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fratello Francesco
sorella Chiara

· un romanzo di Barbara Alberti ·

Satana la sa lunga

Ma non era solo un giardino fiorito, un dipinto su fondo oro. Qualcuno si rodeva nel buio, e arrotava le unghie. Il diavolo era molto arrabbiato. E mugugnava, nell’ombra, ma da dove salta fuori questo guastafeste? Mi stava andando tutto così bene, la Chiesa l’ho immersa in un tale bagno d’oro che la tengo in pugno, e con essa mezzo mondo... chi si ricordava più di Gesù? E questo va a rispolverare il Vangelo! Anacronistico, patetico. Cristo sognò un uomo che non c’è mai stato né ci sarà, sognò l’uomo dio, sognò se stesso. E quando mai s’è visto uno che porge l’altra guancia? Giusto al manicomio! E questo qui ci vuole riprovare... ne nasce uno così una volta ogni mille anni, è vero, ma quanta fatica ci tocca, poi, a noi poveri diavoli, per rimediare al danno...

Prima che sia troppo tardi mi devo impossessare di lui, e mandare all’aria i suoi piani. So riconoscere il talento. Quest’omino è un pericolo, e per lui trascuro prede più vistose — un cardinale, un gran signore... È tempo di metterci la coda.

E lo tentò col dubbio, parlandogli all’orecchio con quella bella vocina che sa fare lui.

«Sei diventato umile, Francesco. Ma dì la verità, quando hai baciato il lebbroso non ti sentivi grande? Il migliore? L’imperatore dell’umiltà? Più grande di tutti gli eroi della terra? Ero io che te lo suggerivo... credi di servire Iddio ma segui il mio volere.. A me non si mente. Ti tengo in pugno: io lo so lo sterminato orgoglio che provi riuscendo a sentire Altiero come un fratello. Hai rinunciato a ogni superbia per una sola che le contiene tutte: l’umiltà. E sarai dannato, dannato per contraddizione».

Compiaciuto del suo discorso, vanitosamente aggiunse:

«Tu non credevi che io loico fossi...» (Il Diavolo viaggia nel tempo, va avanti e indietro nei secoli come un altro cambia marciapiede, e non ha scrupoli a farsi bello del verso di un poema famoso, che sarà scritto cento anni dopo)

Francesco gli rispose, giocondo

«Io sono un povero giullare di Dio, questi argomenti difficili non li capisco. Tu hai il vizio di ragionare troppo, come gli uomini».

E con un sorriso dissipò la tentazione, sapendo che dopo l’immagine del Crocefisso, è il sorriso l’arma che più mette in fuga Belzebù. Diceva Francesco: Il diavolo esulta quando può rapire al servo di Dio il gaudio dello spirito. I dèmoni non possono recare danno al servo di Cristo, quando lo vedono santamente giocondo. Se invece l’animo è malinconico, desolato e piangente, con tutta facilità, o viene sopraffatto dalla tristezza, o è trasportato alle gioie frivole. (Tommaso da Celano)

I compagni

La chiarezza era venuta a Francesco udendo un passo del Vangelo, su ciò che devono osservare i discepoli di Gesù:

Non devono possedere né oro, né argento, né denaro, né portare bisaccia, né pane, né bastone per via, né avere calzari, né due tonache, ma soltanto predicare il regno di Dio e la penitenza (Matteo 10, 7-10).

E vide che era semplice. Nelle sue prediche, l’ispirazione divina contagiava gli astanti e a ciascuno sembra di avere accanto Gesù, che non minacciava inferni ma esprimeva la gioia. L’entusiasmo crebbe, e vennero i compagni.

Oh, ignota ricchezza! Oh ben ferace!

Scalzasi Egidio, scalzasi Silvestro,

dietro a lo sposo, sì la sposa piace.

Vennero come i passeri, che atterrano uno dopo l’altro, vennero come i Cavalieri di Re Artù:

Per primo, avanti tutti dev’essere nominato Bernardo, secondo Pietro Cattani, terzo Egidio il semplice, quarto Illuminato, frate Leone sia nominato per quinto poiché in lui erano molte virtù, sesto frate Angelo, settimo Rufino, ottavo Ginepro il soave, nono Monaldo il gigante, decimo Elia il sapiente...

Ma ormai erano lontani agli occhi di Francesco quei cavalieri, era pallido Artù: loro si erano battuti con le armi, mentre Gesù a mani nude aveva rovesciato il mondo. E al paragone gli eroi della Tavola Rotonda gli parvero ombre, teatranti della virtù.

All’inizio coi suoi primi compagni furono una sola fiamma, una danza come quella degli astri, e si muovevano come si muove la luna, amorosa del mondo.

