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fratello Francesco
sorella Chiara

Sente Rolando che morte lo prende

Per i peccati, a Dio tende il suo guanto

Per il martirio delle stigmate Francesco giubilava, ma il suo corpo non ne poteva più. La fine era vicina. Molti la aspettavano con impazienza. Lui stesso, per stare col suo Amico lassù, finalmente libero da frate Asino, come chiamava il corpo. Aspettavano la sua morte per fregiarsi di lui il cardinale Ugolino, la Chiesa di Roma, quei fratelli che non erano più tanto fratelli.

Ma nessuno era impaziente come Satana. Attendeva, con palpiti da amante. Da stratega tirava le somme: ormai, dopo la santa militanza di Francesco, il danno era fatto. E per quanto i suoi eredi potessero travisarla, la sua venuta aveva aperto un grave vulnus negli interessi dell’Inferno, come ai tempi di Gesù. Ma in barba alle cocenti sconfitte, nel suo duello col frate l’Avversario non s’era mai dato per vinto, e nutriva una folle ambizione: riuscire ad acchiappargli l’anima all’ultimo istante. Come il giocatore che ha sempre perso, e spera di rifarsi di tutto in un colpo solo, contava sull’ultima mano per trionfare, sottrarlo a Dio e farlo suo in eterno. Con solennità di guerriero si preparava all’ultimo cimento, spiandolo in attesa del trapasso.

Nonostante le stimmate, Francesco si ostinava a fare la cerca coi fratelli, e un giorno ad Assisi svenne per il dolore delle ferite ai piedi. Erano vicini alla casa del cardinale Ugolino, e lì fu ricoverato.

Ma Francesco sa che resta poco tempo e vuole andare alla Porziuncola. Il cardinale cerca di trattenerlo con saggi argomenti, ma i compagni — quelli dell’inizio, Ginepro, Egidio, Angelo, Leone — pigliano la lettiga e via pei campi, quasi una fuga. Il frusciare del vento tra gli ulivi porta a Francesco la Chanson de Roland, quando il paladino sta per morire.

Sente Rolando che morte lo prende,

dalla testa sul cuore gli discende

e sotto un pino se ne va correndo,

sull’erba fresca e verde si distende,

accanto a sé la spada e l’olifante.

Rivolge il capo alla pagana gente,

per ciò l’ha fatto, perché vuol veramente

Che il re dica dal mare fino al monte

Che battendosi è morto il nobil conte!

Le sue colpe confessa con rimpianto.

Per i peccati, a Dio tende il suo guanto.

(Co sent Rollant que la morte le trespentre

Devers la test sur le queur li descente.

Desùz un pin y est alét curant

Sur l’erbe verte s’i est culchét adenz,

desuz lui met s’espee e l’olifan.

Turnat sa teste vers la paiene gens;

pur so l’at fait, quel il voelt veirement

Que Carles diet e trestute sa gent,

li gentilz quens, qu’il fut mort conquerant.

Cleime sa culpe e menut e suvent,

pour ses pecchez Deu puroffrid lo guant).

Satana, solennemente armato, con un cimiero di rossissime piume da impeccabile cavaliere del male, corre a tentarlo. Ma qualcosa glielo impedisce, trova la porta sbarrata: non può penetrare nella visione che possiede il santo: Francesco rivede il fischietto a forma di uccello di quando aveva tre anni, tutti i giochi i pupazzi le rane e sé bambino, che gioca alla palla col vaso di terracotta rubato in cucina, rivede il destriero-bastone che cavalcava correndo nella foresta della stanza, rivede il padre giovanotto che guarda lui con un compagno giocare al duello, e dice

«È smilzo ma ha testa e coraggio, e come parla bene! Mio figlio andrà lontano. E lo sognava capitano di navi, e sognava se stesso».

Quando uscì da quella visione, frastornato, disse a Gesù

«Bell’Amico, in prossimità di sorella Morte credevo vedere gli angeli e i santi e tutti e sette i cieli, ma questo m’è apparso, e te ne chiedo venia».

E Gesù

«Ci sarà tempo per il Cielo. Ora prendi il tuo congedo di uomo, ché lo sei stato fino in fondo, come me».

Allora Francesco rivede i capelli dorati di Chiara cadere sotto le forbici, e ognuno era un santo gioco fra loro, e gli pare di arrotolarsi un ricciolo fra le dita.

Si vede quando rianimava i discepoli, impetuoso e terribile e quando agli inizi divideva i frati in madri e figli, le madri accudivano i figli e poi si scambiavano le parti, ed esser maschio, esser donna, figlio, madre, tutto ruotava come le stelle nella semplicità delle cose — a lui piaceva farsi chiamare Madre. E a volte ci chiamava Egidio, o Silvestro.

Rivide il lupo e le tortore, la tinca, la formica, il falco, la volpa di Chiara.

