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fratello Francesco
sorella Chiara

· un romanzo di Barbara Alberti ·

In punto di morte

In casa di Chiara si parlava a bassa voce. La madre vedeva morire in quella figlia se stessa, e la sua vita non era più nulla. Disperatamente le stringeva la mano, per trattenerla. I poveri si affollavano alla porta della servitù per avere notizie. Quello che le aveva restituito il dono chiamandola nemica, in segno di pace le mandò una rosa.

In Favarone era forte il dolore di perdere la figlia, ma ancora più forte il rancore verso la moglie. Colpa sua se si erano rimandate le nozze, per la sua idea balzana di aspettare il consenso di Chiara, che l’aveva tirata in lungo per un anno. Se si fossero sposati in tempo a quest’ora ci sarebbe un erede, e la parentela coi Brufani sarebbe fatta. Lui e Altiero si guardavano come amanti che il destino avrebbe diviso.

Poi l’occhio di entrambi cadde su Agnese, anche lei giovinetta nel fiore, che stava spulciando Ave con tanta amorosa cura, come si trattasse di Chiara in persona. Senza dirsi nulla ebbero lo stesso pensiero: quando Chiara non ci fosse più, l’affare si potrebbe concludere con l’altra figlia. Ma poiché era ancora in vita, non ne parlarono. Bastò uno sguardo.

Sapendo d’essere moribonda, Chiara ringraziava Dio del male che la stava liberando, così non sarebbe stata d’altri che Sua. Il vecchio prete che l’aveva battezzata alla nascita, somministrandole l’Estrema Unzione pianse, e lei lo consolava:

«Ma io presto sarò al cospetto di Gesù! Per sempre, capite? Per sempre!»

Rimasta sola, con Ave sdraiata accanto, dal letto guardava il cielo della sera e gli sciami di lucciole che andavano come vaganti stelle. Stava per addormentarsi, sperando di svegliarsi in Paradiso. Ma qualcosa la tenne desta: alla finestra si stava avvicinando una lucciola che brillava più delle altre. La lucciola volò nella stanza, e la sua luce diventava sempre più grande, finché divenne rotonda come un piccolo sole, e al centro apparve il volto di Gesù, che le disse

«Tu non morirai, Chiara. Invaliderai ancora per mesi, così scamperai alle nozze. Ma poi guarirai, e vivrai molti anni: devi fare ancora tante cose per me. Aspre lotte ti aspettano nel mio nome».

«Che devo fare, Gesù?»

«Troverai la strada»

«Indicamela, Signore!»

Gesù sorrise, come un amico che la sappia lunga. Guardò Ave con indulgente affetto e disse

«La voce sconosciuta con la quale cantasti a Perugia, la udirai di nuovo. E... fai molto caso alla tua volpe, le bestie intendono segni che gli uomini non sanno. È un animale di poca virtù, ma ha intelletto d’amore, e saprà guidarti».

La baciò sulla fronte, e scomparve.

«Perché piangi, Agnese?»

Ad Assisi la luce del mattino è rosa, anche oggi che piove, per il riflesso della pietra del Subasio. Nella stanza di Chiara ci sono Agnese e Ave.

«Agnese, è ora che tu sappia il mio segreto. Non sposerò mai Altiero né nessun altro. Da quando eravamo piccole, io so che sarò la sposa di Gesù. Ma come liberarmi di mio padre?»

Agnese senza alcun timore le dice

«Io ti aiuterò!»

«Perché sorridi, Agnese?»

«Penso al dispetto di Altiero, quando saprà».

«Perché piangi, Agnese?»

«Perché te ne andrai. Che ti sposi con un uomo o con Dio tu mi lascerai, sorella. Se prima non ti porta via da me questo male».

«Ma io non morirò! Me l’ha detto Lui».

E le raccontò che le era apparso Gesù, fiammeggiante e insieme familiare come Ave, e cosa le aveva detto. Agnese balzò in piedi, con entusiasmo.

«Scappiamo! Io te e la volpe, adesso, subito!»

Chiara ebbe un sorriso stanco

«E come? Se non riesco nemmeno a stare in piedi?»

Chiara era sempre nello stesso stato, non migliorava né peggiorava, sempre in pericolo di morte, ma continuava a vivere.

La sua agonia era diventata un’abitudine, la vita in casa aveva ripreso il suo corso. Altiero continuava a venire in visita. Giocava a scacchi con Favarone, poi si sedevano uno di qua uno di là accanto al letto di Chiara, e continuavano la gara a chi ne sapeva di più sulle intemperanze di Francesco.

Altiero: «Dice che s’è fatto pezzente per amor di Dio, e s’è fissato di vivere in povertà come nel Vangelo... e non avendo più danari, s’è messo in testa di ricostruire da solo la Chiesa di San Damiano, e raccoglie con le sue mani pietra su pietra, o va in giro gridando Chi mi darà una pietra per la casa del Signore? In molti gliele tirano sul groppone, e lui se ne rallegra, come gli gettassero rose. I suoi vecchi compagni gli si sono affollati intorno per deriderlo, e chi lo fa girare afferrandolo per il cappuccio, chi gli butta addosso un secchio d’acqua... che onta, avere un giorno incrociato la spada con quel codardo!»

