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fratello Francesco
sorella Chiara

· un romanzo di Barbara Alberti ·

Francesco incontra un amico

Quando si svegliò, il cavallo glielo avevano rubato. I suoi scarpini di velluto rabescato erano per i tappeti e la danza, non per camminare fra i sassi. Si ferì ad ogni passo, seguendo qualcosa di cui non sapeva la forma. Intanto s’era messo a piovere, i sentieri erano scivolosi, cadde più di una volta nel fango. Giunse di notte ad Assisi, fradicio di pioggia, disfatto, coi piedi sanguinanti. Si accucciò per terra davanti a un vecchio muro. Lo svegliò a metà della notte un gran profumo. La pioggia aveva lasciato il posto alla luna, che trascorreva su quel luogo di ulivi spigo e rosmarino, i quali spandevano la loro essenza con tale soavità che Francesco si trasferì in essa, si dimenticò di sé e della guerra per quel sommo piacere e divenne ulivo, spigo e rosmarino. La pioggia era finita da poco e udì il risveglio delle piante. Ogni goccia che cadeva dalle foglie gli parlava, e pensò all’Eden. Ma durò poco, e il cruccio del mondo lo riafferrò crudamente.

«Che triste ritorno! Da rejetto e fuggiasco. Il padre ammattirà dalla vergogna. Pover uomo, pensa troppo al denaro ma ha sempre riposto in me ogni speranza, e per mio mezzo contava di toccare tutte le mete che aveva mancato. E se la prenderà con mia madre. Che triste ritorno, col marchio del vile. Tutti mi rinnegheranno, nessuno vorrà più dirsi mio amico».

Si riaddormentò con questi pensieri, ed ebbe la risposta in sogno. Gli apparve un bell’uomo, coi capelli così lunghi inanellati, che lo scambiò per Artù. Aveva la barba e i lineamenti fini, da saraceno. Era Gesù. Gli disse

«Sarò io, il tuo amico. E tu sarai il mio. Lascia tutto, per prima cosa i brutti pensieri, e vieni con me».

Il raggio del primo sole lo colpì, Francesco si svegliò: solo allora si accorse di avere dormito accanto alla diroccata chiesetta di San Damiano. Entrò nella cappella, e nel crocefisso dell’altare, si trovò ancora davanti il volto di Gesù. Quel volto di legno non era contorto dal dolore, ma quasi sorridente, non diceva “io soffro”, ma “vieni a me”. (Sabatier)

Francesco sentì da sveglio la stessa voce del sogno, che gli diceva

«Francesco, la mia chiesa sta crollando. Aiutami a ripararla».

Pensò che parlasse di San Damiano. Si guardò intorno, beh sì, era proprio ridotta male, quasi distrutta. Gli rimaneva una borsa di danaro, e decise che con quella avrebbe fatto riedificare la piccola casa di Gesù. Credeva ancora che le azioni si potessero comprare. Come l’amante, che stordito da tanta offerta d’amore non si dà del tutto, comprese solo poco a poco quanto da lui pretendesse Gesù, e pensò alle pietre invece che alle anime. Ma per comprendere c’era la vita, e oltre. C’era l’eternità.

Il matrimonio è certo

Meno Chiara si intendeva con Altiero, più i legami tra le due famiglie si rinsaldavano.

Il matrimonio era deciso, solo Ortolana continuava a prendere tempo, opponendosi a forzare Chiara. Favarone era molto scontento. S’era indurito. Minacciò Chiara di punizioni gravi, se avesse mandato ancora aiuti ai poveri. Sorprese la Balia con un fagotto di pane, e lo buttò ai cani. Anche verso Ortolana era ostile.

«Basta coi capricci, moglie. Che figlia m’hai dato? Quando mai s’è vista una ragazza da marito che si interessa solo alle preghiere, ai pezzenti e a una volpe? E ardisce discutere il partito deciso dal padre? Che dirà di me il vecchio Brufani, se non riesco a piegare una femmina? Costringila a questo sì, o ci penso io. Ti do due giorni, poi in ogni caso si fanno le nozze».

«La vuoi infelice, tua figlia?».

«La voglio onorevolmente sposata. Altiero non le piace? Deve piacere a me, mica a lei».

«Non le piace, è dir poco. Lo tiene per malvagio, violento, stolto, vanesio, molesto, meschino e crudele. E dice che la chiuderà in gabbia».

«Fosse anche Satana, si chiama Brufani, e se lo sposa. Le nostre fortune sono nate per incontrarsi. Il conte Brufani mi metterà a parte dei suoi investimenti, ricche partite di armi per la Terra Santa. C’è da stare allegri per venti generazioni».

«Ma caro marito…».

«Non chiamatemi così. Io mi trasferisco al piano di sopra. Non avrò più commercio con voi, finché non farete il vostro dovere».