Hai perso, hai perso!

Erano arrivati alla Porziuncola. Francesco volle esser deposto sulla nuda terra. E lui stesso volle essere nudo. Satana subito gli vola accanto con lo sventaglìo metallico delle ali di pipistrello. È sicuro di fare il colpo: nel momento della morte, conta sull’amarezza di Francesco, sulla sua delusione. E gli dice

«Svegliati, locco! T’hanno fatto fesso su tutta la linea. La tua Regola se la sono messa sotto i piedi: invece del Vangelo una vita monastica, invece delle relazioni fraterne quelle gerarchiche. T’ha fatto una bella violenza la Chiesa di Roma. Non vedi intorno a te gli sguardi serpini? Sei stato tradito. Ma ti offro una grande vendetta: vieni da me! Farò di te il re dell’Inferno. Non ti voglio per tormentarti, noi regneremo insieme».

«Ma chiudi quel forno, Diavolicchio. Quanto sei stupido! Mi offri ciò che ho dato la vita per rifiutare? Non a caso regni sul buio, non capisci una biglia».

E gli rideva sul muso, ma piano, per la ferita al costato. Poi gli sferrò il fendente mortale:

«Sai, demonio, tu non mi turbi: tu mi annoi!».

Intollerabile ingiuria, affronto esiziale — Satana esplose

«Noioso, io? Il dio dell’imprevisto?».

In preda alla furia dimenticò ogni strategia e gli gridò

«Hai perso! Hai perso! Non ti fanno manco rivedere Chiara!».

Con queste parole il diavolo gli aprì una ferita nel cuore. Ma per non dargli soddisfazione, Francesco rispose

«Sei cieco? Ma non la vedi? Essa è qui. Noi siamo sempre insieme».

La risposta zittì il Demonio. Però — però — il Grande Mentitore aveva detto il vero: che dolore, morire senza stringere la mano di Chiara! Bei tempi quando lui e i fratelli visitavano liberamente le Povere Dame. Secondo le nuove regole volute dall’alto, è proibito ai fratelli andare a San Damiano senza un permesso del vescovado, e le sanzioni sono rigide. Francesco pregò frate Elia di far venire Chiara, ma quello fece il sordo. Allora, per eccesso di dolcezza, Francesco mandò a chiamare frate Jacopa, che come laica non aveva vincoli. Le scrisse di portargli il sudario e i mostaccioli fatti di sua mano, ché prima del transito gradiva mangiarne uno.

Io c’ero (Un testimone oculare)

Dicono che Francesco e Chiara non si videro più in vita. Secondo la disperante versione ufficiale, quando il feretro di Francesco passò davanti al convento di San Damiano, fu concesso alle suore di togliere la grata attraverso la quale prendevano la comunione, e poterono vedere il corpo del santo. Ah che triste immagine, Chiara e le sorelle che da un buco del seminterrato, una specie di gattaiola, possono sbirciare il corpo del beneamato, come fosse chissà quale grazia, dopo aver loro negato l’ultimo saluto!

Beh, per fortuna non è vero niente. Finora s’è detto solo il falso. Ma una fonte irrecusabile ci avverte del contrario: un Cherubino archivista è apparso in sogno a Lucetta Scaraffia, studiosa di cose sante, e le ha detto

«Ascoltami, donna, e fallo sapere a tutti. Non credere a Tommaso né a Bonaventura: solo io so come andarono le cose quando morì Francesco. Io c’ero. Sono quello che suonò per il suo ultimo canto. La notte in cui scomparve la luce del mondo per brillare in cielo, ero volato alla Porziuncola con uno stormo di allodole e altri compagni, a vegliare il suo passaggio. Arrivò Jacopa coi mostaccioli. Francesco ne mangiò a fatica mezzo per farle piacere, e pensò che erano più buoni quelli di Chiara. Frate Jacopa era un caro frate, ma Chiara era lui stesso».

Intanto Chiara, a San Damiano, in pena per l’amico, ricorre al mezzo che usava quando il santo era in Terra Santa. Traccia una croce sul muro e vede Francesco morente che la invoca, e vede Jacopa al suo fianco. Chino su di lui, frate Elia gli dice «Sorella Chiara non può venire, accontentati di salutarla in spirito, lo sai, la Regola è rigida su questo punto».

Ma cosa può mai importare a Chiara di una regola modificata da altri? Per lei vale solo quella del suo maestro. E fa per correre da lui con Ave, ma un messo del cardinale le sbarra l’uscita, accompagnato da due armigeri. Poco male, fuggirà dalla finestra. Appronta una corda, ma mentre si sta per calare scorge una guardia in fondo al muro — Ugolino ne ha messe ad ogni uscita — l’uomo alza lo sguardo e la saluta un po’ canzonatorio, come a dire credevi di farmela, eh?

