Avviso

Questo sito utilizza cookies...
I cookies sono piccoli file di testo che aiuto a migliorare la sua esperienza di navigazione nel nostro sito. Navigando in ogni parte di questo sito lei autorizza l'utilizzo dei cookies. Maggiori informazioni sulla policy dei cookies visualizzando le Condizioni di utilizzo.

fratello Francesco
sorella Chiara

· un romanzo di Barbara Alberti ·

Francesco sul tetto (aria nuova)

Quando rivide Chiara, Francesco non veniva direttamente dalla Terra Santa. Molte cose gli erano avvenute dopo aver preso commiato dal Soldano.

Sulla nave del ritorno aveva visto in sogno Chiara strettamente abbracciata a Madonna Povertà, e mani curiali dalle dita ingioiellate che volevano separarle a forza.

Illuminato e Francesco sbarcarono a Venezia, ma invece di correre da Chiara e aiutarla nella lotta, Francesco si fermò su un isolotto abitato solo da uccelli, che gli planavano sulle braccia e sulle spalle senza lordarlo. Francesco li chiamava coi nomi dei compagni. Il piccione era frate Egidio, il chiurlo Leone, l’allodola frate Chiara. Illuminato gli diceva

«Se hai tanta nostalgia, perché non torniamo subito dai fratelli? Che è stato di loro? Li lasciammo che già erano in fermento, e son passati due anni».

Ma Francesco non voleva saperlo, già lo sapeva. E non aveva fretta di vedere la rovina dell’Ordine. Dopo il sogno di Chiara si era indebolito nella tristezza, e il Demonio, trovando la porta aperta, entrò in lui con la tentazione della sconfitta.

Con voce armoniosa, accompagnata da strumenti falsamente angelici per sedurlo meglio, Satana lo tentava in musica.

«Il tuo sogno è finito, Francesco. Che combatti a fare? Siete soli tu e Chiara contro tutti, tutto è perduto. Resta coi fratelli piccioni, le cince, i gabbiani, e scorda quei gaudenti che non meritano la tua guida. Vana è la tua parola, vano l’esempio. Il mondo è mio, l’ho vinto a dadi col giovane di Nazareth, quello che vi ha sempre mentito, e ride di te».

Per la vergogna di prestare orecchio a tali discorsi, Francesco non parlava più con Gesù. Affondava nello sconforto, perduto a se stesso.

Nell’isola sbarcò un finto monaco con la sua ganza, una donnona turca anche guardia del corpo, che si fingeva muta. Fra’ Santino era un gabbamondo che approfittava della tonaca per il mal fare, e nell’isola nascondeva la refurtiva. Portava anche le notizie di borgo in borgo, sapeva i fatti di tutti. Quando vide i due Minori, non sospettando d’aver davanti Francesco, cominciò a parlare di lui.

«Finalmente l’hanno fatto fuori, quel matto. Per levarselo dai piedi, i suoi l’hanno spedito dai Saraceni, e non è tornato più. Adesso che è morto, finalmente quei poveri frati che teneva a stecchetto possono vivere come Dio comanda. Mangiano e bevono, hanno vesti calde, e mica ridono e parlano con le bestie, o fanno i buffoni come Francesco e i primi compagni! No, fanno i seri, si danno importanza, e studiano per affinare la loro malizia. Se la mettono sotto i piedi la santa Ignoranza del defunto, e con la santa Umiltà ci si stropicciano il naso. Adesso sì che sono stimati da tutti. La gente per bene li porta in palmo di mano, e le elemosine fioccano. C’è stata una vera congiura per levarlo di mezzo, ma ne è valsa la pena».

Senza palesarsi, Francesco gli domandò

«Ma Gregorio di Napoli e Matteo di Narni, che Francesco aveva lasciato quali vicari a difesa della Regola, come hanno permesso che ciò accadesse?»

«Chi, quelli? — sghignazzò il mariuolo — quelli hanno fatto peggio di tutti, il capo era appena partito che già complottavano con gli Alti Preti, cardinale Ugolino in testa, e frate Elia era della partita. Fra poco ci sarà il Capitolo alla Porziuncola, e sono tutti d’accordo nel dare addosso alla Regola, sconfessare il morto e mettere finalmente un po’ d’ordine nell’Ordine. Aria nuova! Con questi sì che si fanno buoni affari. Ho grattato una partita di breviari a bordo argentato, e li vado a vendere a Bologna. Lì i Minori si sono fatti una casa coi fiocchi, solida, di mattoni, uh, e la biblioteca è le sette bellezze. E lui, che li voleva tenere nelle capanne!»

Vedendo le facce impietrite di Illuminato e Francesco, esclamò

«Ma non vi è giunta voce? Ma da dove venite, dalla luna? O sareste di quei fanatici che davano ragione a Francesco? Se è così tira una brutta aria, per voi. Vi conviene mettervi coi riformatori o siete fritti».

Il finto monaco saltò sulla sua barchetta e filò via, canticchiando un motivo allegro

«Bologna, Bologna, la città senza vergogna...»

