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fratello Francesco
sorella Chiara

· un romanzo di Barbara Alberti ·

Amore di terra lontana

Parla la Balia

Abbiamo vinto noi! Torneremo a casa finalmente. Tutti corrono per le vie a gridar vittoria, e sventolano stendardi. Io, i miei padroni e le figlie ci uniamo alla folla, che spinge per veder passare la gabbia coi prigionieri feriti, sfregiati, fra gli sputi e le grida «a morte, a morte!». To’, fra quei satanassi c’è anche il figlio di Pietro Bernardone, quel fanatico che spendeva per una tunica quanto me in dieci anni. Lo faccia adesso, il gradasso! Guarda com’è ridotto, gli sta bene. La folla getta su di loro escrementi di cane, un uomo da una grossa ciotola li colpisce con uno schizzo d’olio bollente, tutti ridono alle urla dei miserandi.

Ma Chiara — è pazza, la mia bambina — con un grido s’incunea di forza fra i corpi, si para davanti alla gabbia, e fa scudo con la sua persona. Messer Favarone la afferra per un braccio, la trascina via. A casa la rimprovera con ira, è indignato della sua pietà.

«Pietà? Ma se ci hanno bruciato la casa, e ci stavano per ammazzare! La pietà verso il nemico è tradimento».

«Io guardavo quei prigionieri, e vedevo Gesù».

«Zitta!».

La madre la difende, il padrone le si rivolta. «Colpa vostra, se non è come le altre! Voi le avete messo in testa che dobbiamo fare solo quel che ci sembra giusto... staremmo freschi!».

Messere ha ragione: strana la madre, strana la figlia. Ma la colpa è anche sua, che s’è fatto mettere sotto dalla moglie, troppo liberale è stato, lasciò perfino che madonna Ortolana andasse pellegrina in la Terra Santa, pur avendola cara. La padrona intercede per Chiara, ma lui non si smuove.

«Zitta, moglie. Ho deciso. Anche se torniamo ad Assisi, è sempre una mossa accorta maritare la figlia a un signore di Perugia. Le trattative per il matrimonio sono avviate, con un’illustre casata».

«Quale?».

«Lo saprai a tempo debito. E quella testa bizzarra troverà chi la doma».

Oh! Lo dico sempre anch’io, padrone! Finalmente comincia a rinsavire. Ha fatto l’uomo, per una volta.

Prigionieri

Il padre di Francesco e la sua piangente madre hanno già consegnato una borsa di mille e cinquecento scudi per il riscatto del figlio. Ma il disonesto Brufani si impegna a rallentare il rilascio, sì da allungargli la pena. Fra i topi, il cibo guasto, botte e torture, Cecco, amico e compagno d’arme di Francesco, si consola rammentando i passati splendori, ed essendo anche lui lettore di romanzi cavallereschi, esagera forse un poco.

«Ti ricordi, una sera, prima di fare musica dicesti Oggi giochiamo alla corte di Francia , e ci offristi le vesti più preziose buttandole sul tappeto ognuno prese la sua, io scelsi un mantello di sciamito viola adorno di stelle d’oro, e così abbigliati suonammo il flauto silvestre e la giga, e gli specchi raddoppiavano il nostro piacere».

Francesco sorride al ricordo, coi pochi denti che gli sono rimasti dopo lo scontro. Peccato, il sorriso era la sua bellezza, e l’ha perso. Ora dovrà sorridere a bocca chiusa.

«E la rissa con quelli di Gualdo, che eri senza scudo e te ne facesti uno con la scacchiera? E a Montecastelli, alla caccia, quando per compagnia e per sfarzo portasti due paggi africani belli come il buio, eleganti come angeli, addetti a recare falchi e smerigli, sparvieri, bracchi e levrieri? E quelle due zingarelle che danzarono per noi, e le volesti entrambe?».

Francesco ricorda, ma il presente è solo malinconia, ci vorrebbe un canto. Gli affiorano a stento le parole, Amors de terra londhana... Prova a cantare, ma non ritrova più la voce. È stato così umiliato che la voce non viene fuori, la sua voce si vergogna.

Casa di Chiara a Perugia

Bice ha paura, è incinta. Se lo dice ad Alduccio lui negherà, le dirà di buttarsi nel fiume o la spedirà dalla mammana. La servetta ha bisogno d’aiuto, corre da Chiara, ma non chiude l’uscio, e la volpe in un balzo è fuori, anche senza farlo apposta, la fa scappare sempre. Chiara le corre dietro sulla strada, si avventura sempre più lontano per vie che non conosce seguendo la coda che sventola come un vessillo di libertà, scalette, vicoli, e accanto un’alta torre, con strette feritoie. Lì Ave si ferma. Chiara cautamente le si avvicina di un passo e di due la bestia si allontana, con un che di beffardo — sta giocando — in quella, si ode un canto incerto dall’alto delle feritoie.

