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fratello Francesco
sorella Chiara

San Francesco e il Soldano (3)

Un’amicizia

Stavolta al Malik al Kamil si adirò, ma quando Hakim insistette perché mandasse a morte il frate, lo scacciò dal suo cospetto per un intero giorno. Al Malik al Kamil non voleva la morte di colui che solo a vederlo gli metteva un buonumore fanciullesco. Quel potente sovrano che sapeva di medicina, astrologia, matematica, lettere, che intratteneva corrispondenza con Federico ii e i più illustri sapienti d’Oriente e d’Occidente, si ritirava volentieri con quell’uomo sincero di poca scienza, per interrogarlo sulla sua vita e i suoi compagni. E gli traduceva i versetti del Corano.

«Non vedi che Dio fa scendere dal cielo un’acqua con la quale trae dalla terra frutti variopinti?

È lui che spedisce i venti come nunzi di buone novelle, Iddio alterna la notte col giorno.

Iddio ha creato tutti gli animali dell’acqua...»

«Somiglia al Cantico delle creature!» esclamò Francesco.

«E chi l’ha composto?»

«Io!»

E glielo recitò. Entrambi sapevano di musica. Accompagnati dai liuti, insieme cantarono il Cantico. Il Soldano rispettava la sua penitenza, ma una sera, per soverchia affezione, gli offrì dei dolcetti di pasta di mandorle. Francesco ne mangiò, e disse con entusiasmo:

«Ma sono come quelli di madonna Jacopa!»

«Chi è madonna Jacopa?»

«Una santa dama, e grande cuoca».

Raccontò la ricetta al Soldano.

«Lei ci mette anche due grani di pepe di Bevagna, che aggiunge al sapore come un piccolo fuoco. E un’oncia di ginepro, una bacca delle nostre parti».

Il frate parlava al Soldano dei prati di Santa Maria degli Angeli. Quello ascoltava, il suo spirito vagava per la campagna umbra e vedeva le parole di Francesco, come cose. Di tutto ciò che l’ospite dicesse o facesse si rallegrava, e miracoli o non miracoli, desiderava che non se ne andasse più. Quando nessuno li vedeva giocavano coi noccioli di datteri a chi li lanciava più lontano, strizzandoli fra il pollice e l’indice. Vinceva sempre Francesco, era un campione. Il Soldano si arrabbiava, ed esclamava:

«Nelle mani hai una catapulta, frate!»

Nascosto dietro i tendaggi Hakim spiava i loro incontri, sperando di cogliere nelle parole del santo qualche motivo per accusarlo. Drizzò le orecchie quando lo udì raccontare che aveva sposato madonna Castità, e che nessuno mai lo avrebbe persuaso a toccare una femmina.

Hakim disse al sultano:

«Il tuo frate si vanta, per amore del suo dio, d’aver rinunciato alla carne. Se stasera vuoi nasconderti con me nella sua stanza, vedrai quanto valgono i suoi voti, e da ciò capirai come sia in tutto doppio e bugiardo».

Hakim introdusse furtivamente nell’alloggio di Francesco una donna bellissima, mentre lui e il Soldano, nascosti, osservavano. Il frate era intento in preghiera, quando la ragazza uscì fuori e gli mostrò le sue grazie, invitandolo a giacersi con lei. Non vi fu alcuna reazione di scandalo da parte di lui, anzi la accolse festevole, dandole il benvenuto. Grandi furono la soddisfazione di Hakim e la delusione del Soldano che stavano origliando, e l’eunuco ebbe uno sguardo di trionfo maligno.

Francesco disse alla donna:

«Vieni meco, io ti menerò in uno letto bellissimo». (Fioretti)

Proprio in quel momento, ad Assisi, santa Chiara lo stava guardando. Vide Francesco che prendeva per mano la ragazza e udì le sue parole. Sommamente turbata, fece un rapido segno di croce sul muro, e spense il collegamento.

Intanto Francesco conduceva la fanciulla verso le cucine, mentre il sultano e l’eunuco li seguivano nell’ombra. Francesco si fermò davanti alla bocca del forno, ove ardeva un grandissimo fuoco, e le disse:

«Orsù, vieni a giacerti con me in questo letto spiumacciato e bello. E in fervore di spirito spogliasi nudo e vi si gitta dentro, e con allegro viso invita costei a giacersi con lui. E vedendo che stando tra le fiamme egli non si bruciava, la donna si pentè, e fuggì atterrita».

Stavolta fu il Soldano a rivolgere ad Hakim uno sguardo di vittoria.

Pericoli

Ma qualcosa stava mettendo in pericolo Francesco e Illuminato, più degli intrighi dell’eunuco: giunse la notizia di una strage dei crociati, che avevano bruciato un villaggio e i suoi abitanti, quasi tutti donne anziani e bambini — gli uomini erano in guerra. L’unico superstite, un vecchio, era riuscito a passare le linee nemiche per riferire al sultano, e vedendo i due frati, chiese che fosse fatta vendetta su di loro. Hakim ne approfittò per soffiare sul fuoco, e disse al suo signore:

«Mentre tu intrattieni il frate con la musica e lo nutri a dolcetti, i suoi amici fanno strazio della nostra gente, e la città per colpa loro muore di sete. Tutti chiedono la sua morte, si mormora che egli ti abbia stregato con arti malvage, tanto da farsi preferire al tuo popolo. Se ti darò le prove del suo tradimento, prometti di fare finalmente giustizia?»

