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fratello Francesco
sorella Chiara

· un romanzo di Barbara Alberti ·

Assisi due anni prima

Francesco e i suoi compagni devono eleggere il re dei trovatori. Per la tenzone hanno portato fuori tavoli e seggi, i servi di Francesco servono il vino e tengono accese le torce, mentre ognuno della brigata esegue la sua canzone. L’amante di Egidio, la bella Leonetta, giudicherà il vincitore. Solo due sono rimasti in lizza, Francesco e Bernardo. Bernardo canta Bertrant de Born suonando la ribeca, e viene apprezzato. Francesco suonando la viella canta una ballata d’amore di sua invenzione, e tutti tacciono, per la commozione delle parole e della voce. Nelle case vicine la gente si sveglia, ma invece di protestare scende a sentirlo. Francesco gareggia per una dama immaginaria, che forse ascolta dietro una finestra chiusa, mentre l’amante dorme, e non sa che per una canzone l’ha perduta. «Chi sarà la mia dama?» si chiede Francesco, e la disegna nella notte.

Leonetta ha occhi solo per lui, ma Egidio non è geloso, anch’egli è rapito dal canto. Ormai è certo che Francesco sarà il primo, e nessuno può contendergli il premio. Ma ecco, un giovane vestito di velluto verde, bello come un olmo, con una viella in mano e l’archetto nell’altra si fa strada, chiedendo di entrare in gara. Viene riconosciuto, la folla con reverenza gli fa ala. È Guglielmo Divini, il più famoso dei trovatori, incoronato re dei versi e della cetra dall’imperatore Federico. Nessuno può stargli a pari. Francesco è sdegnato che costui venga a rubargli la scena, e lo sfida con parole pungenti, cui l’altro risponde in rima.

Le regole della cortesia vogliono che all’intruso sia permesso di entrare in lizza. Egli canta una ninna nanna d’amore in lingua siciliana, e il pubblico si divide: chi parteggia per l’uno chi per l’altro, alcuni gridano «Francesco!». Altri «Guglielmo!».

Ma quando tocca di nuovo a Francesco, tale è la sua maestria che il re dei versi viene dimenticato, e la folla acclama lui soltanto, gli si avvicina fremente, vuole toccarlo. Un alto grido di giubilo si leva quando Leonetta gli consegna il premio, un astore rosso dal collare d’argento, addestrato per la caccia. Francesco se lo mette sulla spalla, e pregato comincia un altro canto, la storia di un perduto amore, così malinconico e bello, che alcuni piansero. Guglielmo Divini per la rabbia era diventato verde come la sua veste.

Per tutto il tempo un uomo a cavallo, nascosto nell’ombra, aveva spiato Francesco, pieno d’invidia. Della bella voce, della grande eleganza, del vasto cerchio d’amore che aveva intorno. D’un tratto in quel luogo pieno di cortesia lo sconosciuto lanciò il suo cavallo al galoppo e irruppe gridando «Cos’è questo chiasso?».

Francesco, sdegnato, depose la viella. «E chi sei tu che m’interrompi, villano?».

«Altiero Brufani da Perugia, cavaliere e conte. E ti ordino di piantarla con questi canti da ubriaco».

I due elegantoni si misurano con lo sguardo. Altiero è geloso perché l’altro è più ammirato di lui e meglio vestito, Francesco è geloso che l’importuno sia più bello, anche se la sua scortesia è tale, da far torto alla sua bellezza. Si trova davanti la scimmia di se stesso, e si infuria.

«Ci vieni da Perugia a dare ordini? Vattene, straniero».

Altiero ghignò. In quella, trottando su un mulo albino lo raggiunse il suo nano, più arrogante del padrone, e per scherno lanciò una moneta a Francesco. Il padrone ne rise: «Benfatto, Meleagant!».

Meleagant? Come il nano in Erec ed Enide di Chrétien de Troyes? Dal nome che ha dato al nano, Francesco capisce che il bellimbusto ha letto i suoi stessi romanzi, e anche di questo si offende. Intanto il cavaliere si accosta, e lo insolentisce.

«Sei troppo liberale per essere un mercante, e troppo orgoglioso... ma guarda che bei panni di scarlatto e di seta... e il manto foderato di vaio, vale anche di più... Ma hai un bel vestirti da principe, resti sempre uno zotico!».

(Zotico, a me? Che sono più raffinato di Artù, preveggente come Merlino? Zotico al re dei trovatori? Te lo faccio vedere io, brutto muso!).

Francesco si lancia verso di lui, la mano va al pugnale, con voce maschia lo sfida a duello. Altiero Brufani lo guarda dall’alto e ride, superbo.

«Io, duellare col figlio di un mercante?». «Vigliacco!».

