Avviso

Questo sito utilizza cookies...
I cookies sono piccoli file di testo che aiuto a migliorare la sua esperienza di navigazione nel nostro sito. Navigando in ogni parte di questo sito lei autorizza l'utilizzo dei cookies. Maggiori informazioni sulla policy dei cookies visualizzando le Condizioni di utilizzo.

fratello Francesco
sorella Chiara

· un romanzo di Barbara Alberti ·

Il ritorno

E dolore, dolore come pioggia. Dolore l’andare e dolore, dolore il ritorno

Chiara e i suoi tornarono ad Assisi, la città sconfitta, la città divisa, guardati con odio. Troppi morti c’erano stati. Anche Favarone era cambiato, da rispettoso s’era fatto sprezzante. Meno amabile anche in famiglia, e vendicativo, pieno di rancore verso gli Assisani, tutti traditori.

Uno dei poveri che Chiara soleva aiutare le rimandò i suoi doni, facendole dire che non accettava la carità dai nemici.

La casa fu ricostruita come una fortezza. Nessuno si fidava più di nessuno. Chiara era in età da marito, stava sbocciando come una dalia. Agnese rivide il suo damo, il giovinetto che alzava gli occhi alla finestra. Egli ebbe uno sguardo di nostalgia, ma era al braccio della moglie. Aveva sposato una della sua fazione, la politica li aveva divisi.

Tornò anche Francesco. Umiliato, malato, portava i segni delle violenze. S’era fatto anche più brutto. Da mingherlino era diventato misero, e gli abiti eccentrici e lussuosi cadevano grotteschi sulla sua persona. Lo sguardo si era spento. Camminava male, si vergognava. Era andato alla guerra agghindato come un figurino, e tornava nudo: il Cavaliere Vermiglio lo aveva lasciato sul terreno.

Ripose i mantelli turchese, i giustacuori ricamati, le calze smaglianti. Prese a vestirsi di grigio, per non attirare gli sguardi.

E suo padre era affranto, per l’enorme somma rapinata dal riscatto. Gli aveva detto «Non ti basterà una vita a ripagarmi, mi sei costato come un reame». Francesco era un uomo disonorato. In un’anima gagliarda se ne va il male, ma non la vergogna. È nel codardo che l’onta si dissecca e muore (Chrétien de Troyes).

Ci voleva l’impresa, ci voleva il riscatto. O buttarsi nel Chiascio, il fiume che non perdona.

Poi seppe che un cavaliere di Assisi aveva deciso di condurre le sue truppe fin nelle Puglie, per unirsi a quelle di Gualtiero di Brienne (capo delle milizie di Innocenzo III, il quale contendeva a Markwaldo la tutela del giovane Federico ii).

Ecco l’occasione: Francesco si coprirà di gloria, sarà lui a far vincere la guerra. O morire sul campo, ed essere ricordato con onore. Si fece fare un’armatura più sobria dell’altra, ma sempre sontuosa. L’antica maniera lo possedeva ancora, altra non ne conosceva ancora. Ma adesso sapeva che anche la finitura più squisita sarebbe saltata via in battaglia, che quell’eleganza era fatta per venire sconciata e insanguinata, che in ogni preparativo c’era la morte. Avrebbe ancora alzato la mano sugli uomini, tranciato gole, spaccato teste a metà? Sì. Ci voleva la rivincita. Andrà, per accrescere o cancellare la sua onta. Partirà con l’armata di Gualtiero di Brienne, alla conquista della Puglia.

Avete un rivale

Il pretendente di Chiara si presentò con modi così padronali, da farle pena. Chiara stava recitando il Pater noster con Agnese, la Balia, e Bice, che ormai era sposata con Alduccio, e stava allattando il loro bambino. Altiero varcò la soglia col suo passo largo da soldato, dicendo «Altiero Brufani è qui! Vi degnate di riceverlo?».

Lo sguardo di Chiara lo fermò. «Siamo a convegno con uno più importante di voi».

Altiero chinò il capo in segno di scusa. Il suo odio per lei era forte come l’amore, e diventava soggezione. Più intendeva mancarle di rispetto più sentiva l’autorità di quella bambina, che poi, bambina una biglia, le erano spuntati due piccoli seni forti, ed era cresciuta di una spanna. Donna, ormai, e pronta per un figlio.

Alla fine della preghiera Chiara si sedette a ricamare. Chiamò Altiero accanto a sé, facendo segno ad Agnese che rimanesse con loro.

Altiero guardava sopra la testa di Chiara, evitando i suoi occhi, e la minacciava.

«Quando sarete mia moglie, vi insegnerò io ad essere più cordiale. I nostri padri sono d’accordo per le nozze, già tutto è stabilito. Ma la signora Ortolana, che è una donna originale, vuol esser sicura del vostro assenso. Allora, che stiamo aspettando?».

Chiara gli fece segno di tacere: era attentissima a ultimare con l’ago una difficile fogliolina di ulivo, e non voleva sbagliare.

Altiero fremeva. Ma chi si crede d’essere? Averla per le mani! Sposami, e sarò il tuo terrore. Deciderò io quando devi bere, mangiare, respirare. E la lingua, te la taglio.