Illuminato disse

«Non gli credere, quello è un impostore che va affarfanando il volgo».

Ma Francesco gli credeva, e si svegliò tutto d’un tratto alla battaglia. Il suo sdegno fu tale che si scrollò di dosso Satana con un manrovescio, la rassegnazione divenne impeto e furia. Il fondamento della Regola era, non possedendo nulla, andar liberi da tutte le cose del mondo, e quelli... come un fulmine puntò su Bologna.

L’affrate non aveva esagerato: trovarono i Minori allocati in una grande casa in muratura, in mezzo a un ricco podere con polli maiali cani da guardia e alberi da frutto.

Il portinaio, che lo credeva perito oltremare, quando si vide davanti il fondatore cadde in ginocchio, credendolo un fantasma. Ma l’ira di Francesco lo rivelò per uomo vivo, e subito ordinò ai frati di lasciare quel luogo di mollezze, indegno del loro voto. Ma nessuno gli diede retta. Allora salì sul tetto, infuocato delle parole che gli aveva detto Gesù, Non ci dev’essere presso di voi proprietà né personale né comunitaria. Questa è la mia famiglia, alla quale io provvederò per quanto numerosa, finché avrà fiducia in me (Leggenda perugina).

E ispirato dalla santa rabbia, si diede a distruggere il tetto scalzando le tegole e buttandole di sotto. I frati si riparavano dai proiettili che piombavano dall’alto e gli urlavano di smettere, fra loro dicendo è impazzito! — No, era pazzo già da prima. Corsero a chiamare il cardinale Ugolino. Il quale arrivò al galoppo, con due luogotenenti armati, e gridò a Francesco

«La casa è di mia proprietà! I frati sono miei ospiti, nulla appartiene a loro. Vieni giù, e smetti di far chiasso. Fìdati di me. Io ti sono sempre stato amico».

Sì, a parole. Meglio un nemico che un finto amico. La tegola gli cadde di mano precipitando nel cortile, e per un pelo non colpì il cardinale. Senza scendere dal tetto, Francesco gli disse

«Poco monta che il convento non sia dei frati, se essi vivono nella dovizia».

«Ne discuteremo durante il Capitolo!» tagliò corto Ugolino, tradendo la delusione di vederlo vivo. Quanto più utile sarebbe stato, se fosse stato ammazzato dagli infedeli! E finalmente acquetato sul calendario, col suo martirio avrebbe dato maggior prestigio a un nuovo ordine francescano senza Francesco.

Un pazzo nel mondo

In previsione del Capitolo, Francesco andò instancabilmente a parlare coi religiosi di alte e umili condizioni, per spiegare loro ciò che era semplice, ma per uno scherzo di Satana pareva loro incomprensibile: che la sua regola si ispirava al Vangelo, e che esso non poteva essere addolcito. Che i frati Minori non miravano a riformare la Chiesa, ma se stessi. Andò anche dal cardinale Colonna, e si fermò a dormire nel suo bel palazzo. Quella notte, i demoni gliene fecero di tutti i colori. Lo fustigarono, lo sbatterono sulle pareti, lo offesero con sozzi oltraggi, lasciandolo insanguinato e quasi agonizzante. Avvertiti in sogno del suo misero stato, fra Monaldo e fra Totò, il nano e il gigante, accorsero a medicarlo. E ciò che più giovò a Francesco, fu di vedere la cortesia che regnava fra loro, ora che i frati erano divisi e leticavano come ossessi. Poiché i due si dolevano delle violenze di Satana, Francesco disse loro

«I demoni sono i castaldi del Signore, Egli stesso li incarica di punire le nostre colpe. È segno di grazia, se non lascia nulla di impunito nel suo servo. (Leggenda perugina). E se permette che io venga scudisciato strangugliato sballottato morsicato strascinato spellato pizzicato e burlato (stanotte mi inflissero anche la tortura del solletico), qualcosa di male avrò pur fatto».

Con l’aiuto di Monaldo e Totò si mise a testa in giù per rovesciare la prospettiva e vederci meglio. In questa posizione tacque per un buon tratto finché si illuminò, esclamando

«Ecco, ho capito! La turba cornuta mi ha punito perché soggiorno in questo ricco palazzo. Con tutti gli ostacoli che mette a noi Minori la Chiesa di Roma — la quale ci vorrebbe ritondere, ora alla maniera di Agostino, ora di Benedetto, ora di Domenico, e il voto di povertà non lo manda giù — sto sempre a trafficare coi porporati, onde convincerli che il nostro esempio non è una minaccia per la Chiesa, ma una grazia. Così dormo a volte nelle loro case di marmo e d’oro. Questo spiace all’Amico mio, e perciò merito i diavoli».

Da quel momento, se andava a parlare a vescovi e cardinali si fermava sulla porta. E i dèmoni si dileguarono.