Il ricco Bernardo per primo s’innamorò della Santa Povertà, diede la sua ingente ricchezza ai poveri, e seguì Francesco. Appena si venne a sapere, tutti corsero a vedere l’autore del gesto insano, che sulla scia del figlio del mercante dissipava una copiosa fortuna per farsi mendico. Fra i curiosi c’era un vecchio prete, Silvestro, canonico di San Rufino. Preso dagli spasimi dell’avarizia, calcolò a quanto ammontava il patrimonio che Bernardo stava buttando al vento, vi sommò l’eredità cui aveva rinunciato Francesco, e ne soffrì come fossero danari suoi. Sgarbatamente li apostrofò entrambi.

«Ah sì? Date via a tutti, meno che a me? Tu Francesco mi chiedesti le pietre per carità, e ai poveri date questo ben di Dio?»

«Bene del Maligno, rispose Francesco. Ma poiché sei ghiotto di danari porgimi la bisaccia, e ti farò sazio».

Così dicendo mette le mani nelle tasche di Bernardo, le svuota degli scudi, e ne colma Silvestro. Quegli andò a casa a contare il suo bottino, ma ogni moneta gli pesava come il piombo, e gli scottava le dita. E vide in sogno una croce d’oro che usciva dalla bocca di Francesco, e abbracciava il mondo. Comprese. Gettò anch’egli il suo, e si arruolò fra i Penitenti della Porziuncola. L’adesione alla Povertà dell’avido prelato, fece più scandalo di quella dei figli di nobili che scappavano di casa.

Insieme si stabilirono accanto alla cappella della Porziuncola, in capanne di fango e di frasche.

«Venne poi Ruffino, gentiluomo di Assisi, timido e balbuziente, ma quando predicava andava spedito come una tromba. Di lui Francesco disse ai compagni: Vedete quel frate Ruffino che esce ora dalla selva? Iddio m’ha rivelato che l’anima sua è una delle tre più sante anime che Iddio abbia in questo mondo (Fioretti)».

«Frate Illuminato, potente feudatario, padrone di terre a perdita d’occhio, fu pescato da Francesco nella Valnerina. Fino ad allora si era dilettato molto con dame nell’onorata galanteria. Dopo avere ascoltato Francesco diede tutto in elemosina, e divenne un umile fratello».

Anche frate Angelo, nobile cavaliere, adorno di ogni cortesia, che nessuno accompagna senza divenir migliore, lasciò lussuria, terre e onori per star dietro a quel vagabondo.

Frate Leone, amanuense, scriveva le parole di Francesco con inchiostro rosso, e i suoi appunti sbocciavano sulla pergamena come papaveri sull’erba.

Frate Elia, dotto giurista, scese come una grazia sulle terre accademiche, ma poi si votò all’umiltà, lottando contro la tentazione del comando. E non sempre vinse.

Frate Monaldo, il gigante, aveva due mani grandi come pale da forno, era stato un rissoso picchiatore, e anche ora che s’era convertito non sapeva regolar bene la sua forza. Francesco lo chiamava:

«Frate Monaldo, pecorella...»

«Io sono un lupo, lo sai. Per amor tuo e di Cristo mi sono messo una pelle di pecora, ma a volte mi scivola di dosso, e mi possiede l’ira, e fumo come una solfara».

Allora Francesco cantava, e la pace entrava in frate Monaldo, che si addormentava sul pavimento con un russare potente, simile a una rombante lode a Gesù.

E frate Egidio, contadino, semplice, retto, illetterato e preveggente.

Un giorno, davanti alle capanne di fango si fermò un uomo così timido e gentile, che Francesco non lo riconobbe: era Gugliemo Divini, il celebre trovatore, colui che lo aveva sfidato sulla piazza di Assisi. Si incontrarono quand’erano arroganti e pieni di vanità, e si ritrovarono nell’umiltà. Guglielmo aveva visto in sogno il paradiso, e in esso un trono vuoto, che aspettava Francesco. Aveva lasciato ricchezze e fama, ed era venuto a lui. Il re dei versi e della cetra si chiamò frate Pacifico. Lui e Francesco cantavano insieme lavorando l’orto, e allietavano i compagni.

E fra’ Ginepro, il più caro. Francesco li amava tutti allo stesso modo, ma senza che lo volesse, la vista di Ginepro lo rallegrava più d’ogni altra. Per la sua semplicità colombina, e per le laudi che pronunciava, posseduto dalla luce: quando apriva la bocca dalla fornace del cuore ardente liberava fiammeggianti scintille di parole in laude di Gesù.