Chiara sapeva che la madre era sempre stata dalla sua parte, e molto si meravigliò quando questa venne a pregarla di cedere alle nozze. Piangendo, vergognandosi, con ragioni che non erano sue, come l’urgenza degli affari. Finché ne addusse una sola sincera:

«Tuo padre ne soffre, e io soffro per lui. Si sente disonorato».

Chiara scoprì così che la madre amava il padre di un amore fervente, come lei amava l’amante segreto di cui aveva parlato ad Altiero, del quale avvedutamente celava il nome.

Altiero si vanta

Più Chiara lo scoraggiava, più Altiero si ostinava a farle visita. Entrava con aria da padrone e parlava di sé, dicendo in varie guise sempre lo stesso: che da mane a sera raccoglieva solo trionfi, ed era il primo in tutto. Oppure, riportava le malefatte di un altro, per confrontarsi, e risultare il migliore.

«Sapete che ha combinato Francesco di Pietro Bernardone? Quando vi dissi, a Perugia, di come lo avevo vinto in battaglia, voi quasi mi trattaste da vile, e per fortuna vostra che siete una donna, se no… E ora che ha fatto? È partito per la guerra con una corazza da 300 marchi, lucido come una moneta falsa, ed è subito tornato indietro! Quel cuore di lepre ha dato le spalle al nemico prima ancora di incontrarlo... Gli ho dato una tale lezione sul campo, che gli è passata la voglia per sempre. Chi è il vigliacco, io o lui?».

«E che ha fatto poi?».

«Lo sa il diavolo! S’è nascosto per paura del padre, che lo cerca anche sotto le pietre, per fargli scontare la sua vergogna… e il danno! perché quello stolto fuggì da Spoleto così a precipizio da lasciar lì tutto l’equipaggiamento, migliaia di scudi, e se lo acchiappa lo concia peggio della guerra. Pare che il vecchio invochi i suoi danari chiamandoli per nome, come si fa con l’amata...».

E gli faceva il verso, per far ridere Chiara, che non rideva. Chiara ricama, ricama. Con Agnese si scambiano sguardi che le ricompensano un poco del flagello di Altiero. Chiara ha provato a ingentilirlo con altri conversari, ma lui è sordo a tutto ciò che non riguardi la sua persona. Per non gravarsi di rancore, la fanciulla ha trovato una fuga: ricama giardini. E quando lui si vanta di come ha vinto ai cavalli o agli astragali, o umiliato un nemico, Chiara si rifugia tra le foglie dei suoi ricami, si inoltra nel canneto, al posto della voce chiocciante di Altiero ode echi di uccelli, e l’animo è lieve. Nel fitto del giardino il suo vero sposo la aspetta in segreto. Chiara sapeva che presto lo avrebbe raggiunto.

Il matto

Un giorno, mentre Altiero raccontava del manto istoriato foderato d’ermellino che indossò alla festa del Santo, ed era così noioso che anche la volpe s’era addormentata, e il suo russare selvatico scandiva la vana conversazione, si udì un grande strepito per la via. Dal balcone videro un giovane vestito di un rozzo saio, inseguito dai ragazzini che gli lanciavano pietre e fango, e gli giravano intorno ingiuriandolo e deridendolo, dàlli al matto! Un monello gli strappò la corda che aveva alla vita e con quella prese a frustarlo, senza che l’altro si difendesse. Altiero lo riconobbe, e gettò un urlo di giubilo

«È lui! È Francesco! Guardate come s’è ridotto… Gli ha dato di volta il cervello! Che brutta fine…»

«Se foste un uomo, invece di gridare come una papera scendereste a difenderlo», disse Chiara.

Altiero pensò «Se fossi un uomo non sopporterei gli insulti di questa donnetta. Ma ancora un po’ di pazienza, e tutto sarà vendicato».

Dal fondo della strada, furente, agitando un bastone nocchieruto e seguito da due servi stava giungendo Pietro Bernardone, e urlava minacce a Francesco.

«Eccoti, figlio d’una lupa! Finalmente t’ho scovato! Fermo o t’ammazzo!».

Attratto dal clamore venne al balcone anche Favarone, e ravvisando i due si mise a ridere.

«Gli sta bene, al mercante! Con quel figlio ha avuto il castigo che si meritava. Eccoli là, quelli che volevano rovesciare i nobili...».

Pietro Bernardone disperse a calci la marmaglia, agguantò il figlio per il cappuccio e lo trascinò con sé, Francesco riuscì a liberarsi, ma i servi lo afferrarono e lo portarono via. Il padre li precedeva, coprendosi la faccia dalla vergogna. Chiara ebbe pena di entrambi. Favarone e Altiero ridevano e si davano botte sulle spalle, beandosi della disgrazia del nemico.

(6 continua)



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