Si aprì finalmente il Capitolo dell’Ordine dei Minori. Migliaia di frati si accamparono attorno alla Porziuncola, e con essi i principi della Chiesa coi servi, i muli, i cavalli. Intanto, i riformatori avevano indefessamente fatto opera di convinzione presso molti, per rafforzare il partito che voleva la Regola mitigata. I dotti dell’Ordine, con frate Elia in testa, avevano tramato col cardinale Ugolino perché convincesse Francesco a renderla conforme a quelle che rendevano così ordinata la vita delle altre famiglie di monaci. (Ernesto Balducci)

Francesco ascoltò in silenzio l’ornato discorso del cardinale. Lo prese per mano, lo condusse davanti al Capitolo che rumoreggiava, e parlò. Vi fu un grande silenzio.

«Fratelli, fratelli miei, Dio mi ha chiamato a camminare la via della semplicità. Non voglio quindi che mi nominiate altre regole. Né quella di sant’Agostino né di san Bernardo o san Benedetto. Il Signore mi ha rivelato essere il suo volere che io fossi un pazzo nel mondo: questa è la scienza alla quale Dio vuole che ci dedichiamo! Egli vi confonderà per mezzo della vostra stessa scienza. Io ho fiducia nei castaldi del Signore, di cui si servirà per punirvi. Allora, volenti o nolenti, farete ritorno con gran vergogna alla vostra vocazione. Siate santi, perché Egli è Santo. (Leggenda perugina)

Per maggior chiarezza, Francesco andò a prendere la Regola che gli aveva dettato Gesù, onde leggerla all’assemblea. Ma non la trovò più. Subito accusa Satana, dice

«Me l’hai sottratta tu, serpe bifronte! Perché io non possa smuovere i loro cuori con la diretta parola del Signore».

Ma Satana, per una volta veritiero, gli risponde

«Io ho sempre colpa di tutto, e me ne vanto. Ma stavolta non c’entro. Te l’hanno sottratta quei frati che vogliono stare comodi, e l’hanno distrutta. Gliel’ho suggerito io, è vero, ma loro mi hanno dato retta subito».

Lui non lo ascolta, pensa a una calunnia e si ritira per riscriverla, che ben se la ricorda. Allora alcuni della fazione avversa vanno da padre Elia e gli dicono

«Noi temiamo che la riscriva ancora più dura, digli che se la scriva per sé, e non per noi». (Leggenda perugina)

Andarono insieme da lui, Elia gli disse la loro richiesta. Francesco levò la faccia al cielo e parlò a Cristo

«Signore, non lo dicevo che non ti avrebbero creduto?»

E subito si udì nell’aria la voce di Cristo — Francesco, nulla è tuo nella Regola, ma ogni prescrizione che vi si contiene è mia. E voglio che sia osservata alla lettera, alla lettera, alla lettera! Senza commenti, senza commenti, senza commenti. So ben io quanto può la debolezza umana, e quanto può la mia grazia. Quelli che non vogliono osservarla, escano dall’Ordine!

Si volse allora Francesco a quei frati e disse

«Avete sentito? Avete sentito? Volete che ve lo faccia ripetere?» (Leggenda perugina)

Ma Satana aveva murato le loro orecchie, e nessuno testimoniò del prodigio.

Con amarissimo dolore del santo, durante il Capitolo i seguaci suoi e quelli di Elia si adirarono gli uni con gli altri, e quasi vennero alle mani. Lo scandalo fu impedito da fra Monaldo, che sollevò di peso i facinorosi e li riportò ai loro posti. Ma non tornarono a volersi bene, perdonandosi le offese.

Quando si chiuse il Capitolo, Francesco era sconfitto. Ugolino se ne andò da trionfatore, con molte parole di miele e il cuore che gridava d’orgoglio. Mentre partiva, Francesco gli vide in testa la tiara, ed ebbe la visione di quando sarebbe stato incoronato papa. Dietro di lui sfilava il Diavolo, anche lui in gran pompa, che gli reggeva il manto. Ma scacciò la visione come un inganno del Maligno.

Uomini e carri lasciarono la Porziuncola. Nella piana vi fu silenzio. Francesco alzò gli occhi alla stella della sera, e in cuor suo chiamò Gesù.

L’Amico gli apparve nella sua cella.

«Anch’io fui sconfitto, e da lì cominciò la mia parola».

Aprì le braccia a Francesco, e accolse il suo pianto. Gli parlò ancora, ma Francesco non lo udiva più distintamente: la sua voce era coperta da suoni stridenti, come se strepitassero insieme tutti i grilli del mondo.

«Signore, non riesco a udirti!»

«Ciò avviene perché questo luogo è ancora contaminato dalle chiacchiere vane che si son fatte al Capitolo, per dire una sola cosa: che vogliono mettere la povertà fuorilegge. Vieni all’eremo della Verna, e udrai chiara la mia voce».

(18 Continua)

EDIZIONE STAMPATA

 

IN DIRETTA

Piazza S. Pietro

22 agosto 2019

NOTIZIE CORRELATE