«Amors de terra londhana,

per vos totz lo cor mi dolà»

(Amore di terra lontana,

di voi tutto il cuore mi duole).

Senza pensarci Chiara canta i versi seguenti, come un uccello che risponda a un altro.

«E ne pues trobar mezina,

si non vau al suo reclam»

(E non posso trovar pace,

se non corro al suo richiamo).

La volpe alla melodia si intenerisce, salta fra le braccia di Chiara, che la stringe al petto e i loro cuori battono veloci, ma più veloce quello di Francesco: qualcuno ha risposto alla sua canzone! Attraverso la voce di Chiara ritrova pienamente la sua, e continua:

«Ab atraich d’amor dussana

Dinz vergier o sotz cortina,

quar anc genser cristiana

juzeva ni sarrazina»

(Allettato dal dolce amore.

In giardino o fra le cortine,

poiché non visse mai

una cristiana tanto gentile,

né ebrea né saracena).

E Chiara risponde:

«Ben es selh paguz de manna,

qui ren de d’amor guazanha!»

(Ben deve dirsi nutrito di manna,

chi il vostro cuore guadagna! ) (Jaufré Rudel)

ma non fa in tempo a concluderla, perché una manona la agguanta, è la balia, affannata. «Eccoti, finalmente! Mi hai fatto dannare! Tuo padre ti cerca, è su tutte le furie... ma che ci fai qui?».

«Sto cantando un duetto».

«Con chi?».

«Non lo so! La voce viene da lassù».

La balia alza gli occhi, sgomenta. «Da lassù? Temeraria! Ma non lo sai? Quelle sono le carceri! E lì dentro ci sono i prigionieri di Assisi... se lo dico a tuo padre, che ti sei messa a cantare coi traditori! Presto, presto! Stasera c’è un ospite di riguardo, e messer Favarone ti vuole bella...».

Il pretendente

Lassù, nella sua prigione, Francesco aspetta che la voce sconosciuta risponda al suo canto, ma la voce è svanita. È deluso, come per una grande perdita. Cecco si studia di rallegrarlo con un ricordo ameno.

«Rinnega il presente, fa’ come me, io ora mi trovo nel tuo giardino, durante la nostra disputa galante a tre voci composta da Savaric de Mauleron, il celeste trovatore, tu, io e Bernardo, cantavamo la parte dei tre cavalieri che vanno a trovare la dama, la quale tutti e tre richiedono d’amore. E durante la visita, lei a uno tocca la mano, all’altro il piede, il terzo guarda negli occhi. E come ci accapigliavamo, su quale fosse stato il segno di maggior favore!».

Ma Francesco è assorto, e non parla. Cecco continua a riempire il silenzio col passato, per evadere da quel buco fetente.

«E ti ricordi quella volta nella taverna di Bajocco, quando sfidasti ser Cosimo a chi vuotava più boccali...».

Francesco ricorda, ma più non lo rallegra l’immagine delle chiassose bravate. Pensa a quel canto, non voce di donna, ma di spirito. Quel canto lo porta altrove. E continua da solo le altre strofe, suonando una viella immaginaria con un archetto d’aria. Quel canto lo trasforma, per la prima volta sente la propria voce, si immedesima in essa. E ora, le glorie passate che enumera Cecco gli paiono piccole e un poco, se ne vergogna.

Quando Chiara arriva a casa, la trova così addobbata per il ricevimento, che quasi non la riconosce. Il viale è cosparso di giunchi, menta selvatica e gladioli, i drappi di seta coi colori di Assisi sventolano dal balcone. Per colmo di perfezione, anche i musicanti sono pronti ad accogliere gli invitati, con pive chitarre timpani e tamburi. Chiede alla balia perché tanto lusso.

«È per festeggiare la vittoria — le risponde, e sorride di malizia — ma anche perché verrà un ospite molto importante...».

Nella sua stanza la balia le porta vesti e ornamenti scelti dai genitori, e le consegna il regalo di suo padre, splendido oltremodo: un monile guarnito d’oro e smeraldi, con una fascia di perle che lo circonda. Poi corre via, che è maestra d’arrosti, e serve in cucina.

Bice agghinda Chiara, in silenzio. Le mette alla vita una cintura di passamaneria d’oro, le intreccia un filo d’argento ai capelli, le calza scarpine di velluto scarlatto, le infila il nuovo bracciale, e con sguardo torvo le accosta lo specchio.

Chiara si guarda.

«Sembro un cavallo in parata.. ho paura che mi vogliano mettere le briglie! Ho ben capito, sai, che l’ospite misterioso sarà un pretendente».

