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fratello Francesco
sorella Chiara

· un romanzo di Barbara Alberti ·

In viaggio per la Verna

Francesco partì subito alla volta della Verna in compagnia di frate Leone, per recarsi al convegno con Gesù. Cammina cammina giunsero al lago Trasimeno, e lì udirono un latrare rabbioso, quale muta di cani, che turbava la contrada. Il latrare proveniva da una donna che stava per partorire, e proprio allora i dèmoni l’avevano invasa, insediandosi anche nel figlio che doveva nascere. L’ossessa spiccava balzi come una scimmia e buttava fumo dagli occhi e dalle nari, urlando bestemmie da far cadere il cielo. La famiglia e i vicini assistevano atterriti. Ma non Francesco, che conosceva i suoi polli. A lui solo erano visibili i bricconi dannati che straziavano la donna. Li riconobbe, e pronunziò i loro nomi:

«Abisso! Perfidello! Culpelato! Unghione! Batticoda!»

E a ogni nome il diavolo nominato scompariva in un nembo di zolfo, e la donna fu libera. Subito il bimbo nacque, e Francesco lo battezzò col nome di Salvo.

Fra coloro che avevano assistito al miracolo c’era anche Giovanni, un contadino che portava un bue, uomo semplicissimo, e gli disse

«Io sono Giovanni, e voglio che tu mi faccia frate. Dove andai tu, andrò io. Quello che farai tu, farò io».

E Francesco «Se vuoi diventare nostro compagno dà ai poveri ciò che possiedi, e ti accoglierò- Immediatamente Giovanni scioglie il bue e lo offre a Francesco».

«Questo è per i poveri. È tutto ciò che possiedo, me lo lasciò mio padre».

Il Santo sorrise e approvò la sua grande semplicità. (Tommaso da Celano).

Ma arrivarono in frotta i parenti, che non erano presenti al miracolo ma videro il frate che si pigliava il bue. Agitando le forcole e le roncole, gridarono a Giovanni

«Traditore! Hai perso la testa? Dare via il nostro unico bene? A un girandolone che si chiama da lui stesso il pazzo di Dio?»

«È per i poveri, rispose il contadino».

«Ma se ce lo porti via, i poveri diventiamo noi! Senza il bue non potremo più sfamarci».

Vedendoli disperati, più di rimaner privi del bue che del congiunto, Francesco disse

«Voi vi prendete il bue, io mi prendo il frate». (Tommaso da Celano)

E ne fece il terzo compagno di viaggio.

Lungo la via, Giovanni ripeteva e imitava tutti i gesti di Francesco. Se sputava, sputava, se tossiva tossiva, se pregava pregava, se si commoveva recitando il Padre nostro, univa i sospiri ai sospiri e il pianto al pianto, fissandolo come un modello e rifacendo ogni sua mossa. Francesco gli chiese

«Fratello, perché fai così?»

«Ho promesso di fare tutto ciò che fai tu, e non voglio peccare trascurando qualcosa».

Francesco si rallegrò della sua schietta semplicità, ma gli ordinò di smetterla. (Tommaso da Celano)

Francesco Leone e Giovanni camminarono per molte ore sotto le stelle. Soffiava una forte tramontana, erano sfiniti. Ed ecco si udì un nitrito, e giunse un’ombra snella più scura del buio, un cavallo bellissimo dai finimenti d’argento, che galoppando fluttuava senza toccare terra. Francesco lo riconobbe, e il cuore gli balzò nel petto: è Gringalet, il suo cavallo, vilmente ucciso da Altiero Brufani!

I tre viandanti furono sollevati come da un vento e posti sulla groppa del destriero fantasma, che li trasportava in silenzio. Si addormentarono, e si ritrovarono al sorgere del sole sul monte della Verna. L’ombra di Gringalet si dissolse nell’alba.