Sapeva d’esserle odioso, e il suo piacere era d’imporle la sua presenza, spalleggiato dal padre (Altiero non sapeva che lei sentiva i suoi pensieri, come se li leggesse).

Finita la fogliolina, Chiara alzò su di lui uno sguardo calmo.

«Vi avverto: avete un rivale».

Altiero balzò in piedi, bianco di rabbia.

«Sciagurata! E i vostri genitori lo sanno?».

«Non ancora».

«Glielo dirò io!».

«Non vi conviene. È molto più potente di voi. È il più potente di tutti».

L’uomo più potente in Umbria era il Vescovo Guido, e Altiero pensò a lui. Era senza fiato. Che questa finta devota, che questa frasca abbia una relazione segreta con quel vecchiaccio? E me la vogliono rifilare in moglie?

Disse freddamente

«Vi rovinerò».

«Ma se non sapete nemmeno il suo nome! Con quali prove?».

E sorrise, con un guizzo così buffo e infantile che Altiero si sentì male dalla voglia di darle uno schiaffo: quella ragazzina si stava burlando di lui, e ci si divertiva un mondo. E prese quell’uscita per un dispetto. Lui è il più vagheggiato e le donne, dame o fantesche gli sono sempre corse dietro. Chi mai potrebbe preferirgli un altro?

L’ultima festa

A Spoleto si radunarono le truppe che avrebbero combattuto in Puglia. Alla vigilia della partenza il conte Marignoli, nel suo palazzo, diede una grande festa per i cavalieri più scelti. Francesco era fra questi. Gli invitati sedevano in giro sui letti e gli scranni con le coppe in mano, i buffoni saltavano lanciando insolenze fra scrosci di risa.

Nello scintillìo delle torce sfilarono i valletti con le vivande, preparate come in un dipinto. Pivieri, fagiani e pernici, un cervo intero dalle belle corna guarnite di rose, datteri, fichi, noci moscate, melograne, pasta di zenzero, vino di more, accompagnati dal suono di pifferi e ghironde.

Quando furono sazi, l’ospite disse a Francesco

«Canta, mio bell’amico, per i nostri valenti compagni, tu che sei il re dei trovatori».

Gli porse una chitarra di cedro rosso, e Francesco improvvisò la ballata di un guerriero che vinceva la guerra, ma perdeva l’amore della dama, e gli occhi di quegli spietati luccicarono al chiaro delle fiaccole, così ardenti che mai si vide convegno più illuminato.

Ma Francesco sente lontana la sua voce come cantasse da un altro tempo, e si smarrisce. Vede i compagni, i resti del cervo, le rose appassite sulle sue corna, gli arazzi tessuti di filo d’argento, e tutto questo gli pesa come una condanna all’esilio, e tutto questo gli è estraneo come tutto.

Ma d’un tratto la sua attenzione si ridesta, e alza il capo come il bracco al richiamo del corno — proprio allora, in quel banchetto di uomini, sta passando la figlia del padrone di casa, seguita dai paggi, e tiene una coppa d’oro in mano. Francesco sobbalza — cosa c’è in quella coppa? Forse niente di sacro, forse è solo una scodella di vin brulé alla provenzale, che la fanciulla sta recando a suo padre — ma a lui parve d’essere Perceval, quando nella casa del Re Pescatore vide passare il Santo Graal, la coppa da cui bevve Gesù nell’Ultima Cena, e non seppe riconoscerla, e da ciò gli derivò ogni sventura. E lo prende per un avvertimento.

Francesco sente che se parte perderà qualcosa che non ritroverà più, e se ne pentirà invano, e la sua vita sarà nulla. E vorrebbe dire agli altri cos’ha in cuore, ma non lo sa, e li vede come annegati attraverso l’acqua trasparente di uno stagno, essi fluttuano e non sente più le loro voci, e tace, e sa che non partirà con l’armata, che deve tornare indietro, che qualcosa lo chiama.

Va alla stalla dai suoi due cavalli, il sauro Ladoc e il pomellato Keu. Il sauro alza il muso, vuol essere scelto e lui lo sceglie, e si allontana.

Su Ladoc se ne va nella notte, c’è tanta nebbia, che continua pungente a salire e finisce di confonderlo, finché vede una città sul colle, gli pare Assisi, sale, ma si ritrova a Spello. Lega Ladoc, e si addormenta.

Sogna, Francesco. È a cavallo, combatte con le sue truppe nella pianura di Puglia, infuria la battaglia. Lancia in resta si butta al galoppo contro un nemico, ma il suo cavallo sterza con violenza, e parte come una folgore nella direzione contraria, portandolo fuori dalla mischia. Francesco grida

«Torna indietro, bestia dannata! Non voglio scappare come un vile! Io devo fare la guerra!».

E il cavallo, raddoppiando la sua corsa — un uccello non sarebbe più veloce —, gli risponde

«Sì, ma un’altra guerra».

«Io devo riparare il mio onore!».

«Sì, ma un altro onore».

E gli apparve la coppa del Graal, che tutta d’oro splendeva nella nebbia, e la dissipava come un sole.

(5 continua)

EDIZIONE STAMPATA

 

IN DIRETTA

Piazza S. Pietro

14 ottobre 2019

NOTIZIE CORRELATE