Chiara non ode più il suo racconto. Come se un angelo srotolasse un cartiglio davanti a lei dai bordi d’oro, vede la scena come fosse ora.

Sì è vero, quelli che furono i sodali di Francesco e lo rinnegarono dopo gli scandali, erano andati per beffarlo. Ma c’era in quel corpo magrolino un tale empito di gioia che si trasmise a loro, e ascoltando le sue parole sull’esempio di Gesù, e vedendolo così lieto, rimasero affascinati da lui assai più di prima, quando era agghindato come una cortigiana. E la promessa della povertà parve loro più allettante di quando offriva feste e bevute.

Alcuni lo seguirono. Quelli davvero ambiziosi, quelli che avevano sperimentato l’infamia di ciò che si chiama gloria — la guerra, il bottino, l’ingiustizia della ricchezza — e videro che erano cose morte, e desiderarono provare anche loro la beatitudine che gli raggiava nel volto. E poi, anche loro avevano letto i romanzi di cavalleria ed erano inclini all’impossibile, e presero la sua stessa strada.

Favarone

È un’epidemia! Uno scandalo! Un lutto per Assisi, un danno grande! Ora il matto fa scuola, e avvelena la gioventù... alcuni giovani scriteriati si sono uniti a lui, abbandonano le famiglie, i figli del fiore della nobiltà scappano di casa per andarsene vestiti di sacco a predicare l’indigenza, né le minacce dei padri né il pianto delle madri riescono a rinsavirli... e se qualcuno li prende a calci nel di dietro ringraziano, e dicono che lo fanno per Dio... Ma Dio è il signore degli eserciti, Dio è spietato, ha orrore di queste femminucce... Bighelloni spudorati! Ma perché ciò è permesso, perché non lo mettono in ceppi? Molti a causa sua hanno perso un figlio maschio. Se non lo fermiamo, quel sovversivo ce ne porterà via più della guerra. Ah, ma la vendetta non tarderà, e già qualcuno si sta adoperando per questo.

Oh, finalmente! Gli hanno dato una bella lezione a quel canterino di Dio, rovina della gioventù. Mentre nel bosco sulla neve a piedi nudi andava cantando, sono saltati fuori in quattro coi bastoni, e lo hanno pestato senza pietà. Si dice fossero ladri, ma no, e che potevano mai rubargli? Li mandavano le famiglie delle sue vittime. Ed è solo un avvertimento. Dopo avergli rotto le ossa, lo hanno gettato in una buca di ghiaccio, e l’invasato, da laggiù, continuava a cantare...

«E cosa cantava?» chiese Chiara.

«Che diavolo te ne importa? La malattia non ti ha fatto più saggia!»

Chiara chiuse gli occhi, e vide Francesco mentre cantava dal fondo della buca. E le creature del freddo, i lupi, gli ermellini, le martore, sulla neve arrivavano da ogni parte lasciando lievi tracce, e si fermavano ad ascoltarlo.

Pus tornatz sui em Proenza

et a ma dona sap bo

ben dei far gaia chanso

sivals per reiconnessenses (Peire Vidal),

Poiché tornato sono in Provenza / ed è gradito alla mia Signora / devo ben fare una gaia canzone / almeno per riconoscenza (dove la Signora era la Religione del Signore).

Una cosa della natura

Lasciamo Chiara per un tratto, e come in un passo di carola torniamo indietro.

A quando Francesco si era denudato davanti a tutti, il Vescovo lo aveva coperto col suo manto, e facendolo entrare al vescovado lo aveva scampato ai lazzi della folla.

Lì i servi gli tolsero il ricco manto, e gli diedero per coprirsi una zimarra bisunta, con la quale si diresse verso San Damiano. Gli sembrava di non avere mai camminato, sentiva la felicità dei piedi che si muovevano liberi come lepri. Lasciandosi indietro suo padre si era lasciato indietro il Francesco che lui e Pietro Bernardone avevano disegnato insieme, quello che deve vincere, l’orgoglioso che non perdona. Camminando vede il Francesco di ieri, la volta che aveva guadagnato più del lecito rifilando a un Folignate una partita di seta al doppio del valore, e andava fiero dell’imbroglio — o quando proprio lì, nel viottolo, incontrò un uomo che non voleva scostarsi per lasciarlo passare.

«La diritta è mia!» gridò Francesco minaccioso, ma quello non cedeva, allora snudò la spada pronto a stenderlo morto, l’altro estrasse la daga. Accorse gente, li disarmarono, li divisero. I due si separarono odiandosi, come se l’uno verso l’altro avesse consumato il delitto più nero. Ma ora vede sé e l’altro come figurine lontane, buffe e insensate. Uccidere un uomo per la precedenza? Allora sì che era pazzo! Ma adesso è l’amico di Gesù, fra loro c’è stato un guardar dell’anima, e per amor suo sarà capace di sopportare qualsiasi oltraggio.

Ma chi è quel bel giovane che viene tracotante verso di lui, con un ghigno beffardo? È Altiero Brufani! E lo provoca con parole villane, lo deride, vuole schiacciarlo col suo disprezzo.