Chiara lo riconosce: era un servo di Favarone, e lo prega

«Giustino! Fammi andare, fa’ finta che non m’hai visto, come quand’ero piccola e mi coprivi le marachelle con mio padre».

«Eh, signora, magari fossero quei tempi! Voi eravate bimba io ragazzo, eravamo spensierati, e per un vostro sorriso qualche scudisciata la presi volentieri. Ma gli ordini del cardinale sono ferrei: se sgarro, a parte le legnate, perdo il posto. Ho nove figli di cui uno rattratto, il decimo morì di pellagra, la madre loro fuggì con un monaco vagante. Se perdo il posto dal cardinale dovrò andare mercenario, e che ne sarà dei miei piccoli?».

Davanti allo spauracchio di far morir di fame nove pargoli, Chiara si ritirò. E si accasciò sul letto, sentendosi morire di pena, mentre Ave le leccava le mani tristemente.

Dio può, se piace alla sua cortesia

Ma il suo Sposo Celeste, che amorosamente l’aveva presa in braccio quando era malata per menarla alla messa di Natale, figuriamoci se non la trasportava alla Porziuncola per l’ultimo addio a Francesco! Dio può, se piace alla sua cortesia. E dolcemente la portò in volo con la sua bestiola, e le depose accanto a lui. Francesco le prese la mano, e insieme cantarono il Cantico delle creature.

Laudato sie, mi’ Signore, cum tucte le tue creature,

spezialmente messor lo frate Sole,

lo quale iorna, et allumeni noi per lui.

Laudato sì’, mi’ Signore, per sora Luna et le stelle (...)

Laudato sì’, mì Signore, per frate Vento

Et per aere ed sereno et onne tempo (...)

Laudato si’, mi’ Signore, per sor Aqua,

la quale è molto humile ed pretiosa et casta (...)

Laudato sì’, mi’ Signore, per frate Focu,

et ello è bello et iocundo et robustoso ed forte(...)

Laudato sì’ mì Signore, per sora nostra morte corporale,

da la quale nullu homo vivente po’ skappare (...)

Li accompagnai io stesso con la cetra, mentre le loro voci uscivano come da uno strumento celeste. E si fermarono tutte le creature, la luna in cielo e i grilli sopra l’erbe. Fa giorno solo per loro nella notte. Tutti furono oscurati. C’erano Francesco e Chiara, e al centro ardeva il cuore fiammeggiante di Gesù.

Anche la volpe s’era tutta angelicata, il pelo trasfigurato e anche il muso, la coda poi sembrava di piume d’argento.

Il canto era di sommo diletto ai suoi antichi frati, che unirono le loro voci, mentre quelli del partito avverso scuotevano il capo, indignati.

Ma per grazia di Dio i primi compagni dimenticarono la loro presenza, e si ritrovarono nella pura letizia come un tempo, pazzi di Dio attorno a Francesco, e cantarono ognuno come a una tenzone di trovatori. Cantava Ruffino il balbuziente dando ritmo con la sua balbuzie, cantava Ginepro ruotando su se stesso come un vortice, fra’ Totò cantava un po’ nasale mentre faceva un giro attorno a Francesco con Peregrin, il suo mulo, cavalcandolo a testa in giù con le mani sulla sella, frate Egidio e fra’ Pacifico intonarono un duetto che penetrava i più ispessiti cuori, Leone lo salutò con un mottetto, circondato dall’aureola purpurea dei suoi scritti d’inchiostro rosso, frate Angelo tubava armonioso con la colomba in testa. Non cantava frate Elia dal volto nemico, bello delle sue inquietudini con molte anime negli occhi, cantava Monaldo col suo vocione da ciclope e intanto manteneva l’ordine, menando sgrugnoni ai dèmoni che provavano a molestarli.

Satana era molto scontento. Pazienza che il Santo non abbia dato retta alla sua estrema tentazione — lui ci ha provato, da giocatore d’azzardo ha lanciato i dadi un’ultima volta, e ha perso. Ma quella fine in musica, quella gioia in Dio di Francesco e Chiara e dei compagni non può sopportarla, deve mettervi fine a tutti i costi.

Magari è la volta che ti fanno papa

Quando le sue cattiverie non bastano, Satana ricorre agli uomini. In un balzo fu ad Assisi, sul collo del cardinale Ugolino, e gli parlò francamente.

«Signor prete, siamo sulla stessa barca. Tu ti vuoi impadronire dell’eredità spirituale di Francesco e rifarla a tua immagine, sfruttando la sua fama — quel frate ti serve. Ma ti serve santo! Invece sta morendo molto male, non fa i vostri interessi, sta dando scandalo. Quello vi muore da gaudente, nudo, con due donne accanto... e ha pure chiesto i dolci! E cantano a tutto spiano, un canto smodato che sveglia tutta la valle... Che dirà la gente, quando vi farete belli del suo nome? Sei ancora in tempo a impedire questo sconcio! La Chiesa tutta te ne sarà molto grata... magari è la volta che ti fanno papa. Sai, ho dato una mano anche al tuo predecessore. Sapessi come se la spassa, ora, all’inferno. Mica è vero che c’è il contrappasso. Tribolano solo i deboli, come sulla terra. Beh? Allora?».