Gli animi erano agitati, le fontane secche, e il sultano, temendo la rivolta, a malincuore promise. Indisse dunque una riunione plenaria nei giardini del palazzo, per decidere la sorte del frate. Se fosse risultato colpevole, il boia era pronto a mozzargli il capo.

Tutti convennero nei giardini. Il sultano era circondato dai suoi dignitari e Francesco, davanti a lui, veniva ingiuriato e raggiunto da qualche sputo. A un cenno del sultano scese un silenzio grave. Nel silenzio Francesco ascoltò il canto degli uccelli, e si accorse che per loro tramite poteva comprendere la lingua di Dio, anche se gli parlava in arabo. Essi erano i traduttori e i messaggeri, e il loro canto diceva Francesco, ordina all’acqua di scorrere, ed essa scorrerà. Francesco disse al sultano:

«Mi duole vedervi assetati. Io dirò all’acqua di scorrere, e scorrerà».

Il sultano lo guardò per la prima volta severamente. Le calunnie dell’eunuco gli avevano scavato il cuore. Il boia, intanto, affilava la lama. Mentre il sultano pensoso si carezzava la barba, incerto sulla risposta, irruppe il falso accusatore istruito da Hakim, gridando:

«È un sicario di Pelagio, altro che santo! L’ha mandato lui per uccidere il sultano, favorire l’assalto definitivo a Damietta e raderla al suolo».

Così detto esibì un falso documento, che dimostrava il piano scellerato.

Hakim guardò il sultano, il sultano guardò Francesco, e poi il boia, che alzò la scimitarra. Francesco mitemente si inginocchiò, offrendo il collo. Hakim non riusciva a frenare la sua esultanza. Al Malik al Kamil chiuse gli occhi con dolore, esitando ancora un istante, prima di fare al boia il cenno fatale.

Una strana musica

E mentre stava lì a occhi chiusi udì una strana musica, un suono prima sommesso poi allegro, come di limpide risa, che sorgeva da ogni angolo, fino a diventare un concerto scrosciante... Il sultano aprì gli occhi, e vide che le fontane di Damietta buttavano acqua, copiosa come non mai.

Con un urlo tutti si precipitarono verso le fonti, e si bagnavano le vesti, immersi in quella cuccagna. In un baleno si riempirono le piscine dei ricchi e i vasi della povera gente.

Il boia gettò la scimitarra e corse a bere. Indicibile fu il sollievo del sultano. Per la salvezza dei suoi, e dell’amico.

Tutti erano in grazia di Dio, meno Hakim. Ma il demonio lo favorì ancora una volta. Le grida di giubilo si trasformarono in grida di terrore, presto sopraffatte da un rumore più forte: i crociati stavano attaccando il palazzo, erano riusciti a sfondare le porte, i soldati saraceni cercavano invano di sbarrargli la via. Damietta era perduta, non c’era scampo.

Hakim raccolse d’impeto la spada del boia e si gettò su Francesco, stava per colpirlo... ma qualcosa lo fermò. Un vento improvviso gli rinfrescò il volto, e vide il sultano affacciarsi alla balaustra dei giardini, guardando in basso, con esclamazioni di stupore... anche gli altri guardarono in giù... e si accorsero che si stavano sollevando da terra... i giardini del sultano, e la città di Damietta tutta intera stavano volando bianchi nel sole. Laggiù, i crociati, sconvolti e impotenti miravano il prodigio.

Il sogno

Mentre la città coi suoi giardini volava lentamente sospinta da un vento dolcissimo, Francesco fu rapito da un sogno. Nel sogno gli apparve Gesù in forma di uccello azzurro grande come il cielo, e gli disse è stolto combattersi in nome del proprio Dio, poiché Dio è uno. Solo i suoi nomi sono diversi e diversi i volti, per gioco. E altre cose gli disse, che gli aprirono l’anima. Francesco si svegliò, e sentì il desiderio del ritorno.

Il sultano si congedò da lui con molte lacrime, dandogli dieci muli pieni di splendidi doni. Francesco e Illuminato regalarono ai poveri incontrati per via i doni e i muli, e lievi si imbarcarono come sguatteri su una galea veneziana.

A San Damiano Chiara giaceva quasi morente nella sua cella, le sorelle disperavano per la sua vita. Il solito prete stava per venire a darle un’altra volta l’estrema unzione. Si era ammalata dopo che guardando sulla parete aveva visto Francesco in ginocchio, e il boia che stava calando su di lui la scimitarra. L’immagine era scomparsa e non più tornata, lasciandola nella convinzione che Francesco fosse stato decollato.

Ed ebbe nostalgia del cielo, dove lo avrebbe rivisto. Fece tuttavia un estremo tentativo. Con le ultime forze tracciò un debole segno di croce sul muro. E apparve Francesco, che camminava con Illuminato... in Terra Santa?

No, erano a Santa Maria degli Angeli, e andavano di buona lena... Chiara si alzò, risanata, e corse incontro ai due frati, nella notte, sotto le stelle. E insieme celebrarono la grazia del Signore.

(17 Continua)

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17 agosto 2019

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