«È vero che sei diventato umile? Che se ti prendo a mazzate mi ringrazi? Per forza, sei sempre stato un gran vigliacco».

E il nuovo Francesco invece di ringhiare sorride, e conosce il trionfo di non sentirsi offeso. L’altro allora gli dà uno schiaffo in piena faccia, anche per raccontarlo a Favarone e divertirlo con la sua impresa. Francesco con aria illuminata non si difende, certo gli ha fatto un male buggerone, gli sanguina il naso, eppure ancora sorride...

Ma si accorge che quel sorriso è falso, che sta fingendo di non offendersi, che sì lo vorrebbe, per essere degno dell’Amico Santo, ma gli sta montando una rabbia d’inferno, strano credeva d’averla dimenticata invece è tutta lì, è un vulcano ruggente, sì, è disposto ad amare tutti gli uomini — ma quello no! Quello lo odia! Ma io gli spacco la faccia! Mica si diventa umili tutto in una volta. (Eh, è una strada lunga. E ha questa scomodità, che non finisce mai). Una superbia feroce lo assalì come un brigante, sotto l’asceta rispuntava il violento, raccolse un sasso e mirò alla faccia, ché ancora invidiava la bellezza di Altiero...

Ma ecco qualcosa accade in lui fuori della volontà, al di là del pensiero. Ed ebbe il dono.

La grazia lo inonda irruente come il fiume Chiascio, scorre dentro il suo corpo, lo fa allegro, la bocca sorride da sola. Il sasso gli cade. Ha pietà di sé e di Altiero, comprende con tenerezza l’infinita stupidità della scena, trova comici entrambi eppure degni di salvezza, ma soprattutto è diventato leggero che se non si aggrappa potrebbe volar via, e gli suonano dentro le parole del trovatore:

C’è una certa ora, come un peso buttato via / quando in noi l’arroganza è domata (Giraud de Bornhel).

Francesco afferra Altiero come un fantolino e gli bacia la guancia con trasporto poi corre via come un uccello, si lancia sulla discesa con la zimarra al vento come un monello, e assapora il volo. Gesù l’ha chiamato a sé e lui gli ha risposto con questa prova, la sua prima vera vittoria (quella col padre è nulla, al confronto).

L’altro rimane sbalordito a guardarlo che si allontana saltando e danzando, e non comprende la sua gioia. Due diavoli gli stanno sul collo, fomentando la sua ira. Francesco invece va libero, l’orgoglio tace. Non pensa più a sé, che sollievo! Non si misura più con nessuno, s’è fatto così piccolo che niente può più offenderlo, egli è un’arpa suonata dal vento, non conta se il suo volto è rinsecchito come una mela, si specchia nella fonte e si fa ridere, è brutto, che gliene importa? Gesù lo amerà forse di meno per questo? E non vorrebbe mutare il suo viso più di quel che vorrebbe mutare la forma dell’ulivo che ha dinnanzi, contorto e perfetto, una cosa della natura. Con un salto era entrato in un altro Francesco, in un altro mondo.

Tutto diverso. Dall’ebbrezza della violenza a quella della pace, l’amor di Dio era dilettevole come un vizio rovesciato. Il gusto che sentiva prima, a sfidare chiunque lo aveva offeso, lo sentiva ora, moltiplicato, nella gioia di non reagire, come aveva fatto con Altiero.

Ogni cruccio proviene dal possesso, dalla fama, dal nome. Via tutto!

Si mise a camminare sulle mani coi piedi in aria vedendo il mondo alla rovescia, e pensava ma questo è il verso giusto!

Gesù, l’alchimista, aveva trasmutato i vizi in virtù, essendo mutato l’ardore della tentazione in ardore di Spirito Santo.

La vanagloria era diventata rider di sé, trattandosi con pazienza come un vicino molesto, che fa sempre gli stessi sbagli. L’incontinenza nel bere si trasformava nel ristoro assoluto dell’acqua che scorre. La crapula, nella rivelazione che un’oliva contiene in sé ogni sapore del mondo.

La lussuria nell’ebbrezza della castità.

L’avidità di danaro in amore della povertà, la quale in questa vita succede all’anime, che di lei si innamorano, agevolezza di volare in cielo.

Ci aveva guadagnato, nel cambio!

E non si teneva dalla gioia d’aver lasciato la prima vita per la nuova, come chi ha scambiato la vecchia giumenta con un cavallino arabo che scavalca i fiumi e in un balzo ti porta fino alle nubi. Ogni momento se ne rallegrava. E cantava, cantava, in francese, in latino, in assisano, con sì grande fervore della carità di Cristo, il quale non potendo sostenere, s’angosciava e struggevasi tutto quanto e gridava, per lo impeto dello Spirito Santo, e non si poteva contenere.

Ora sì che era piena la vita. Dio era un bene che non si consumava mai.

Nell’amore terreno l’amante tradisce, Dio no. Egli ama ciascuno completamente come fosse l’unico al mondo, e tutti insieme, è mio solo, e di ognuno. Come il sole.

(8 continua)

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19 ottobre 2019

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