Francesco manifestò la sua gioia: E come sempre quando era lieto di spirito si mise a cantare in francese, e la vena dell’ispirazione divina, che il suo orecchio percepiva furtivamente, traboccava di giubilo alla maniera giullaresca. (Tommaso da Celano)

Il Monte della Verna (En attendant Jésus)

Vilissimo vermine

tava dunque Francesco coi suoi compagni fra le gole dei monti, in attesa dell’abboccamento con Gesù. Si avvicinava l’Assunzione, e osservava la quaresima con grandissima astinenza e ferventi orazioni, vigilie e discipline (Cons. Stimmate). Quanto ai trucchi del Nemico, era diventato un esperto mondiale: per sicura esperienza sapeva che i dèmoni vengono intimoriti dalle asprezze, mentre dalle mollezze prendono animo per tentare più baldanzosamente (Bonaventura).

Una notte, Leone e il santo pregavano insieme, quando Leone si accorse che Francesco non rispondeva.

Esce fuori nel lume della luna e lo cerca nella selva. E lo vede stare ginocchione, volto al cielo, e sì diceva : — Chi se’ tu, o dolcissimo Iddio mio? E chi sono io, vilissimo vermine e disutile servo tuo? — E vide venire di cielo una fiaccola di fuoco splendidissima, la quale si posò sul capo di santo Francesco, (Considerazioni sulle Stimmate) che disse:

«Vieni a me, dolce Gesù!»

Dalla detta fiamma uscì una voce:

«Non è ancora tempo. Attendi il nostro incontro, e ti darò grande consolazione».

Doni

Nell’attesa, Gesù non si manifestava pienamente, ma gli inviava doni. Non solo visitazioni angeliche, ma eziandio uccelli selvatichi (Considerazioni sulle Stimmate). Fra questi un falco-sveglia, che lo destava per il Mattutino. E quando Francesco era troppo stanco o infermo il falcone, a modo d’una persona discreta e compassiva, si cantava più tardi. Di questo santo oriolo Francesco prendea grande piacere; però che la sollecitudine del falcone scacciava da lui ogni pigrizia e sollecitavalo ad orare (Tommaso da Celano). Ci fu anche un fagiano. Come lo vide, Francesco lo accettò con piacere, non per mangiarlo, ma per l’amore che aveva a Dio. Gli disse «Sia lodato il nostro Creatore, frate Fagiano!». Poi rivolto ai frati «Vediamo ora se frate Fagiano vuol rimanere con noi, o preferisce tornare ai luoghi abituali». Frate Fagiano rimase.

Altri segni di tenerezza gli rivolse Gesù. Una notte frate Giovanni, nuovo agli strapazzi dei Minori, sdraiato accanto a lui, brontolava e si lamentava. Francesco gli chiese «Che c’è frate Giovanni, pecorella?» e lui, battendo i denti «Magari fossi pecora, che ha la pelliccia! Con questo freddo buggerone non riesco a dormire». Francesco allora lo toccò. Al contatto di quella mano sacra, l’uomo si sentì invadere da un fortissimo calore, come investito da fiamma di fornace (Bonaventura).

Francesco, invece, orando si offriva ignudo ai duri venti montani. E così crescendo di virtù in virtù, disponeva l’anima sua a ricevere i divini misteri, e il corpo a sostenere le battaglie crudeli de’ demoni (Considerazioni sulle Stimmate). Che Satana non gli faceva certo mancare! Anzi sfoderò tutti i suoi poteri.

Un giorno Francesco era in orazione in un sasso cavo, dal quale insino giù a terra è un orribile e pauroso precipizio. Subitamente viene il demonio in forma terribile con tempesta e rovinìo di rocce grandissimo, e percuotelo per sospingerlo giù. Di che Santo Francesco si rivolse con tutto il corpo al sasso e raccomandossi a Dio (Considerazioni sulle Stimmate).

Ed ecco che per miracolo il sasso diventa morbido come cera liquida e accoglie il corpo del santo, che vi imprime la forma del viso e delle mani, e la scampa. Frate Leone accorre pensando di trovarlo morto e minuzzato. Invece è salvo, e insieme sciolgono un canto che risuona nei boschi fino alle alte cime.

La terra trema

Il giorno appresso Francesco tornò a pregare in quel luogo, nel sasso che serbava il segno del miracolo, certo che il demonio non avrebbe più ardito molestarlo. Ma appena iniziata l’orazione, ecco un boato, la terra trema, cadono massi, si sradicano alberi, un burrone gli si apre davanti sì che sembra voglia tranghiottirlo, s’aggrappa a un ramo sospeso nel vuoto — di nuovo Satana! E in quel fracasso gli grida spazientito

«Affarfante noioso, fai sempre le stesse cose!»

