’oca, davanti alla Regola di Chiara ed esita a firmare per approvarla, vuole e non vuole... Ha un diavolo e un angelo accanto. Il Diavolo per non farlo firmare gli tiene la mano, l’angelo gli sussurra firma, firma… ma lui tentenna — ed ecco l’angelo fa un colpo di mano, con rara prontezza coglie l’attimo, e mentre Innocenzo ascolta le ragioni di Satana, ratto firma col nome del Papa il documento (una firma perfetta), lo porta in volo a Chiara, e glielo porge.

Appena Chiara lo ebbe il mano lo baciò, e morì. C’erano le sorelle, Egidio, Leone, Ginepro, Angelo. Nello stesso istante morì anche Ave, la volpe.

Il bellissimo giorno del ritorno (Il Diavolo fa le pentole)

San Francesco e Gesù la stavano aspettando alla porta di San Damiano. Si incamminarono verso il Cielo come tre ragazzi abituati a ragionar fra loro. E la volpe dietro, con l’aureola nuova nuova che le scivolava un po’ di lato.

Mentre essi camminavano nelle vie del cielo fra rilucenti stelle, in terra, assieme al corpo di Chiara fu seppellita anche la Regola, calata con lei nella tomba, per chiudervi dentro anche Francesco.

Fine

Fine? Ma come! Finirà così, con le forze del male che tripudiano, e gli angeli a piangere?

No! Perché il diavolo fa le pentole ma non i coperchi. E il Testamento di Chiara e la sua Regola vennero ritrovati in un lontano convento, in Calabria, qualche secolo dopo. Una suora novizia, devotissima francescana, che aveva la semplicità di fra’ Ginepro e la scienza di fra’ Leone, una notte fu svegliata da una voce che le disse «alzati!» e la guidò a rinvenire lo scritto di Chiara, in un vecchio reliquiario corroso dai sorci. Ma le pagine erano miracolosamente intatte, come appena vergate. E mano a mano che la piccola suora lo leggeva, nel cielo si srotolava un cartiglio alto come una torre mosso dal vento, con le parole in oro Povertade — Semplicitade — Humilitade che scintillarono ondeggiando nel cielo di Calabria e si videro fin nelle Puglie, e nel napoletano, e su su fino alle terre dei Franchi e degli Alemanni, e in tutto il mondo.

(Fine)

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18 luglio 2018

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