Sono ancora in pochi, ma Frate Elia promette che altri verranno numerosi, e insieme abbracceranno il mondo. Sorgeranno altri tempi, e sarà giorno pieno. Ma in quest’istante, noi dodici, intorno alla tavola imbandita a pane e acqua — quanto si sta bene! È come l’alba, quando il mondo è senza peccato e non è ancora successo niente di male. Si sta bene, ora, con gli amici sotto la vigna, e il cuore in pace. (Ecclesiaste)

All’inizio, i compagni dovettero imparare a lavorare. Non sapevano fare niente. A parte Egidio, che era manovale, e Francesco, che aveva una buona militanza come muratore grazie al restauro di San Damiano, nessun di loro aveva mai usato le mani salvo per la musica, i duelli, le dame e le briglie. Ma costruendo le capanne di fango intorno alla Porziuncola, aiutando i malati, i contadini, i vecchi, e provvedendo alle necessità di ogni giorno, ognuno divenne falegname, muratore, cuoco, infermiere, balia, e caricandosi di pesi, anche somarello.

La gente i primi tempi li sfuggiva come appestati, perché li credeva pazzi, e poi servivano i lebbrosi, e c’era paura del contagio. Diffidavano di loro, cos’erano? Chi erano? Non frati, non preti: Minori. Si chiamavano Penitenti della Porziuncola. Ma erano così amabili nell’offrire aiuto senza chiedere nulla, che poco a poco gli umili cominciarono ad avvicinarsi. La loro carità non aveva il volto solenne che umilia chi soffre, ma un volto allegro che già consola a vederlo.

Francesco li mandò a predicare lontano, a due a due. Ma tanta era la comunione fra loro, che li riportò presto gli uni agli altri.

Frate Bernardo con frate Egidio partì per Compostella, al santuario di San Giacomo, in Galizia. San Francesco con un altro compagno scelse la via di Rieti... Ma Francesco, desiderando di rivederli tutti, pregò il Signore che si degnasse di riunirli presto. E tosto, secondo il suo desiderio e senza che alcuno li chiamasse, si ritrovarono insieme e resero grazie a Dio. Prendendo il cibo insieme, manifestano la loro meraviglia per aver avuto il medesimo pensiero. (Tommaso da Celano, Vita Seconda)

Calò la notte, e si tenne un concerto mai udito prima.

Quando la dolcissima melodia dello spirito gli ferveva nel petto, si manifestava all’esterno con parole francesi, e la vena dell’ispirazione divina traboccava in giubilo alla maniera giullaresca. Francesco raccolse un legno, e tenendolo sul braccio sinistro, con la destra prese per archetto un fuscello ricurvo, e ve lo passava sopra come fosse una viella, cantando in francese le lodi del Signore. (t.d.c., ivi)

Allora Pacifico prese ad accompagnarlo suonando un flauto immaginario. Insieme tennero un concerto muto, e tutto quel silenzio divenne musica.

...la purezza di cuore riempiva a tal punto quei primi compagni di Francesco, che pur sapendo di operare cose utili, sante e rette, erano incapaci di trarne vana compiacenza. (ivi)

Beh, magari fosse vero. Non sarebbe stata terra, ma cielo. E invece le tentazioni erano tante. Satana come non mai agognava alla loro perdizione, e inviava i suoi servi più maliziosi a confonderli. Una schiera di diavoli era pronta.

Tanti frati, tanti diavoli. Uno per frate. Nella milizia del male, ogni peccato aveva il suo campione.

Graffiacane era preposto all’orgoglio, Barbariccia alla lussuria, Samael alla vanità, Libicocco all’avarizia, Malacoda alla crudeltà, Rubicante alle gelosia, Draghignazzo alle risse, Berlicche ai peccati di gola (quest’ultimo a volte trionfava su Francesco che era ghiotto di dolci, come Ave).

Nei registri dell’inferno a ognuno era assegnato un frate, e seconda della sua debolezza (è un gran burocrate, il diavolo).

Così Libicocco tentava Silvestro con la visione di forzieri d’oro, Samael faceva riudire a Fra’ Pacifico le folle che acclamavano il suo nome, Barbariccia tormentava frate Angelo con nude forme danzanti, Graffiacane tentava frate Elia con la smania di potere, ed egli per via di Satana traboccava del sogno di diventare il capo dei frati, organizzarli come una milizia, mettere per iscritto una regola di ferro... Un giorno la tentazione fu così forte, che non potendo farlo coi compagni, fu sorpreso a radunare le formiche.

Ma a Francesco Satana glieli mandava a frotte, buttandosi anche lui nella mischia, e le loro voci gli risuonavano dentro con un malvagio fragore che gli scoteva nervi e ossa, e la sua anima era ben fonda da ospitare tanto dolore. E l’assurdo, e il terrore, lo straziavano come nessun altro.

(9 Continua)

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24 aprile 2019

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