Ma non ebbe risposta. Non udì sghignazzi o pernacchioni o altri sconci suoni quali l’Immondo usa. Non c’erano presenze infere là intorno, e si accorse che si trattava di un terremoto. Non opera del diavolo dunque, ma di Dio. E subito ne vide la saggia bellezza. Aggrappato all’albero che cominciava a crocchiare, rischiando di staccarsi e precipitarlo nell’abisso e con esso la sorella lumaca che vi stava sopra, Francesco, mentre piano piano cercava di spostarsi sul ramo e guadagnare terra, esultava gridando

«Brava, sorella Terra! Bene hai fatto a trabalzare e isbattere le rocce e le creature, ché così facendo fai trabalzare noi medesimi e ci ricordi la pochezza nostra, e che mai per nessuna buona azione dobbiamo sentirci in salvo! E sì facendo rovesci il tiepido buonsenso, negatore di Dio e della Grazia, ci insegni che a ogni ora per i nostri atti può spalancarsi l’abisso, e bisogna tenersi ritti sulla via della virtù».

«Ah, gemette Satana, accorso allo sconquasso — che dura lotta! Questo ne sa una più del Diavolo, tutto volge in beatitudine! Ne sarò io sempre sconfitto?» Crack! Il ramo si spezzò, e Francesco precipitò nella voragine con sorella lumaca. Ma un angelo della milizia angelica era lì, pronto, e li riacchiappò al volo, deponendoli poi sul prato. Il terremoto era passato.

Nell’immagine stessa dell’amato

Venne il dì della Croce. Francesco parlò a Gesù, e gli chiese due grazie.

«La prima è che io senta nel corpo mio, il dolore che sostenesti tu nell’ora dell’acerbissima passione. La seconda, ch’io senta nel cuore mio quello eccessivo amore del quale eri acceso, da soffrire tanto per noi» (Considerazioni sulle Stimmate).

Era venuto il tempo del loro incontro. Pregando sul fianco del monte, Francesco aspettava che l’Amico si manifestasse.

Ed ecco, dal cielo scese in rapidissimo volo un serafino con sei ali. Tenendosi librato nell’aria, apparve fra le sue ali l’effige di Gesù crocefisso, i piedi inchiodati alla croce. A quella vista egli si stupì fortemente, provando allegrezza e dolore. Allegrezza pel grazioso aspetto di Cristo, che guatavalo graziosamente. Ma veggendolo confitto in croce, aveva ismisurato dolore. E tutto il monte della Verna ardea di fiamma splendidissima, sì che certi mulattieri ch’andavano in Romagna si levarono credendo si fosse levato il sole, sellarono e caricarono le bestie loro e si misero in cammino.

«Hai capito tu che ho fatto? gli disse Cristo — io t’ho donato le stimmate che sono i segnali della mia passione».

Onde immantinente nelle mani e nei piedi di Francesco apparvero i segnali dei chiovi, e così parevano inchiavellati. Nel costato, una ferita di lancia gli insanguinava la tonica e i panni di gamba (Considerazioni sulle Stimmate). Così il verace amore di Cristo aveva trasformato l’amante nell’immagine stessa dell’amato (Bonaventura).

Francesco per via dei chiodi non poteva andare a piedi, così tornò ad Assisi sull’asino di un villano devoto. E temendo che la stima degli uomini gli potesse rubare la grazia divina, teneva le stimmate nascoste a tutti (Tommaso da Celano).

Proprio a tutti tutti no, uno che lo aiutava doveva averlo, ed elesse Frate Leone. Quando Leone gli mutava la fascia del costato, per lo dolore che sentiva in quello spiccicare della fascia sanguinosa, gli pose la mano al petto, e Leone sentì tanta dolcezza nel cuore suo, che poco meno cadea in terra tramortito (Considerazioni sulle Stimmate).

Ma tornato alla Porziuncola, uno dei compagni un giorno gli vede i piedi feriti e gli domanda — «Cosa è ciò, buon fratello?»

«Pensa ai fatti tuoi, gli rispose» (Considerazioni sulle Stimmate).

(19 Continua)

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20 ottobre 2019

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