Allo specchio vede il volto disperato di Bice, occhi di temporale che si fingono calmi.

«Che ti succede, amica mia? Tu hai pianto!».

A Bice, che si tratteneva, le lacrime sgorgano tutte insieme, e singhiozzando le dice beata voi che vi cercano un marito, io ho in grembo il figlio di Alduccio e lui mi ripudia, perché sono povera e senza la dote... Aiutami, Chiara!

Ma prima che Chiara possa risponderle entrano Favarone e Ortolana, si compiacciono della sua eleganza e la conducono fuori.

«L’ospite aspetta!».

Chiara andando via sussurra a Bice che più tardi finiranno il discorso.

Una partita a scacchi

Eccolo il pretendente, nel salone, coi genitori e i famigli. È giovane, riccamente abbigliato, e più bello non si potrebbe desiderare. Ma tratta con spregio i suoi paggi, la sua arroganza fa torto alla sua bellezza. È Altiero Brufani, dai presenti celebrato come eroe della vittoria.

Il banchetto è squisito e fa onore alla famiglia di Chiara, i Brufani ne sono molto bene impressionati. Dopo il pasto, i genitori di Chiara e quelli di Altiero si appartano. Per discutere cautamente d’affari, nel caso le nozze dovessero concludersi, e anche per favorire che i due giovani facciano amicizia. Le madri conobbero i loro sposi il giorno delle nozze, ma i tempi stanno cambiando, e oggi i giovani gradiscono studiarsi un poco l’un l’altro.

Altiero non sa che farsene di Chiara, quella bambina lo annoia, e quando lei lo invita a una partita a scacchi ha un sorriso di scherno. Sfidare lui? La farà fuori in due mosse. Che pensi alla conocchia, quella piccola presuntuosa.

Quando Altiero si accorge che Chiara ha pratica del gioco, per sviarla si vanta delle sue gesta in battaglia, di come s’è coperto di gloria, e specialmente di come ha abbattuto Francesco, il figlio di Pietro Bernardone. Attribuisce a lui ogni slealtà, ma preso dal racconto si lascia sfuggire anche ciò che meno gli conviene.

«Stavo per essere sopraffatto, e gli giurai sottomissione, per dar tempo a dieci dei miei di prenderlo alle spalle».

«Dieci contro uno? E con l’inganno? Alle spalle?».

Altiero si inalbera, e con sarcasmo: «Vi intendete forse di guerra?».

«Mi intendo d’onore. Lo avete colpito mentre era a terra, e ne menate vanto?».

Lui la guarda, nemico. Finora Chiara era solo un partito conveniente, e domani, una moglie noiosa come tante. Ma ora anela a sposarla per dominarla, e farle pagare a vita la sua insolenza.

«Scacco matto».

Chiara ha vinto la partita. Lui, contrariato, chiede la rivincita. Ma ora lei è distratta. Pensa a Bice, a come aiutarla, e stavolta è Altiero che chiude la partita, contento di darle una lezione. Ma lei quasi non se ne accorge, sorride: ha trovato il modo di salvare Bice, ed è impaziente di star sola con lei.

Più tardi, in segreto, Chiara regala a Bice il braccialetto avuto da suo padre: ora ce l’ha, la dote, e Alduccio dovrà sposarla.

Corsi ad avvisarne Messer Favarone e lui, come si arrabbiò! Gridava alla figlia: «Tu ti sei disfatta di un gioiello che m’era costato come dieci cavalli? Dimmi a chi l’hai dato!».

«A qualcuno che ne aveva più bisogno di me».

E si rifiuta di rivelargli a chi ne abbia fatto dono. Il padre la condanna a star chiusa a pane e acqua, senza vedere Ave, finché non gli avrà confessato chi ha il bracciale, e tuona: «Ricordati: un padre castiga, il marito uccide. Sta’ attenta, quando sarai sposata, a non fare di queste mattane».

La madre, invece, che sa di Bice, è orgogliosa del gesto di Chiara, e il padre la ammonisce.

«Ortolana, Ortolana! Per fare il bene di nostra figlia, voi fate il suo male. Ve ne accorgerete. Speriamo che le sue stravaganze non giungano alle orecchie dei Brufani».

Mentre i servi preparano i bagagli e arrotolano gli arazzi, e tutti sono in festa perché tornano a casa, Chiara si sente triste a lasciare Perugia. Sale sulla terrazza più alta, è il tramonto. Guarda la torre carceraria, e risente — o le pare? Il canto del prigioniero, che ad ogni strofe si ferma, come aspettando la sua risposta. Resta lì fino a sera, in comunione con l’ignoto cantore, e sa che un giorno ritroverà quel fratello lontano.

( 4 continua)

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25 agosto 2019

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