Il cardinale esitava.

«Conto fino a tre, poi ti arrangi. Hai già perso una grande occasione: che quello ti morisse in casa dandoti gran prestigio e tu, merlo, invece di metterlo sotto chiave l’hai lasciato andare. Se perdi l’ultima occasione sei fritto».

«Corri da frate Elia, disse il cardinale. Digli che ti mando io».

Ma frate Elia non aveva bisogno del diavolo, ci aveva già pensato per conto suo, e stava sussurrando a Francesco

«Un santo non muore così. Rinsavisci per una volta, segui il buonsenso, rispetta la tradizione! Un santo si deve raccogliere, essere grave, aspettare con tremore e timore, ma tu così ci rovini a tutti! Fai danno all’Ordine, che diranno di te? Chi, Francesco? Quello che morì ignudo, in baldoria, cantando come un ubriaco da lupanare?».

Francesco e Chiara si sorridevano, come se Elia non ci fosse, ma lui continuava.

«Avanti, copriti! E dispensa ammonimenti a chi resta, invece di abbandonarti a una gaiezza che qualcuno può interpretare malamente...».

«Tu la interpreti malamente?»

disse Chiara

«No, io no, ma... vi son molte dotte testimonianze a suffragare... E cercò di convincerli col suo latino, ma stava fresco. Tutto era così pregno di grazia che entrò anche nel cuore politico di frate Elia, che alla fine si mise a cantare con loro al suono della mia cetra (poi Elia tornò quello di prima, ma un istante d’incantamento toccò a lui pure).

Al galoppo, silente

Francesco disse a Chiara

«Ora resti da sola a difendere la Regola. A te affido l’Ordine delle Povere Dame, e la mia parola. Ti aspetta un combattimento aspro e senza fine. Ma non devi temere nulla, ci siamo noi. Io sono il tuo amico, Gesù il tuo sposo. Noi siamo in te, e un giorno ascenderemo insieme al cielo, come la prima notte sul monte Subasio, ricordi?».

Chiara ricordava.

Francesco prese congedo anche da Ave.

«Compagna mia di tanti sentieri... ti ricordi a Gubbio, con frate Lupo?».

La volpe malinconica vorrebbe seguirlo nella luce, addormentarsi con lui, incerta guarda ora Francesco ora Chiara e non sa chi scegliere, ma lui la ammonisce

«Ti proibisco di venire con me. Tu non invecchierai né morrai finché Chiara sarà in vita. Dovrai esserle valida compagna, poiché ella infermerà lungamente».

Ai compagni dice:

«Io ho fatto la mia parte. La vostra, Cristo ve la insegni».

Venne il momento.

«Chiara, sorella mia».

«Fratello!».

Appena Francesco ebbe dato l’ultimo respiro arrivò Gringalet, il suo cavallo, immateriale, elegante, radiante santità, si fermò davanti a lui e l’anima sua gli volò agile in groppa. In sella a Gringalet, al galoppo, silente, Francesco uscì dal mondo.

Uno dei suoi discepoli vide quell’anima beata in forma di stella fulgentissima sollevarsi su una candida nuvola al di sopra di molte acque, e penetrare dritta in cielo.

Quella notte, ognuno vide ciò che aveva in cuore. Perciò innumerevoli e discordi furono le testimonianze sulla morte del santo: sono tutti sogni.

(Una sola notizia è certa, su un prodigio che mai era stato dall’inizio del mondo, e mai fu ripetuto: il Diavolo pianse).

La canonizzazione

Un anno dopo la morte di Francesco, anche per certe sue relazioni col sottosuolo, il cardinale Ugolino diventò papa col nome di Gregorio ix. Francesco fu fatto santo per direttissima. Il papa non badò a spese. Alla cerimonia furono invitati dignitari della Chiesa, principi e baroni. Gregorio tolse il corpo dalla Porziuncola e gli fece erigere una chiesa sfarzosa, che arricchì con sacri donativi e ornati preziosissimi. Ad essa il pontefice inviò una croce d’oro, con incastonata una reliquia del legno della Croce, e molti splendidi parati sacri guarniti di gemme, e lo dichiarò Capo e Madre dell’Ordine dei frati minori. Francesco fu seppellito davvero, sotto la ricchezza. La Chiesa aveva voluto mettergli una pietra sopra.

Ma c’era Chiara...

(20 Continua)

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21 agosto 2019

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