Francesco cerca di disarcionarlo, ma quello impenna il cavallo e grida «Non mi batto con chi non è cavaliere!».

Poi porge le terga e scappa col nano, che la piazza è tutta per Francesco, rumoreggia, e avrebbe la peggio.

Quel rifiuto ha sempre bruciato a Francesco e ora, ecco, sia benedetta la guerra, è venuta la resa dei conti. Voglio vedere, adesso se ti batti. Siamo tutti cavalieri, in battaglia.

La battaglia

Il campo è coperto di armature. I ranghi fremono da ambo le parti. All’attacco! E cresce lo strepito, grande è il fragore delle lance. Le armi si spezzano, i giachi si smagliano, i cavalli schiumano, ognuno si lancia contro l’altro (Chrétien de Troyes).

Francesco afferra la mazza e la spada e si butta a colpire, senza mai perdere d’occhio Altiero Brufani, che lotta un migliaio d’uomini più in là, e mena botte per raggiungerlo. Non è come al torneo, della guerra ha letto nei libri ma qui, tutto è sangue. Francesco è sgomento di dover uccidere. Uno solo ne odia, perché guastarne tanti? E intanto passa come un turbine e spacca teste, taglia mani, ma non si ferma, li abbatte tutti per arrivare al Nemico. Non è una guerra, è un duello. Per farsi strada uccide, uccide, e non sa perché gli sembra di uccidere sé, ma non ci pensa, solo la vendetta conta.

Eccolo, l’indecente Brufani! La sua coda di piume svolazza vicina, Francesco fa strage di quelli che si mettono fra lui e la sua collera, al galoppo sfrenato va contro il suo rivale, che non lo riconosce, ma come quella sera si indispettisce della sua fastosa eleganza, e si butta nella tenzone.

Si attaccano con tale impeto che forano e spaccano gli scudi, fanno a pezzi gli arcioni, sì che rovinano a terra, i cavalli fuggono, i duellanti si scambiano colpi potenti, Francesco trionfa, e quanti vedono lo scontro dicono che paga alto il prezzo colui che si batte con un cavaliere di tanto valore (Chrétien de Troyes).

Tutto in Francesco si chiama Orgoglio. Colpisce Brufani sopra lo scudo, gli fa saltar via un pezzo dell’elmo e una spanna di giaco, lo rovescia a terra, lo tiene con la spada alla gola, e l’altro grida. «Sono vinto! Non mi uccidere!».

Il vincitore alza la visiera e gli mostra il volto. «Guardami, prima di morire! Io sono colui che umiliasti ad Assisi. Il re dei trovatori, con cui non volesti batterti».

Lo afferra per l’elmo e glielo strappa, in nome dell’oltraggio fa per mozzargli la testa, ma l’altro ancora invoca pietà. Che momento! Quante volte ha sognato di trovarsi come Erec il valente che atterra lo sleale Guivret il Piccolo, ed egli lo supplica di risparmiarlo! E come Erec gli risponde: «Poiché mi preghi, voglio che tu dichiari senza riserve che sei stato battuto, che io ti sono in tutto superiore, che mai incontrasti cavaliere tanto prode e cortese. E altresì, che tu chieda mercè anche per le offese del tuo nano fellone».

Mentre Francesco lo umiliava con la sua generosità, l’altro gli chiedeva perdono con molte parole fiorite, e non la finiva mai... Francesco si sentiva al colmo della cavalleria. Ebbro dei sogni romanzeschi, e non si accorse che intanto un gruppo di armati capeggiati dal nano stava per aggredirlo alle spalle... si gettarono tutti insieme su di lui, lo disarmarono, lo legarono. Mentre era a terra, inerme, Altiero lo colpì con la mazza, e la alzò di nuovo per spaccargli la testa. Ma un compagno gli afferrò il braccio. «No, fermo, non va bene che lo ammazzi. Facciamolo prigioniero: da vivo, questo vale mille scudi di riscatto».

Altiero spoglia Francesco dell’armatura vermiglia, e lo lascia sanguinante fra i soldati, che tirano a sorte quel poco che gli è rimasto addosso. Lo attraversò come un ricordo l’immagine di Gesù, coi soldati romani che si spartivano i suoi panni. Poi si fece buio, e non ebbe più coscienza.

Che Assisi aveva ignominiosamente perso la battaglia, che gli uomini erano stati in massa trucidati o presi in ostaggio, lo seppe quando si svegliò nella gabbia di ferro, su una carretta tirata dai muli, che portava i prigionieri alle carceri di Perugia.

Seppe anche che Altiero gli aveva ucciso Gringalet, il suo cavallo, suo fratello, il suo amico.

(3 continua)

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20 novembre 2019

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